Il "bene", il "male" e l'immigrazione – G. Valditara

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immigratimaniUna brillante inchiesta de Il Tempo ha ribaltato il giudizio morale corrente: su 100 noti personaggi dichiaratamente di sinistra, pubblicamente esposti a favore di una politica delle porte aperte all'immigrazione, solo 4 si sono detti disponibili ad accogliere temporaneamente, a casa propria, un immigrato in difficoltà. Cosa è dunque la generosità (e la eticità) al tempo del politicamente corretto? La vulgata corrente denuncia come "cattivi" i cosiddetti "sovranisti", detti altrimenti "populisti", "buoni" sarebbero invece i "globalisti". Ma cosa è il bene e cosa è il male? Proprio il relativismo tanto caro ai "progressisti" dovrebbe indurre a molta prudenza prima di affibbiare patenti di "bontà" o di "cattiveria". Da queste prime riflessioni esce un'immagine del fronte "progressista" piena di ipocrisia, ricca di nevrotiche contraddizioni. Un fronte che proprio nel segno del relativismo etico non ha alcuna legittimità per definire i contorni del "bene" e del "male". Il mondo "progressista" appare piuttosto frequentemente caratterizzato da forme di narcisismo elevato, accompagnato da massicce dosi di utopismo o più semplicemente da una grave mancanza del senso di realtà.

Ma cosa è dunque "bene" o "male" nel tema oggi più scottante e divisivo che è quello della immigrazione?

Parto da due considerazioni che ritrovo nel pensiero che sta a fondamento della nostra civiltà: il bene è ciò che è utile e vantaggioso per una comunità, concezione materialistica; il bene è ciò che corrisponde all'idea di amore verso il prossimo, concezione etica. Apparentemente le due concezioni possono non coincidere. Nel caso della immigrazione le coincidenze sono molto forti. Approfondiamole. È utile e vantaggioso per la comunità italiana aprire le porte a chiunque voglia venire in Italia? Con buona pace della confusione che crea, per esempio, ripetutamente, Tito Boeri, qui non si parla del tornitore che viene espressamente richiesto da un'impresa meccanica bergamasca, del ricercatore di eccellenza che potrebbe arricchire il nostro sistema universitario, della colf bulgara, rumena, filippina o peruviana che è disponibile a prendersi cura dei nostri anziani. Si tratta di rispondere ad un quesito semplice: è utile e vantaggioso per gli italiani spalancare le porte, cancellare i confini, accogliere chiunque voglia venire in Italia? Direi di no. Non servono dimostrazioni sottili, se lo dovessi chiedere ad una persona di normale buon senso, e cioè di sano realismo, mi direbbe spontaneamente: no. Non è utile perché dovremmo accogliere centinaia di migliaia, in prospettiva milioni di persone non necessarie al nostro sistema produttivo, soprattutto nell'ottica della cosiddetta rivoluzione 4.0; una folla non richiesta, bensì subita, fonte di sprechi di risorse importanti per la crescita del nostro sistema produttivo. Dunque la politica delle porte aperte non è un "bene" per una concezione materialistica.

Ma è forse un bene per una concezione etica? Per dare una risposta dobbiamo innanzitutto pensare a quale sia la prospettiva che noi lasceremmo, qualora aprissimo le porte, alle generazioni future nel nostro Paese? Un aumento della precarietà, della conflittualità, della povertà, probabilmente della criminalità, certamente della insicurezza. Parliamo sempre ovviamente della ipotesi assai verosimile che, senza una seria politica di regolamentazione dei flussi migratori, di regole certe e fatte rispettare, di chiarezza ed autorevolezza della nostra politica estera e della sicurezza, milioni di immigrati da Paesi in via di sviluppo, senza qualifiche e con valori di riferimento spesso molto diversi dai nostri, scelgano di venire in Italia. Ma allora è un atto di amore verso di loro? Siccome nessuna persona seria può immaginare che si arrivi a viaggi legali e organizzati Africa (ma anche Asia) verso Europa, esporremmo un numero crescente di persone alle sevizie, ai ricatti di trafficanti senza scrupoli, ai pericoli di una vera e propria "tratta", li priveremmo di risorse economiche non indifferenti, versate nelle tasche dei trafficanti, non irrilevanti nelle società da cui provengono, favoriremmo il crescere di una mafia che già oggi è seconda al mondo dopo il narco-traffico. Priveremmo gli Stati di origine di risorse umane preziose senza avere la capacità di integrare e di accogliere decorosamente milioni di potenziali nuovi arrivi, lasciando la gran parte di questi in balia di criminali, di sfruttatori di lavoro in nero, in condizioni di vita precarie, spesso degradanti e senza prospettive, come già oggi avviene, pur con numeri molto inferiori rispetto a quelli potenziali.

Dunque la politica delle porte aperte, dell'accoglienza senza discernimento, dell'abbattimento dei confini, di una assenza di "muri" è il "male" in quanto non è utile nè vantaggiosa e nemmeno appare un gesto di vero amore verso il "prossimo", vicino e lontano. Sembra piuttosto una politica "infantile", incapace cioè di dire e di accettare dei "no", una politica che non riconosce l'esistenza di doveri, accanto e talvolta prima di diritti, che rifiuta la responsabilità come principio cardine di una società organizzata. È la politica dei narcisi che si beano dei "bei gesti" senza sostanza.

Di certo, sotto il profilo etico sarebbe un "male" anche la indifferenza. Ed è su questo che si deve giocare la sfida fra persone di buon senso, cioè, in sostanza, come governare in modo intelligente una questione che implica anche drammi umani, e bisogni diffusi.

Ma è ben chiaro come l'attenzione e la preoccupazione per i problemi altrui sono cosa ben diversa dalla "accoglienza" a tutti i costi.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma