USA, l’immigrazione e i muri al cambiamento – C. Taddei

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confinemessicoL’immigrazione fuori controllo è un argomento con cui Trump ha vinto le elezioni. Nonostante ciò, le resistenze che il suo governo incontra e l’impegno mediatico-giudiziario nel combatterlo hanno finora impedito, in materia di immigrazione, i cambiamenti da lui promessi e senza dubbio necessari alla nazione. Il numero delle “citta-santuario”, che danno rifugio a illegali e piccoli criminali, così come la tracotanza dei loro sindaci o governi locali, sono aumentati. Le falle maggiori del sistema immigratorio, come il mancato rispetto dei 90 giorni concessi da un visto per la permanenza negli USA, o l’abuso delle richieste di asilo politico, o il proseguire di programmi immigratori assurdi e persino risibili (la “lotteria” per gli ingressi da alcuni paesi dell’ex terzo mondo, che concede 50 mila visti l’anno; o la “catena migratoria”, che consente ingressi ai parenti di immigrati già legalizzati), rimangono aperte e vistose. L’immigrazione legale prosegue in numeri che potevano essere adeguati all’inizio del Novecento, quando l’immigrazione era soprattutto da paesi europei (il che rendeva più facile l’integrazione), ma che oggi sono destabilizzanti per la società. Sul confine con il Messico, dopo che nel 2017 vi era stato un netto calo degli arrivi, dai primi mesi del 2018 vi è una marcata ripresa degli arresti, e dunque senza dubbio degli ingressi illegali: gli arresti nell’aprile 2018 sono stati circa 50 mila, tre volte tanto l’aprile 2017. Vi è una motivazione, riguardo ai nuovi arrivi, nell’eccellente andamento dell’economia USA, con la possibilità di trovare lavoro; ma per accedere a un lavoro vi sono strumenti legali, tra cui i permessi temporanei.  

 Gli arresti senza espulsioni non sono controllo del confine. È ciò che accade: se un immigrato mette un piede sul suolo USA, per l’espulsione serve l’intervento di un giudice. Se quell’immigrato afferma di chiedere asilo politico, l’espulsione diviene improbabile, benché sia certo che la pratica dell’asilo politico sia gonfiata da abusi. La realtà complessiva è che gli USA, come i paesi europei, non possono accettare tutti coloro che fuggono dall’ex terzo mondo. Gli immigrati legali negli USA sono quasi un milione l’anno. L’arretrato di coloro che sono in attesa di un visto è di oltre tre milioni, e il 70% arriva grazie alla “catena migratoria”: spesso persone anziane, malati, invalidi. Persino il ragionevole progetto di Trump di limitare la “catena” al coniuge e ai figli è stato finora respinto; così come è bloccata la richiesta di Trump di cancellare la “lotteria”. Si oppongono i Democratici, che vedono nell’immigrazione un serbatoio senza fine di voti; si oppongono anche alcuni Repubblicani (in Congresso e nel mondo del business), che avrebbero lo scopo di tenere bassi i salari con l’afflusso continuo di lavoratori stranieri. Si tratta di motivazioni che non tengono conto delle esigenze nazionali. Secondo dati ufficiali, oltre la metà delle famiglie di immigrati, inclusi i parenti arrivati in virtù della “catena”, si sostiene grazie al mastodontico welfare USA. Negli anni di presidenza Obama, il sistema dei sussidi ha disincentivato i beneficiari a uscire dal welfare ed entrare nel mondo del lavoro. La realtà è che gli USA hanno 21 trilioni di dollari di debito. Tutte le voci ragionevoli affermano che il sistema di welfare non è sostenibile. Chi finge di non vedere tale insostenibilità ha come obiettivo una sostituzione di popoli, o per scopi elettorali, o per ideologie antiamericane. 

Tra gli obiettivi indiretti della finta indagine del procuratore speciale Mueller, e del sostegno mediatico alle sue molte deviazioni, vi è stato quello di mettere in secondo piano temi come l’immigrazione. Da parte sua il Congresso, diviso e certamente specchio della società, è lento nell’affrontare un tema dai molti risvolti elettorali. Consideriamo alcuni sviluppi delle ultime settimane. Rimane bloccata in Congresso, per l’opposizione dei Democratici e di alcuni Repubblicani, la legge che impone controlli sugli studenti stranieri e in generale sui detentori di un visto che rimangono nel paese dopo la scadenza del visto. Intanto, un gruppo di circa 20 deputati Repubblicani, per interessi legati ai loro distretti elettorali, porta avanti un progetto di amnistia per i giovani, o non più giovani, circa 700 mila immigrati del programma DACA (entrati nel paese illegalmente, però quando erano minorenni, e ai quali Obama concesse una legalità temporanea). Avendo l’appoggio unanime dei Democratici, l’amnistia potrebbe essere approvata alla Camera, andando poi incontro a un veto presidenziale. Il progetto è insidioso: l’amnistia per i beneficiari del DACA ci sarà, ma essa è accettabile solo nel quadro di un accordo complessivo; da sola, senza prospettiva di effettivo controllo del confine e senza cambiamenti al sistema (agli abusi del diritto di asilo, o alla “catena migratoria”, o ad altro), l’amnistia spaccherebbe il GOP e porterebbe un danno misurabile nelle prossime elezioni di mid-term. Poi, tra i ritardi ingiustificati nella legislazione, vi sono l’arretrato nelle espulsioni di illegali che hanno commesso reati (23 mila casi), o le mancate modifiche al sistema fallimentare del “catch and release”, cioè “blocca sul confine e poi rilascia”. A causa di tale sistema, gli illegali fermati dagli agenti di confine vengono poi rilasciati, perché non vi sono strutture di detenzione; se vi è un giudice disponibile, essi vengono considerati responsabili di un reato minore (l’ingresso illegale): non è un procedimento criminale, come non lo è per chi rimane nel paese dopo la scadenza del visto; non si rischiano le manette, e per lo più nemmeno l’espulsione. 

Una vicenda che ha ricevuto attenzione nelle ultime settimane è quella delle “carovane” di immigrati entrati in Messico da paesi centroamericani e dirette al confine USA. Qui vi è una complicità dei governi centroamericani. È accaduto persino che l’ambasciatore dell’Honduras a Città del Messico abbia preso parte a una marcia di sostegno alle “carovane”, dichiarando che il suo governo gli aveva “ordinato” di farlo. Molto grave è il fatto che tali “carovane” ricevano consigli e, a quanto sembra, fondi da avvocati immigrazionisti residenti negli USA. Tali movimenti immigratori organizzati hanno origine in paesi che ricevono aiuti finanziari dagli USA, dai 300 milioni di dollari l’anno al Guatemala, agli oltre 100 per Honduras e El Salvador: aiuti che dovrebbero essere condizionati al bando alle “carovane”. Poi vi sono le rimesse degli emigrati: nel 2017, dagli USA in Guatemala vi sono state rimesse per 8,2 miliardi di dollari, cioè il 17% del PIL di quel paese. Stesse proporzioni per Honduras e El Salvador: il 16% del PIL. Le rimesse degli emigrati, non soggette negli USA a tasse (ma solo spese bancarie), sono una risorsa cruciale per quei paesi. E poiché in tali paesi la presenza di bande criminali è diffusa, le “carovane” possono divenire un modo per esportare non soltanto povera gente, ma pregiudicati. 

La presidenza Trump ha portato alcuni risultati positivi in materia di controllo del confine sud. Gli arresti per ingressi illegali sono aumentati (del 40%). I sequestri di droghe pesanti sono aumentati; e le droghe pesanti portate negli USA dai cartelli messicani della droga sono un tema di tale rilevanza per la società americana da giustificare, da solo, la costruzione di un muro e altre misure di controllo. Secondo testimonianze dei vertici degli agenti di confine (Customs and Border Protection), dopo anni di governo Obama in cui la loro voce era inascoltata e anche denigrata, essi hanno nuovi mezzi e nuova fiducia. L’aiuto che Trump ha chiesto alla National Guard degli stati di frontiera, e che essa fornisce nelle regioni di confine, è benvenuto. All’interno degli USA, la battaglia del governo Trump contro le gang criminali importate (come la banda MS-13, che si afferma sia composta da immigrati centroamericani) ha ottenuto successi rilevanti. Il fatto che politici indegni, come il sindaco di New York DeBlasio, o i media, cerchino di travisare persino la battaglia contro le gang criminali, e attaccare Trump anche su questo tema, è un indice del loro degrado. Quanto al muro sul confine messicano, utili sezioni ne verranno edificate, se le elezioni di mid-term hanno un esito costruttivo. 

Nonostante i parziali successi di cui ho detto, i cambiamenti cruciali in materia di immigrazione sono finora bloccati. Nel bilancio USA per il 2018, la richiesta di Trump al Congresso di finanziare la costruzione del muro è stata accolta solo in parte minima, per l’opposizione di tutti i Democratici e di alcuni Repubblicani; di conseguenza, solo brevi tratti del muro sono stati eretti, in sostituzione di barriere già esistenti. Il database elettronico, per il controllo sui datori di lavoro che impiegano illegali, non è entrato in vigore. La guerra a Trump ha reso virulenta, e certamente autodistruttiva, la pratica delle “città-santuario” e degli “stati-santuario” (California, Illinois, Maryland), devastando la convivenza in intere contee. L’immigrazione legale prosegue con numeri non sostenibili e, secondo voci autorevoli, con insufficiente attenzione al merito e alle qualifiche dei richiedenti. Programmi come la “catena migratoria” sono divenuti un incubo. Secondi dati recenti della Homeland Security, negli ultimi 10 anni sono entrati negli USA, grazie alla “catena”, 7,8 milioni di persone, su un totale di 10,8 milioni di immigrati legali. Una politica dell’immigrazione che non aumenti la già notevole confusione della società, e che sia gestibile da un bilancio federale le cui risorse sono occupate per il 70% dal welfare, rimane la priorità. 

Voci credibili, inclusa quella di Trump, affermano che il sistema USA dell’immigrazione può rimanere generoso mettendo rimedio ai troppi sotterfugi e anacronismi. Riguardo al confine sud, per esempio, quelle voci affermano che le richieste di ingresso di chi viene fermato e fa appello all’asilo politico devono essere processate subito, senza consentire che il richiedente si dilegui nel paese con una data per comparire davanti a un giudice, cosa che per lo più non farà mai. Trump afferma, del tutto correttamente, che leggi aggiornate, meno permissive, più vicine alla realtà, sono necessarie. Leggi come la proposta (che prende il nome dai deputati Repubblicani Goodlatte e McCaul) di fornire un cammino verso la cittadinanza ai beneficiari del programma DACA, ma anche finanziare lunghi settori del muro, bloccare i fondi federali versati alle città-santuario, chiudere le falle maggiori del sistema immigratorio. O leggi che accolgano la richiesta di Trump di mettere fine alla “lotteria” e di ridurre a proporzioni ragionevoli la “catena migratoria”. 

Le storture, gli eccessi, le conseguenze rovinose di un’immigrazione fuori controllo, in nessun luogo sono più evidenti, debilitanti, esplosive, che in California. Ciò sarà oggetto di un futuro articolo. Qui voglio aggiungere che la reazione ai cambiamenti nell’immigrazione ha una relazione diretta con le molte iniziative sediziose e in sostanza antiamericane che vogliono sfibrare la società. Gli esempi sono quotidiani. In questi giorni, a Chicago, politici e attivisti chiedono che la città rimuova da strade e giardini, nei quartieri abitati in maggioranza dai neri, i nomi di George Washington e Andrew Jackson, in quanto entrambi i due presidenti (in realtà grandi) ebbero schiavi nelle loro proprietà. L’attacco è rivolto alla realtà storica degli USA, che viene presentata come perfida mentre non si desiste dal ricavare vantaggi dai diritti e dalle opportunità che il paese offre. L’impostura che vuole diffondere il concetto di una “supremazia bianca”, alla cui tirannia l’immigrazione sarebbe un rimedio, viene portata avanti per fomentare l’odio verso il paese e i suoi valori tradizionali. Se qualche voce pubblica si oppone a tale progetto, essa viene attaccata come “razzista” dagli agenti disonesti (o in qualche caso, per esempio tra i giornalisti televisivi, solo sprovveduti) che vogliono deformare il paese. Nei giornali, nelle reti TV, in settori dell’editoria e delle università, ciarlatani e galoppini temono danni alla carriera, o l’esclusione, se essi non si adeguano alla linea promulgata dalle direzioni. Le quali pensano di poter fare tutto, anche sostenere le indagini di un procuratore speciale nominato per indagare su un crimine che non c’era. Dunque un presidente come Trump, che non è controllato dal globalismo immigrazionista e che in materia di immigrazione ha gli istinti giusti, è per la nazione un ancoraggio, sia pure insufficiente.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore