L'avvocato di Trump - C. Taddei

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trumppugnoA metà aprile 2018, l’irruzione di agenti dell’FBI negli uffici e nell’abitazione a New York dell’avvocato privato di Trump, Michael Cohen, con il sequestro di documenti riservati e forse di computer e cellulare, è una sconcertante e grave aggressione. La richiesta è partita dal procuratore speciale Mueller; poi il raid è stato autorizzato dal viceministro della Giustizia Rosenstein, con delega alla magistratura di New York. Secondo le prime fughe di notizie comparse sul New York Times, uno scopo del raid è di documentare i pagamenti fatti da Cohen a una porno-attrice e a un’altra pin-up, che affermano di aver avuto relazioni con Trump circa dieci anni prima che egli entrasse in politica. Come in altre vicende, le fughe di notizie sono in sé un reato; in questo caso, la fonte può essere l’ufficio di Mueller, oppure l’ufficio di Rosenstein, oppure il distretto giudiziario di New York. L’attrice di film per adulti avrebbe richiesto il pagamento, come condizione per tacere, due settimane prima delle elezioni del novembre 2016. Cohen avrebbe agito in fretta, per evitare la pubblicità negativa, e avrebbe utilizzato fondi della campagna elettorale: il che è una violazione delle regole elettorali, ma è un reato minore, non tale da giustificare un raid, travisato e ingigantito con esultanza dai maggiori media americani. Per molti motivi il raid nei locali di Cohen appare un abuso di potere.

Nell’aprile 2018, da molto tempo è evidente che l’indagine, di cui fu incaricato Mueller, sulla “collusione” tra Trump e agenti russi, è una truffa, costruita per screditare la vittoria elettorale di Trump e per sostenere il progetto di espellere Trump dalla Casa Bianca. Alla fine del 2017 diviene noto che le intercettazioni su persone vicine a Trump, su cui si fondano alcune accuse levate da Mueller nei confronti di ex collaboratori di Trump, sono state possibili grazie a un documento falso presentato al tribunale FISA e messo insieme con il consenso (e i pagamenti, per cementare il consenso) della campagna elettorale di Hillary Clinton e della direzione Democratica. Per condurre l’indagine, Mueller ha arruolato una banda di avvocati partigiani, già vicini a Obama e in alcuni casi suoi finanziatori (di preciso: lo staff di Mueller include 13 avvocati, tutti Democratici registrati, e 11 dei quali hanno finanziato politici Democratici), i quali hanno speso milioni di dollari dei contribuenti per cercare, per oltre un anno, un crimine che non è mai esistito. La burocrazia liberal che negli anni obamiani ha occupato la Giustizia USA non cede, e purtroppo il ministro della Giustizia di Trump, Jeff Sessions, non è in grado di rimuoverla, perché è troppo un gentleman per saperlo fare. Quanto a Rosenstein, dopo aver nominato Mueller, egli non ha controllato o gestito gli sviluppi dell’indagine, come era suo dovere. Voci autorevoli (come Alan Dershowitz, professore alla Harvard Law School, o Joe DiGenova, ex procuratore del District of Columbia) affermano che Rosenstein nominò un procuratore speciale benché la legge non lo richiedesse, perché nessun crimine era stato identificato: la “collusione” russa era una costruzione mediatica, non un illecito provato. Una volta accertato che non vi era stata alcuna “collusione”, Mueller doveva chiudere l’indagine, che invece rimane, dopo oltre un anno, a condizionare la vita politica USA. Il motivo per cui Rosenstein e Mueller hanno agito in modo difettoso è che entrambi fanno parte dei nemici di Trump, cioè appartengono allo “stato profondo” che combatte Trump e lo vuole destituire.

Quanto poi all’ex direttore dell’FBI Comey, che fu licenziato da Trump e che in questi giorni fa il giro delle reti TV americane per pubblicizzare un suo libro di discolpa autoindulgente e di reboanti attacchi a Trump (una lunga intervista alla rete ABC ha avuto 10 milioni di spettatori), si può notare che se Comey, che fu per 5 mesi a capo dell’indagine “russa” – o peraltro Mueller, a cui Comey è da sempre molto vicino – avessero qualche prova contro il presidente, Comey stesso vi farebbe almeno accenno, nelle sue verbose interviste. Niente di ciò accade, e l’unico effetto dell’ipocrisia di Comey è di rendere difficile la relazione futura tra ogni presidente e l’FBI, e di diminuire la fiducia dei cittadini verso l’FBI, che è la più importante agenzia americana di applicazione della legge. È difficile immaginare altri direttori dell’FBI degli ultimi decenni, come Louis Freeh o William Webster, esibirsi in TV in petulanti, meschine polemiche con il presidente. Gli sviluppi degli ultimi giorni possono contribuire alla sfiducia: davanti alle evidenze portate dal rapporto dell’Ispettore Generale della Giustizia, che è al di fuori della politica, l’ufficio dell’Ispettore ha deferito al procuratore di Washington l’indagine sull’ex vicedirettore dell’FBI McCabe (che ha dato le dimissioni lo scorso gennaio), per aver mentito sotto giuramento agli agenti federali che investigavano riguardo a fughe di notizie (ricordo che per non aver detto il vero agli agenti dell’FBI fu messo sotto accusa nel febbraio 2017 Flynn, il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, e i media ne parlarono per mesi). Ora, poiché un ulteriore rapporto dell’Ispettore Generale, atteso entro la fine di maggio, potrebbe accusare Comey di aver iniziato la fuga di notizie riservate quando, dopo esser stato licenziato da Trump, fece arrivare, come egli ha ammesso di aver fatto, al New York Times il contenuto di asseriti colloqui con il presidente, l’America si trova di fronte alla possibilità che gli ex direttore e vicedirettore dell’FBI obamiano vengano accusati di illeciti e debbano difendersi in tribunale.

Il raid nei locali dell’avvocato Cohen è un’altra prova che il procuratore speciale Mueller non ha in mano niente per accusare Trump di illegalità. Perché se Mueller avesse qualcosa, non si limiterebbe, come ha fatto nei mesi scorsi, a levare accuse verso ex collaboratori di Trump per reati (fiscali o altro) che non hanno alcuna relazione con l’indagine “russa”; e non si occuperebbe, oggi, di mettere sotto accusa Cohen per un’infrazione burocratica, come quella relativa alla forma dei pagamenti a due donne in cerca di denaro (di altro denaro, oltre a quello che avrebbero ottenuto in passato). Si può aggiungere che in America, secondo voci che mi è capitato di ascoltare, è tutt’altro che insolito per molte società, almeno le più grandi, mettere a tacere con pagamenti le denunce di relazioni sessuali con personaggi in vista. La realtà rilevante è che la prosecuzione dell’indagine di Mueller, anziché la sua chiusura, è una vergognosa scelta politica. Il nuovo strumento, fallita la “collusione” russa, è quello delle donne che accusano Trump. In altra occasione ho scritto dell’avvocato californiano Lisa Bloom, nota come avvocato dei “diritti delle donne”, che ha ammesso (in un’intervista a The Hill) di aver ottenuto fondi da non identificati finanziatori per pagare donne che si dichiarassero disposte ad accusare Trump. Esisterebbe anche un nastro in cui un altro avvocato offre a una donna una somma considerevole per accusare Trump di “molestie” sessuali. In questo campo sono prevedibili sviluppi. Anche Bill Clinton, quand’era presidente, fu soggetto ad attacchi per affari sessuali condotti dentro la Casa Bianca e in precedenza. Una differenza con la realtà attuale è che i media, dai maggiori giornali alle reti TV, erano per lo più dalla parte di Clinton, e ciò gli consentì di superare l’impeachment, come era peraltro ragionevole accadesse.

Tutto questo non toglie che l’aggressione all’avvocato di Trump sia destabilizzante e pericolosa. Pericolosa per Cohen, se non per Trump. Leggo che Cohen sarebbe stato sotto sorveglianza elettronica per mesi. Né Mueller, né Rosenstein, avrebbero fatto un passo così grave e così inusuale senza la certezza di trovare qualche illecito, forse al di là dei pagamenti alle due donne. Qualche illecito si trova sempre negli uffici di un avvocato. Secondo quanto riporta il Washington Examiner, la porta dell’ufficio dell’avvocato Cohen è stata tolta dai cardini alle quattro del mattino dagli agenti inquisitori (qualcosa di analogo era già successo, lo scorso luglio, nell’abitazione di Paul Manafort, che era stato manager della campagna di Trump e, a seguito dell’irruzione, fu accusato da Mueller di reati fiscali). Fino ad oggi, era molto raro per l’FBI eseguire tali raid su soggetti non criminali. Mueller e Rosenstein lo sanno, e difficilmente hanno agito senza calcolo delle conseguenze. Inoltre se, come sembra, sono state sequestrate le conversazioni private tra Cohen e Trump, e tra Cohen e altri suoi clienti, e se i contenuti di tali conversazioni divengono pubblici a seguito di fughe di notizie – come è già avvenuto nei confronti di un imprenditore, che non ha alcun rapporto con Trump ma è un finanziatore del GOP, messo alla berlina per una vicenda a sfondo sessuale –, ciò significa, secondo credibili esperti legali (come Joe DiGenova), una violazione, anch’essa rara fino ad oggi, del “privilegio” nel rapporto tra un avvocato e il suo cliente, dove la riservatezza può essere infranta solo nel caso di documentati crimini maggiori. Tanto più se il cliente è il presidente degli Stati Uniti, le comunicazioni riservate non dovrebbero essere ottenute con strumenti intrusivi.

Chi conosce Cohen, afferma che egli si era dichiarato disponibile a fornire a Mueller i documenti richiesti; altre voci indicano che Cohen potrebbe cedere alle pressioni o alle minacce di procedimenti legali da parte di Mueller, e dire cose che danneggino Trump. Non è probabile che, come tycoon del mercato immobiliare, quale egli è stato per decenni, l’attuale presidente abbia condotto una vita santa. Se però Mueller inizia a formulare accuse verso Cohen, Trump può concedere al suo avvocato il “perdono” presidenziale. E negli ultimi giorni Trump ha arruolato l’ex sindaco di New York ed ex procuratore Rudy Giuliani, per provare a convincere Mueller (che Giuliani conosce bene) della necessità di una conclusione pubblica della sua lunga indagine.

Il vero scopo del raid è quello di esasperare Trump, di fargli saltare i nervi e indurlo a licenziare Mueller, o il viceministro Rosenstein, il quale ha autorizzato un raid che esula dall’incarico che Mueller ha ricevuto dal Congresso. Lo scopo della truffa riguardo alla “collusione”, come lo scopo dell’utilizzo pubblico di donne che reclamano passate relazioni con il presidente, come lo scopo di saccheggiare gli ambienti privati dell’avvocato personale del presidente, è quello di impedire a Trump di governare. Cioè di impedirgli di cambiare la direzione globalista, assistenzialista, immigrazionista, interventista all’estero, discriminante verso alcune regioni del paese e alcune categorie di cittadini, su cui il paese è avviato dopo otto anni di presidenza George W. Bush e otto anni di presidenza Obama. Per fare ciò, bisogna distruggere Trump. Chi vuole destituirlo, sa che per un presidente, come per qualsiasi essere umano, sottoposto ad attacchi quotidiani, è difficile prendere decisioni lucide. Da quando Trump è alla Casa Bianca, non vi è stato un solo giorno in cui la sua attenzione non sia stata deviata da accuse strumentali. Il fatto che la sua risposta, a livello di comunicazione, non sempre sia accorta o utile, è una realtà su cui lo “stato profondo” fa affidamento. Chi vuole destituire Trump, cerca di intaccarne le scelte politiche: per esempio, vuole che egli firmi un bilancio federale che conferma la mancanza di freni nelle spese per un welfare non riformato, o vuole che egli ceda a futili coinvolgimenti militari all’estero, privi di rapporto con gli interessi nazionali, come è accaduto di recente in Siria – anche se poi l’azione militare è stata condotta con mano cauta e saggia (la mano del ministro della Difesa Mattis), senza mettere in pericolo i russi e addirittura senza “danni collaterali”.

La definizione più accurata del raid negli uffici di Cohen l’ha data Trump, quando ha detto: “Si tratta di un attacco al nostro paese”. L’intera, sordida vicenda che ha al centro l’indagine del procuratore speciale sta danneggiando l’America. Il fatto che Mueller si occupi dei pagamenti a una pornostar o di altre questioni private al di fuori dell’indagine di cui fu, con intenti obliqui, incaricato, indica che il processo è fuori controllo. Le istituzioni federali di applicazione della legge e la gestione della Giustizia sono state infiltrate dalla politica nel corso della presidenza Obama. I media anti-Trump rendono quasi impossibile la correzione. Tra l’80 e il 90% dei messaggi dei media, come gran parte dell’indagine di Mueller, sono costruiti intorno a un obiettivo anti-Trump e anti-Repubblicani. Che Mueller, un tempo stimato, o che in generale un procuratore speciale, che è la punta di diamante della Giustizia USA, facciano parte della ciurma, è una realtà spiacevole, anzi orrenda, da ammettere. Si può comprendere che Trump scriva, in uno dei suoi tweet combattivi, che l’ufficio di Mueller è “un covo di canaglie” (“a den of lowlifes”). Si può aggiungere che, secondo notizie di stampa (Washington Times), il giudice di New York delegato al caso Cohen, Kimba Wood, è una liberal valorizzata da Obama e già vicina a Hillary che pensava a lei per un incarico primario alla Giustizia: una liberal che alcuni anni fa ha celebrato l’ultimo matrimonio di George Soros, a cui presero parte Nancy Pelosi e altri impresentabili politici californiani.

Il governo Trump è costantemente sulla difensiva nel combattere battaglie mediatico-giuridiche che non hanno nulla a che vedere con i programmi di Trump, con i risultati fin qui ottenuti, con l’eccellente andamento dell’economia, con il successo della riforma fiscale, con la necessità di cambiamenti cruciali per l’immigrazione, o per le infrastrutture, o nella guerra alla droga, e altro. Se alla reazione anti-Trump, e in gran misura collegati ad essa, dovessero aggiungersi eventi politicamente disastrosi, come una maggioranza Democratica alla Camera nelle elezioni del prossimo novembre, ciò significherebbe lo stallo della presidenza Trump ed anche la possibilità che si realizzino i sogni più selvaggi dell’opposizione, cioè l’impeachment del presidente. D’altro lato, se di fronte a tutto questo Trump si lascia prendere dall’ira e licenzia Mueller, come è sua prerogativa di fare, il risultato sarebbe di fare di Mueller un martire, impedendo al paese e al Congresso di chiedere conto a lui, e a chi lo impiega, di indagini – prive di alcun risultato e sotto ogni aspetto costosissime – su un non-evento, cioè la “collusione” con i russi. Trump deve fermare la sua attenzione su ciò che la parte migliore della nazione gli chiede, cioè portare avanti i programmi con cui è stato eletto, e lasciare che i suoi avvocati si occupino di Mueller o del caso Cohen. Quando Nixon licenziò il procuratore che indagava sul Watergate, ciò aprì la strada per l’impeachment, a cui Nixon si sottrasse con le dimissioni. Quando Bill Clinton licenziò il procuratore che indagava sui suoi trascorsi sessuali, ci fu l’impeachment, che ebbe fine quando Clinton fu assolto dal Senato. L’antica lezione secondo cui “coloro che non imparano dalla storia, sono condannati a ripeterla” è ancora valida. Trump e la sua presidenza sono a un punto critico, e altri ne seguiranno. Gli ottimisti devono sperare che una parte sufficiente della nazione americana non tolleri e non accetti un colpo di stato, quale è quello in corso.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore