Migranti, il problema è ben altro (a proposito dei flussi migratori verso l’Italia) – F. Cavalla

  • PDF

migrantitorinoSappiamo in molti quanto sia fastidioso il fatto che un intervistato, di qualsiasi provenienza e livello, ad una domanda postagli risponda: il problema è ben altro; in tal modo eludendo le domande e/o mascherando la propria ignoranza sul tema proposto. Ma quando si sentono certe risposte sul problema dei migranti - divenuto incandescente dopo la decisione del ministero dell’interno italiano di chiudere i porti per certe navi riconducibili ad organizzazioni non governative – non si può fare a meno di pensare che “il problema è ben altro”: dato che chi interviene sull’argomento raramente mette in chiaro le conseguenze delle sue proposte; e sono proprio le conseguenze (la questione della loro sopportabilità) a rendere tutte ugualmente problematiche le tesi che più frequentemente si contrappongono.

Invero le voci levatesi in ogni dove e da ogni parte possono quasi tutte raccogliersi in due tesi. Per la prima: chi si dirige verso le nostre coste è persona umana e disperata e va comunque soccorsa e accolta. Per la seconda: nessuno stato può tollerare che un numero indefinito di persone entri nel suo territorio senza alcun controllo perché ciò metterebbe in crisi irreversibile l’organizzazione, l’economia e la sicurezza dei cittadini. La prima tesi sembra avere dalla sua un valore universale e incontestabile, quale è quello della dignità umana; la seconda è egualmente incontestabile in linea di principio ma innesca inevitabilmente un dibattito sui limiti oltre i quali l’accoglienza diventerebbe effettivamente pericolosa. Ora, per vedere come rispetto alle due opinioni veramente il problema sia un altro, occorre ricordare alcune cose che tutti (o quasi) sanno, ne tacciano a meno.

a) l’arrivo dei migranti sulle nostre coste è gestito ed incrementato da bande di criminali senza scrupoli che spesso reclutano gli africani per trasformarli in oggetti di traffico e che certo non hanno a cuore il rispetto dei diritti umani;

b) ben pochi tra i migranti sono coloro che hanno diritto alla qualifica di “profugo” secondo le leggi internazionali;
c) molte (non tutte) le navi Ong hanno aspettato i barconi sul limite delle acque territoriali libiche per trasbordare direttamente gli occupanti sulle coste italiane: così connivendo con gli scafisti e completando il loro sporco lavoro; così traendone profitti che, se non economici, certo attengono alla giustificazione della presenza ed operatività delle Ong stesse;

d) il flusso dei migranti dall’Africa non è occasionale o temporaneo, sicché è impossibile fare previsioni sensate sull’entità degli impegni necessari all’accoglienza;

e) la Francia, la Germania, l’Europa, il mondo non hanno nessuna intenzione di aiutare spontaneamente l’Italia nella gestione dei migranti perché – è ormai chiaro – nessuno li vuole, essendo troppo comodo per tutti gli stati fare prediche moralistiche e scaricare su altri gli oneri effettivi che esse comportano.

f) la massa dei rifugiati in Italia è del tutto ingestibile: alcuni vengono tenuti nell’inattività per anni; alcuni vivono di traffico di droga ed altri espedienti poco puliti; alcuni vengono ignobilmente sfruttati; alcuni scompaiono letteralmente nel nulla, come è ormai accertato per un numero impressionante di minori non accompagnati.

Stando così le cose, la prima delle tesi sopra riportate andrebbe riformulata così: una vita umana in pericolo va comunque salvata, e protetta poi, senza curarsi di chi e come l’abbia messa nei guai permettendo così di fatto che certi delinquenti proseguano indefinitamente nella loro opera attentatrice di diritti e vite umane. Così proposta la tesi non può ricevere tranquilla approvazione. Infatti il principio generale secondo cui le vittime vanno protette entra in contraddizione se la protezione di alcune vittime importa un incremento smisurato del numero di altre vittime; è alquanto ridicolo pensare che si possano difendere i diritti umani moltiplicando il numero di coloro che li offendono.

La seconda tesi poi andrebbe così riformulata: la difesa dei confini di uno stato, della sua organizzazione, del soccorso che deve prestare ai suoi cittadini può anche comportare il sacrificio di vite innocenti. Neanche questa tesi può ricevere immediata approvazione. Infatti il valore di ogni singola vita umana è infinito: e non può essere sacrificato all’ottenimento di nessuna utilità, anche nobile e diffusa. Si ripropone ai nostri giorni in scala ridotta (non poi troppo) il problema relativo allo sgancio della bomba atomica nel ’45: era lecito sterminare un numero ingentissimo di cittadini inermi per accelerare la fine di massacri che si perpetravano in ogni parte del mondo? Si sa quale fu la risposta storica; ma si sa anche che tale risposta non ha posto fine a dubbi, perplessità, riprovazioni.

E allora? Allora il problema è questo: è possibile nel breve periodo salvare vite umane in pericolo da un determinato agente e, nello stesso tempo, impedire che lo stesso agente minacci altre vite attraverso una grande serie di azioni illegali? Messa nei suoi termini finalmente reali – lo si vede subito – la domanda riceve un’unica risposta: no, è impossibile. Perché è impossibile salvare vite ed evitare di essere complici di assassini? Perché l’agente malefico (i trafficanti, la malavita, gli interessi tribali che prosperano sulla pelle dei migranti) è incontrollabile. L’agente non sta dentro uno stato (come sarebbe per un delinquente comune) e non è quindi perseguibile dallo stato, ma sta fuori dello stato e perciò non controllabile. Per controllarlo (farlo desistere) e a un tempo salvare chi è attualmente in pericolo, occorrerebbero mezzi, capacità e strutture che sono oggi oltre le possibilità di qualsiasi singolo stato europeo.

E dunque? Bisogna che anime belle e reattivi incavolati, da qualunque parte stiano, si rendano finalmente conto che tanto l’uomo singolo quanto l’organismo dello stato hanno dei limiti, sempre e comunque: volerne uscire significa provocare danni incalcolabili a tutti. Si tratta di limiti fisici: posso agire efficacemente solo dove la mia volontà non trova ostacoli di principio insormontabili; il che per lo stato corrisponde al suo territorio e alle acque territoriali. Si tratta di limiti morali: debbo rispondere solo di ciò che ho causato o che potevo reprimere nell’ambito dei miei limiti fisici. Nessuno può essere responsabile di tutti i mali del mondo. Predicatori di diritti, misericordie universali, soccorsi a tutti ad ogni costo se lo dovrebbero ficcare in testa una volta per tutte. Un conto è il piano religioso che ha per prospettiva la fine dei tempi, ove il Bene Assoluto sarà tutto per tutti, e un conto è il piano politico dove alla fine dei tempi si giunge gradino dopo gradino, e in ogni gradino si fa il bene possibile nelle circostanze.

Si può concludere. Naufragi entro le acque territoriali italiane? Lo stato è obbligato non solo a salvare ma anche ad accogliere i salvati: procederà poi a discernere chi ha diritto a restare sul suolo italiano e chi no. Naufragi fuori delle acque territoriali? Chiunque si trovi nei pressi ha l’obbligo assoluto di trarre in salvo i naufraghi: le vite sono sacre. Ma poi non viene in Italia: se arriva nel nostro suolo si rende complice del traffico di uomini e dei futuri tentati omicidi che certamente saranno perpetrati dai trafficanti. La nave che arriva in Italia va sequestrata e suoi ufficiali processati. E, sia chiaro, non vanno processati perché hanno salvato vite umane, ma perché contribuiscono a che altre vite siano gravemente minacciate. Ci sono le norme? Queste si trovano o si pongono.

Le Ong o altre organizzazioni che doverosamente salvano altrettanto doverosamente riportano i salvati da dove sono venuti. Ma in Libia le condizioni di vita sono durissime… Non le ha poste in essere lo stato italiano e perciò non può né deve risponderne. (Del resto cosa faceva il tanto osannato Minniti con i suoi famosi accordi con le tribù libiche? Non mirava forse ad impedire la partenza dalla Libia? Che differenza c’è, quanto alla durezza della vita sul suolo africano, tra l’impedire di allontanarsene e il riportarvi chi non è riuscito ad allontanarsi?).

Una guerra contro organizzazioni di trafficanti o accordi economici con le stesse? Potrebbe anche essere il male minore: ma certo non è affare di un solo giorno né di un solo stato; e chissà mai se e quando l’Europa prenderò una decisione in tal senso.

 

cavallaFrancesco Cavalla

professore emerito di filosofia del diritto

Università di Padova