Perché uno Stato può chiudere i porti – G. Valditara

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portochiusoLa convenzione Onu sul diritto del mare approvata nel 1982 e ratificata dall'Italia nel 1994 stabilisce all’articolo 19 che il passaggio di una nave nelle acque territoriali di uno Stato è permesso «fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero». Il comma 2 precisa: tra le attività che potrebbero portare a considerare il passaggio non inoffensivo c’è anche «il carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero». Il Codice della navigazione dispone poi all’articolo 83 che il ministero dei Trasporti possa vietare, «per motivi di ordine pubblico, il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale».

Perché dunque uno Stato può "chiudere i porti" alle navi che imbarcano migranti senza permesso di ingresso? Proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere se questo potere non esistesse. In Africa ci sono decine di milioni di persone, in prospettiva centinaia di milioni, desiderose di venire in Europa per i più vari motivi, innanzitutto perché in Europa si vive meglio. Non necessariamente scappano da fame, carestie, guerre, persecuzioni. Coloro a cui le nostre (generose) autorità riconoscono lo status di asilante sono appena il 5%, aggiungendovi protezione umanitaria e sussidiaria (non contemplate dalla convenzione di Ginevra) si arriva al 30%. La gran parte sono dunque persone che semplicemente vogliono stare meglio, magari sognano di guadagnare 2.000 euro al mese quando nei loro Paesi ne guadagnano 200 quando va bene, altri, probabilmente e più semplicemente, sperano di vivere di assistenza pubblica, posto che sono pochissimi i migranti che frequentano corsi di formazione offerti gratuitamente dalle nostre autorità. Ciò fa pensare che non tutti abbiano intenzione di inserirsi nel mondo lavorativo. Per arrivare in Italia tutti i migranti sono disposti o a pagare alcune migliaia di euro agli scafisti, oppure ad impegnarsi a lavorare in nero, a prostituirsi e a delinquere per sdebitarsi.

Immaginiamo dunque che uno Stato non possa respingere alle frontiere e chiudere i porti nei confronti di chi pretende di entrare senza esserne autorizzato. Decine di milioni di persone ricorrerebbero a trafficanti senza scrupoli arricchendo una mafia che è già oggi la più ricca dopo quella che si dedica al narcotraffico e che avrebbe mezzi economici colossali idonei a consentire loro di controllare politicamente gli Stati di provenienza dei migranti.

Ma cosa accadrebbe nelle nostre società? Intanto aumenterebbero in modo esponenziale coloro che si dedicherebbero ad attività criminali per poter ripagare i trafficanti. A questi si aggiungerebbero coloro che non avendo da vivere e da lavorare finirebbero con il delinquere. Le nostre città si riempirebbero dunque di delinquenti per necessità. Le varie mafie diventerebbero ancora più potenti contando su disperati pronti a tutto. Già oggi gli immigrati presenti nelle patrie galere sono il 40% della popolazione carceraria, un numero enorme se rapportato al 9% circa di immigrati presenti sul territorio nazionale e considerando che molti delinquenti rimangono irrintracciabili o vengono immediatamente scarcerati. Se oggi molti immigrati clandestini bivaccano, dormono, orinano per le nostre strade, proviamo ad immaginare cosa succederebbe se fossero milioni ad entrare in Italia: Calcutta sarebbe al confronto un posto decente. Si dirà: bisognerebbe organizzare una diffusa assistenza per impedire bivacchi e per garantire a questi disperati condizioni umane di vita. Dunque già si ammette che i sogni di questi poveretti sono destinati ad essere infranti. È evidente che tutto ciò avrebbe un costo per i contribuenti. Si tratterebbe di decine di miliardi di euro (già per il 2018 si prevedevano 5 miliardi di euro per il mantenimento degli immigrati non in regola) che dovrebbero pagare i cittadini italiani diventando tutti dunque molti più poveri. I salari poi subirebbero la concorrenza di un mercato del lavoro composto da milioni di persone pronte ad offrirsi per paghe da fame. È evidente che in quelle condizioni i salari crollerebbero come capita normalmente quando l'offerta di un bene, in questo caso la manodopera, supera di gran lunga la domanda.

Si afferma che abbiamo bisogno di immigrati. In verità abbiamo bisogno di immigrati funzionali al nostro sistema produttivo, in specie di quelli con qualifiche specifiche. Non sarebbero tuttavia già oggi funzionali al nostro sistema produttivo milioni di immigrati senza qualifica professionale e senza stimolo a procurarsela, soprattutto poi in un Paese, come l'Italia, con un tasso di disoccupazione estremamente elevato che coinvolge ben 3 milioni di cittadini. Si dice che abbiamo un tasso di natalità basso e che gli immigrati sono necessari per garantire al nostro sistema economico il necessario turn over. Ma cosa accadrà realmente nei prossimi decenni? La rivoluzione 4.0 produrrà una drastica contrazione della manodopera in particolare nei settori a bassa formazione, proprio quelli dei nostri milioni di potenziali immigrati. Dunque se non fossimo in grado di regolare l'immigrazione, ci riempiremmo di milioni di nuovi proletari, sfaccendati cronici, pronti per qualsiasi avventura.

Ma che ne sarebbe del nostro sistema sanitario? Anche tralasciando le malattie di importazione, già oggi i costi economici e di efficienza del sistema dovuti alla incidenza della assistenza offerta agli immigrati clandestini sono notevoli. Proviamo ad immaginare milioni di immigrati a carico del nostro servizio sanitario.

Va detto che questi milioni di immigrati fanno anche molti figli e noi ne facciano molti di meno. Nel giro di vent'anni potrebbero dunque diventare maggioranza. Gli immigrati dall'Africa sono in maggioranza islamici. Dovrebbero dunque i nostri figli rischiare di vivere in una società dove la sharia potrebbe diventare legge?

In conclusione, se decine di milioni di africani (ma ad essi vanno aggiunti gli asiatici) che già oggi dichiarano di volersi trasferire in Europa, fossero liberi di farlo, rapidamente diventeremmo noi gli stranieri in patria, la povertà dilagherebbe, la criminalità pure, la democrazia sarebbe spazzata via, lo Stato collasserebbe. Ci sarebbe il caos. La prova che ciò accadrebbe realmente? Successe esattamente tutto ciò 1500 anni fa nell'antica Roma con l'arrivo dei "barbari", i migranti di allora.

Indubbiamente alcuni in Italia auspicano tutto questo per odio, per rabbia, per ideologia o per stupida ingenuità. La difficoltà ad accettare una politica dei "porti chiusi", cioè di ordine, di regole che vanno rispettate discende dalla autoproiezione di un sempre più diffuso individualismo egoistico che non sa più accettare limiti, divieti, doveri, che non a caso esalta i diritti estesi fino a limiti impensabili ancora qualche decennio fa.

Ecco perché le persone serie devono difendere l'idea di confine, di frontiera e devono condividere la politica dei "porti chiusi" quando l'immigrazione ci viene imposta e non richiesta e cioè devono sostenere la politica dell'ordine, delle regole, dei doveri. Insomma è ora che le persone serie tornino a farsi sentire.

 

valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma