I costi dei reati: risparmio ed abbattimento delle spese di mantenimento dei detenuti – F. Fuso

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carcere1Il bilancio dello Stato deve fronteggiare innumerevoli e gravosi oneri che le entrate statali non riescono mai a coprire completamente. Senza la pretesa di prospettare manovre economiche/finanziarie, che spettano agli economisti, si vuole affrontare una delle voci che rappresenta un valore significativo nelle spese correnti. Secondo i dati dell’anno 2016, elaborati e diffusi da Openpolis nel dossier “Dentro o fuori – Il sistema penitenziario italiano tra vita in carcere e reinserimento sociale”, lo Stato italiano spende quasi 2,6 miliardi di euro all’anno per il mantenimento dei detenuti negli istituti penitenziari italiani, con un costo pro capite di oltre 140 euro al giorno, nettamente superiore a quello di molti altri paesi europei (la Spagna sopporta una spesa giornaliera tra le più basse e cioè 52,59 euro per ogni detenuto).

Dai dati pubblicati sul sito del Ministero della Giustizia ed aggiornati al 31 maggio 2018, risulta che, nelle 190 carceri sparse sul territorio nazionale, sono detenute 58.569 persone delle quali il 34,03% (e cioè 19.929) sono straniere. Andando nel dettaglio (la suddivisione per nazionalità), è facile constatare che il maggior numero di detenuti stranieri, condannati in via definitiva o ancora imputati appartiene a paesi che hanno governi più o meno stabili: gli albanesi sono 2.526, gli egiziani 650, i marocchini 3.686, i rumeni (tra l’altro appartenenti ad un paese della Comunità Europea) 2.568, i tunisini 2.158, per un totale complessivo di 11.582 detenuti, pari al 58,12% degli stranieri ristretti negli istituti penitenziari italiani.

Tenuto conto che coloro che sono detenuti negli istituti penitenziari, a seguito di una condanna, devono scontare, sicuramente, una pena superiore ai tre anni (perché per le pene di entità inferiore la legge prevede misure alternative al carcere), soltanto conteggiando il costo di 140 euro giornalieri per un anno di detenzione e per gli 11.582 detenuti di cui si è detto, si giunge ad una spesa, non certo esigua, di 591.840.200 euro all’anno. Denaro questo che potrebbe essere risparmiato se si riuscisse a far scontare la pena nei paesi di origine, raggiungendo degli accordi in tal senso con i governi stranieri. Intese di questo genere, oltre a rappresentare un risparmio in termini economici, ridurrebbero sensibilmente anche il problema del sovraffollamento delle carceri considerando che, rispetto alla capienza regolamentare di 50.615 detenuti, vi è un’eccedenza di 7.954 (sempre secondo i dati diffusi dal Ministero della Giustizia), che verrebbe eliminata anche solo con il rimpatrio degli 11.582 detenuti provenienti da paesi che hanno stabilità politica e di governo.

Altre importanti questioni riguardano il lavoro all’interno o all’esterno degli istituti di pena, la sua remunerazione e la formazione dei detenuti.

Quanto alla remunerazione del lavoro carcerario, seppure essa sia conforme ai principi del nostro sistema giuridico, val la pena di osservare che chi è stato riconosciuto responsabile di un reato è un soggetto che si è posto contro l’ordinamento, violando la legge e, quindi, il costo per il suo mantenimento non deve gravare sulla collettività, né può trascurarsi che il reato provoca quasi sempre anche un danno economico alla collettività e/o alla singola persona offesa che, secondo l’articolo 185 del codice penale, obbliga al risarcimento il colpevole.

Pertanto, la retribuzione prevista per il lavoro carcerario dovrebbe coprire prima le spese per il mantenimento del detenuto, poi quelle per le spese processuali e per il risarcimento del danno alla persona offesa, mentre una percentuale non inferiore al 30% dovrebbe essere destinata alla costruzione di nuove carceri modello. Soltanto l’eventuale eccedenza dovrebbe essere versata al condannato al momento della definitiva espiazione della pena.

In tale modo, i costi per la detenzione non graverebbero più sulla collettività ma su chi li ha “provocati” infrangendo le regole.

Peraltro, tale soluzione esige anche l’implementazione del lavoro carcerario in modo che il lavoro sia esteso al maggior numero di detenuti, perseguendo, così, il fine primario della loro rieducazione e del loro positivo reinserimento nella società civile, una volta scontata la pena.

Infatti, una reale ed efficace opera di prevenzione del crimine deve intervenire fattivamente già durante l’espiazione della pena, perché solo un serio e reale reinserimento del condannato nella società civile può offrire garanzie che egli non ricadrà nel crimine e non certo la mera constatazione che egli ha scontato la pena e che non ha tenuto comportamenti incompatibili con la detenzione.

E bisogna considerare che un gran numero di condannati non ha mai svolto un’attività lavorativa prima della condanna e non alcuna professionalità e, perciò, privi degli strumenti per costruirsi un’occupazione onesta, inevitabilmente, opteranno per il ritorno all’illegalità, anche solo per provvedere alla loro sopravvivenza. Tale conclusione è dimostrata dall’elevato tasso di recidiva (il 70%) riscontrato: una forte percentuale di detenuti rimessi in libertà ricade nel circuito dell’illecito con le ovvie conseguenze in termini di sicurezza e di percezione della sicurezza da parte della collettività.

Per troppi anni, ormai, sono stati obliterati principi fondamentali del nostro ordinamento, tra i quali spiccano quello dell’obbligatorietà del lavoro carcerario e quello secondo il quale la pena inflitta deve tendere alla rieducazione del condannato, consentendo, a pena espiata, il reinserimento attraverso la possibilità di un lavoro onesto. La mera detenzione in un istituto penitenziario non soddisfa, in alcun modo, i requisiti richiamati e da tempo si è formata l’idea - consacrata nel principio costituzionale che impone che la pena deve tendere alla rieducazione - che, senza la possibilità di iniziare la via della risocializzazione, già durante l’esecuzione della condanna penale, il carcere diventa inutile, solo un costo per la collettività senza il raggiungimento del fine ultimo e cioè la riduzione della criminalità, che può ottenersi solo dando al condannato gli strumenti per porre le basi per il cambiamento del suo modo di vivere.

Nonostante l’art. 20 del vigente Ordinamento Penitenziario confermi la natura obbligatoria del lavoro per i condannati e per i sottoposti a misure di sicurezza (casa di lavoro o colonia agricola) e l’art. 50 del relativo Regolamento di attuazione ribadisca tale obbligo, cui fa da contraltare quello dell’amministrazione penitenziaria (previsto dall’art.15) di procurare ai detenuti ed agli internati un’attività lavorativa, il lavoro carcerario non è affatto la regola. Anzi, pochi istituti penitenziari sono organizzati con tale finalità.

Perciò è necessario modulare l’espiazione della pena detentiva prevedendo un trattamento differenziato (a seconda dei casi, lavoro e/o formazione professionale) con articolazioni custodiali, le cui modalità specifiche possano dare adeguata ed efficace risposta a comportamenti penalmente rilevanti ma disomogenei tra loro, così come diverse sono le personalità dei condannati, le loro esperienze pregresse, le loro eventuali competenze. Questa è l’unica efficace soluzione che possa far mutare la detenzione da situazione di mera restrizione della libertà personale ad occasione per costruire, giorno per giorno, persone nuove in grado di abbandonare definitivamente il percorso criminale per intraprendere quello di membri effettivi della società nella quale poter vivere lecitamente a fine pena.

Si tratta di un difficile, ma doveroso, programma che, però, potrebbe abbattere significativamente la percentuale di persone dedite al crimine e, di conseguenza, il numero di illeciti, con gli ovvi riflessi sull’ordine pubblico e la sicurezza della collettività e dei singoli onesti cittadini e che consentirebbe di recuperare, almeno in parte, l’elevato costo per il mantenimento dei condannati o di quelli detenuti a titolo di carcerazione preventiva che, ora, grava esclusivamente sulla collettività la quale sopporta, ingiustamente, le spese per chi ha voluto porsi contro le regole della convivenza civile ed onesta.

La possibilità del rifiuto al lavoro penitenziario - cui non segue alcuna conseguenza perché, secondo la prassi in vigore, la sanzione disciplinare prevista dall’art. 77, comma primo n.3) è sempre rimasta sulla carta - e l’inciso “salvo i casi di impossibilità” per quanto riguarda l’obbligo statale, non snaturano e non fanno venir meno i due obblighi.

E’, dunque, necessario, da un lato, che lo Stato intervenga fattivamente ed in tempi brevi per colmare i vuoti organizzativi e di strutture per sviluppare le possibilità di lavoro e/o di formazione, in modo da coinvolgere il maggior numero di detenuti e, dall’altro, che vengano previste conseguenze di un certo peso per coloro che si sottraggono all’obbligo del lavoro quale, ad esempio, l’esclusione dai benefici e dagli istituti premiali previsti dalla legge.

L’attuazione di questo programma, però, impone di destinare ed organizzare risorse operative, finanziarie e strumentali secondo le diverse esigenze e situazioni dei condannati, consentendo anche di coltivare le loro personali inclinazioni.

Seguendo questa via, sono stati realizzati (solo anni addietro) alcuni istituti carcerari sperimentali che hanno dimostrato la loro validità ed efficacia ma, purtroppo, la maggior parte delle carceri italiane mantengono una vecchia impostazione di mera restrizione della libertà dei detenuti, spesso in condizioni definite disumane da molti osservatori. A questa problematica può certamente attribuirsi l’elevato tasso di recidiva dovuto al mancato reinserimento sociale di molti condannati, mentre nelle c.d. carceri modello - ove si è cercato di attuare un percorso penitenziario diverso da quello ordinario, prevedendo ed attuando finalità di recupero e di ricollocazione nella società - i risultati sono stati eclatanti, con esiti di recidiva quasi inesistenti.

Modelli da replicare, esempi emblematici di come si possa rieducare, sono le carceri di Opera, di Bollate ed il “Luigi Daga” di Laureana, inaugurato nel 2004 che, pur trovandosi in una zona molto critica per l’elevata presenza criminale, ha ottenuto risultati fortemente positivi in termini di quasi assenza di recidiva perché ha consentito a tutti i detenuti di svolgere attività scolastiche, di formazione professionale e/o attività lavorativa retribuita nei laboratori mentre alcuni di loro hanno partecipato alla ristrutturazione del carcere di Locri.

L’eclatante positività di quest’ultima esperienza - seppure limitata ai giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, alla prima esperienza detentiva o, comunque, con un basso indice di pericolosità sociale - e di quelle degli istituti penitenziari di Opera e Bollate - che ospitano anche detenuti più anziani che, spesso, rappresentano un pericolo maggiore per la società (o perché già recidivi o perché già legati alla criminalità organizzata) - impongono un serio e non rinviabile programma di implementazione di tale modello di espiazione della pena, attraverso la costruzione di nuove carceri dotate degli strumenti attuativi e del personale necessario all’istruzione ed alla formazione per rimediare alla scarsa percentuale di detenuti impegnati nel lavoro (soltanto il 20% della popolazione carceraria).

La riduzione del tasso di recidiva comporterà, nel breve e nel lungo periodo, anche una diminuzione della popolazione carceraria e, di conseguenza, un abbattimento dei costi di mantenimento dei detenuti.

Nell’immediato, considerate le numerose ed incontestabili criticità nell’organizzare lo svolgimento del lavoro penitenziario a cura dell’amministrazione penitenziaria, soprattutto in quegli istituti non attrezzati a tale scopo, dovrebbe essere sollecitato - anche con la concessione di significative riduzioni fiscali - quel graduale e significativo ritorno di interesse delle imprese private all’assunzione dei lavoratori detenuti, richiamato dagli sgravi contributivi previsti dalla Legge 9 agosto 2013, n. 94.

 

fusoFrancesca Fuso

avvocato in Milano