Appunti per un cinquantenario: il 1968 - F. Cavalla

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1968Per “commemorare” i fatti del ’68 – di cui ricorre adesso il cinquantenario – fra le tante parole dette e scritte ce ne sono due, spesso ripetute, che mi paiono particolarmente fuori posto. Sono contenute in un’unica frase: “rivolta contro il consumismo”.

Rivolta? Certamente furono “contestati” (come si diceva) poteri politici, accademici e religiosi e certamente quei poteri – ma anche le competenze di chi li esercitava – non si presentarono più, negli anni successivi, con lo stesso aspetto di prima. Ma in nome di che cosa si rivoltavano i baldi giovani di cinquant’anni fa? Libertà dicevano: ma questa era la stessa parolina magica che i loro genitori, nutriti di un mal digerito illuminismo, avevano loro inculcato quale fondamento di ogni etica e segno di un distacco radicale dalle precedenti tragiche esperienze dei regimi totalitari.

La libertà è una brutta bestia che se non viene acconciamente addomesticata imbizzarrisce e produce effetti opposti a quelli che sembra promettere. Fuor di metafora: se viene intesa come la intende la cultura politica moderna dominante, e cioè come “assenza di impedimenti esterni” (Hobbes), la libertà viene a coincidere con la soddisfazione per tutti di tutti i desideri. Chiaramente non si può vivere in un gruppo dove tutti vogliono di tutto perché i conflitti intersoggettivi sarebbero insanabili, estesi e violenti. E allora, dove si ammetta che ogni desiderio è legittimo, è inevitabile che si costituisca un potere regolatore: il potere di chi ha la forza di garantire certi appetiti e di reprimerne altri. Così una libertà individuale che si voleva assoluta viene assolutamente condizionata da un potere che non ha altro limite se non la propria forza di imporsi: e sarà una forza tanto più efficace quanto più si maschera da soccorrevole garante di aspirazioni diffuse.

Abbiamo prodotto elucubrazioni filosofiche astratte? Ma quanto abbiamo detto non è esattamente quello che è successo in Europa negli ultimi decenni? Abbasso il potere accademico, quello di quanti impongono una loro cultura faticosa ed elitaria: benissimo, via libera allora ad una distribuzione di nozioni spicciola e senza garanzie critiche, alla portata di tutti. Di qui l’enorme potere condizionante assunto da chi maneggia i mezzi di informazione di massa. Ancora: basta con il potere religioso e la sua pretesa di imporre una morale alle sacrosante pulsioni soggettive: via libera allora ad un filantropismo inclusivo che consente a tutti di sentirsi “buoni” purché desiderino tra l’altro anche aiutare i poveri e i diseredati, meglio se lontani ed invisibili. Di qui il potere sostenuto dagli enormi interessi economici e politici che ruotano intorno a molte (non a tutte, a dire il vero) organizzazioni “senza scopo di lucro”. Di qui ancora via libera al potere dei produttori di tecniche prodigiose che permettono di evitare figli, o di averne a piacimento, magari con determinate caratteristiche somatiche, di liberarsi dai limiti del proprio sesso e dalle responsabilità dei propri atti. Basta con il potere dell’industria e del “capitale”: via libera allora al potere supernazionale di organizzazioni che riescono a creare una ricchezza, quella finanziaria, che non ha un corrispettivo in beni reali, ma è fondata sul credito e sulla fiducia che esse ripongono in progetti, istituzioni (compresa quella dello stato) e iniziative selezionate con criteri per niente trasparenti. Basta con le regole dello stato di diritto imposte da una classe dominante fin dall’ottocento: e allora ci hanno pensato i giudici a far strame del diritto positivo stravolgendo vecchi confini tra il lecito e l’illecito e sottomettendo al loro volere quell’ultimo straccio di volontà popolare che è il potere legislativo democratico.

Va da sé, poi, che la rivolta del ’68 non poteva essere – e in effetto non fu – una ribellione alla società consumistica. Il desiderio travestito da diritto incondizionato vuole, per sua natura, soddisfarsi con un bene immediato. La liberazione dei desideri non rende libera la volontà, ma la condiziona a chi sa soddisfare il maggior numero di desideri. Ciò che effettivamente richiedevano (senza averne precisa coscienza) i giovani del ’68 era l’allargamento dei consumi, la produzione di beni al cui godimento fossero ammessi strati sociali sempre più ampi per età e censo. La risposta adeguata alle richieste dei contestatori (e non solo di loro, come vedremo) fu la produzione di beni cui potevano accedere in molti: dalla moda “casual” ai sofisticati aggeggi tecnologici odierni che creano una dipendenza dei loro utenti molto superiore all’effettiva utilità arrecata.

E allora non è difficile capire chi ci guadagna con la filantropia “pelosa”, con la finanziarizzazione dell’economia, con l’organizzazione dell’informazione e dei “social”, con la consegna della produzione del diritto alla magistratura; tutti questi fenomeni servono a quella parte dell’Occidente materialista che ha interesse a che l’Europa ( o almeno una parte di essa) si trasformi in un immenso meticciato consumistico e senza identità: sul quale insieme al condizionamento economico, sia più facile esercitare un effettivo dominio politico.

Intendiamoci subito: non possiamo attribuire tutte queste conseguenze ai giovinastri che cinquant’anni fa berciavano per le strade e lordavano le aule universitarie. Sarebbe tributare loro troppo onore. Quanto è avvenuto è stato determinato da un insieme di fattori già tutti presenti nella cultura dominante della borghesia del dopoguerra: di quella borghesia che – ad onta di teorie e discorsi variamente in essa ricorrenti – interpretava fondamentalmente la libertà come un fatto fisico. Per questo quella del ’68 non fu una rivolta contro i padri ma una radicalizzazione della loro stessa mentalità; e per questo i padri non ebbero mezzi culturali e pratici per contrastare la radicalizzazione. E non fu una ribellione al consumismo ma una richiesta di un diffuso edonismo eterodiretto.

La verità è che camminiamo sulle macerie: e tra le macerie, mentre forse qualcuno pensa di vagare a caso, seguiamo percorsi da altri tracciati. Non siamo più liberi di quanto, poco e male, fossero liberi gli uomini del dopoguerra: sono solo molto più libere certe canaglie.


cavallaFrancesco Cavalla

professore emerito di Filosofia del Diritto

Università di Padova