Il Ministero dell’Interno possibile protagonista della rinascita del Mezzogiorno – R. Fiume

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trulli1Il tema degli squilibri territoriali è cruciale per il futuro dell’Italia, non solo in relazione alla pur essenziale tematica dell’uguaglianza sociale, ma anche perché l’incremento del PIL nazionale, l’uscita dalla crisi, il risanamento delle finanze pubbliche passano necessariamente per la crescita delle aree meno sviluppate del Paese.

Pare innegabile che le politiche fino ad oggi adottate sono state sostanzialmente inefficaci. Il nuovo governo, con la sua nuova maggioranza, costituisce un’occasione per ripensarle in modo critico e per affrontare la questione con un nuovo slancio.

L’analisi, complessa ed articolata, delle radici storiche e delle cause profonde del sottosviluppo del mezzogiorno è patrimonio culturale comune. Più o meno comuni sono anche le soluzioni messe in campo per contrastare il fenomeno, fondate essenzialmente su programmi dedicati di spesa pubblica, corrente e di investimento, nazionale e con fondi comunitari.

Preferibile e di molto è la spesa per infrastrutture, cruciali per qualsiasi programma di sviluppo economico. E tuttavia, troppo spesso si è assistito a interventi che, vestiti da ambiziosi programmi, hanno assunto la sostanza di meri sostegni al reddito, privi di respiro strategico e quindi di impatto strutturale: è il caso delle tante, troppe “cattedrali nel deserto”, il cui scopo era principalmente alimentare l’occupazione, piuttosto che favorire la crescita economica. Bisogna anche evidenziare, incidentalmente, che anche questi interventi si sono molto assottigliati durante degli ultimi governi.

Ma il freno più importante alla crescita del sud è costituito dalla fragilità della Rule of law, tanto nella sfera privata quanto in quella pubblica.

La criminalità organizzata, così come la pubblica corruzione, sono sempre presenti nei dibattiti e nelle dichiarazioni soprattutto di alcuni maitre-à-penser, ma secondo declinazioni più di carattere moraleggiante che di carattere economico sostanziale. Invece, la dottrina economica è unanime nel connettere l’illegalità e la corruzione con l’arretratezza: per prosperare una società aperta necessita di una pubblica amministrazione efficiente, che garantisca l’erogazione di servizi adeguati e imponga regole di mercato efficaci e trasparenti, necessita di meccanismi di prevenzione e repressione della criminalità severi e rapidi. Peraltro, in mancanza di queste condizioni anche gli investimenti pubblici rischiano di essere deviati dalle loro finalità originali ed alimentare proprio i circuiti criminali ed il sottosviluppo.

Non è questione di presenza fisica dei meccanismi di corruttela della pubblica amministrazione o degli operatori della criminalità organizzata, che sono oramai diffusi un po’ in tutto il territorio nazionale, ma della loro pervasività, della capacità di influenzare, condizionare i più minuti ambiti della società, occupare aree di territorio sottraendoli alla civitas.

Il dilagare della capacità di controllo del territorio da parte della criminalità organizzata trova alimento non tanto dalla disoccupazione, quanto dall’insufficiente presenza dello Stato, dall’insufficiente enforcement della Rule of law. Un pusher guadagna tra i 1.500 e i 2.000 euro al mese per distribuire dei “prodotti” a soggetti deboli, in condizioni di monopolio; il dramma della disoccupazione lo costringe a scegliere tra questo lavoro e nessun lavoro. Ma se il lavoro ci fosse, dovrebbe scegliere tra un lavoro lecito, con mansioni assai più impegnative e stipendi più bassi, e la sua “occupazione” di pusher, meno faticosa e più remunerativa. La retorica della “voglia di lavorare” non aiuta a comprendere né ad affrontare le questioni sostanziali: l’alimento principale della manodopera criminale non è l’assenza di lavoro lecito, ma la sussistenza della possibilità di scegliere il lavoro illecito senza correre particolari rischi. Un adeguato sistema di repressione e punizione renderebbe inesistente o rischiosissima tale scelta.

E’, forse, il momento di aprire una riflessione su strumenti di legislazione speciale per questi fenomeni, come quelli pensati a fine anni ’80 / inizio anni ’90, e per ragionare sul rafforzamento di strumenti di law & order ad impatto più immediato (svuotamento delle carceri dagli immigrati in carcerazione preventiva, riduzione delle misure cautelari e punitive alternative, rifinanziamento delle forze dell’ordine, incremento visibile del presidio fisico del territorio).

Un altro ambito in cui si manifesta il medesimo affievolimento della Rule of law è la pubblica amministrazione. Chiunque opera in stretto contatto con le pubbliche amministrazioni locali meridionali può confermare la sensazione di un senso di legalità diverso, di una soglia di accettabilità delle micro-illegalità più elevata, di concetti di “lecito” più ampi ed inclusivi; questo è vero per i livelli politici (si pensi alla battaglia di de Magistris sul “debito ingiusto”) ma anche per dirigenti e funzionari (ogni atto politico e amministrativo passa sempre attraverso la firma di più soggetti) ed è attraverso questi ultimi che passa l’azione concreta, quotidiana della pubblica amministrazione. Senza una buona pubblica amministrazione nessuna scelta politica può tradursi in benefici concreti per la collettività. Se la pubblica amministrazione locale è scadente, le spinte alla devoluzione e alla sussidiarietà non solo sono inefficaci, ma sono addirittura nocive.

Anche in questo campo è possibile compiere passi in avanti significativi, accompagnando strumenti di natura straordinaria (il ripensamento della normativa sul dissesto, un più ampio e pregnante ricorso a commissariamenti anche ad acta, la riarticolazione della devoluzione in modo da riconoscere le disomogeneità del territorio nazionale) al rafforzamento di strumenti ordinari (individuazione di livelli minimi di servizi locali da erogare su tutto il territorio nazionale, politiche attive del personale con premi e sanzioni effettive, informatizzazione e digitalizzazione con scambi dati accentrati, sul modello dell’agenzia delle entrate, aumento dei poteri di controllo delle prefetture e delle sezioni locali delle corti dei conti).

Tanto il presidio del territorio, quanto la vigilanza sulle pubbliche amministrazioni locali sono competenze precipue dello Stato centrale ed in particolare del ministero degli interni. Sarebbe auspicabile una riflessione approfondita sul ripensamento delle politiche del Viminale, riconosciute anche come fattore chiave per lo sviluppo economico del Paese, ed in particolare del meridione, con la consapevolezza che senza un adeguato enforcement della Rule of law tutte le politiche di sviluppo, di responsabilizzazione e sussidiarietà, di infrastrutturazione sono destinate ad essere inefficaci.

Non dimenticando che in tempi recenti una delle stagioni più felici della lotta alla camorra si è avuta quando alla scrivania di Scelba sedeva Roberto Maroni.

 

fiumeRaffaele Fiume

Professore ordinario di economia aziendale

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”