USA, rapporto sulla giustizia – C. Taddei

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giustiziausaAtteso da molti mesi, quasi certamente completato da mesi, a metà giugno 2018 viene reso pubblico negli USA il rapporto dell’Ispettore Generale (IG) del Dipartimento Giustizia sugli illeciti commessi da Hillary Clinton nella gestione delle comunicazioni via mail, quando era Segretario di Stato. Non viene invece resa pubblica quella parte del rapporto che riguarda la fase iniziale dell’indagine del procuratore speciale Mueller: i modi in cui l’indagine ha preso avvio, le richieste (basate su documenti falsi) al tribunale FISA per autorizzare la sorveglianza, l’inserimento di uno o più “informatori” nella squadra di Trump prima delle elezioni del 2016, l’incarico da parte della ditta Fusion GPS, finanziata dai vertici dei Democratici, a un agente inglese (Chris Steele) di compilare un dossier di accuse verso Trump, ed altro. Di conseguenza, ciò che diventa pubblico non concerne la questione più importante: il fatto che il vice ministro della Giustizia Rosenstein abbia autorizzato l’indagine di un procuratore speciale, il quale ha agito senza supervisione e con un budget illimitato, benché non vi fosse un crimine da indagare, dal momento che la “collusione” di Trump e della sua campagna elettorale con agenti russi non è mai esistita. Con pesanti e deleterie conseguenze per il paese, i faziosi procuratori al servizio di Mueller si sono mossi per cercare un crimine, cioè nella speranza di trovarlo, e non per indagare un illecito documentato. È previsto che anche la seconda parte del rapporto dell’IG venga resa nota. In ogni caso, il detto: giustizia ritardata, giustizia negata, è valido su entrambi le sponde dell’Atlantico. 

In modo premeditato, il rapporto dell’IG viene pubblicato in una settimana incandescente per la politica americana, mentre sono in corso le polemiche seguite al G-7, mentre Trump è in volo per tornare da Singapore, mentre infuria la battaglia sulle tariffe, e mentre in Congresso si vota su leggi cruciali, anzitutto la riforma dell’immigrazione (che non viene approvata). Appare probabile che sul testo del rapporto dell’IG vi siano state piccole correzioni; di certo, il nome di Obama è stato cancellato. Nonostante ciò, il rapporto rende evidente quanto politicamente corrotta fosse la gestione del Dipartimento Giustizia e dell’FBI nel governo Obama, e quanto tale gestione rimanga contaminata dall’influenza di Rosenstein e dalla latitanza, purtroppo, del ministro Jeff Sessions per tutto quanto ha relazione con l’indagine di Mueller (a seguito dell’errore di Sessions, nel febbraio 2017, di “ricusarsi”, cioè escludersi, da quella che era allora un’indagine di contro-intelligence sulla “collusione”; in realtà, chi avrebbe dovuto “ricusarsi” era Rosenstein, per i suoi legami con l’ex direttore dell’FBI Comey). La presidenza Obama ha rovinato o ha reso peggiori molte cose: pensiamo alla difesa, o alla politica dell’immigrazione, o alla diffusione della droga, o alla convivenza sociale. Danni misurabili, conseguenza di brutte ideologie, essa ha portato anche all’FBI e alla Giustizia. 

Il fatto che il rapporto dell’IG divenuto pubblico riguardi l’indagine sulle email di Hillary significa che il protagonista (negativo) del rapporto è Comey, e non Mueller; e ciò ne diminuisce l’attualità e dunque l’interesse. Hillary appartiene al passato. Sulla conferma che Hillary ha commesso azioni non conformi alla legge, c’è poco tempo per soffermarsi. Stessa cosa per Comey: il rapporto giustifica pienamente il fatto che Trump, nel maggio 2017, lo abbia licenziato, e documenta parzialità e in qualche caso corruzione nei vertici dell’FBI. Ciò è sconcertante e, come molti hanno detto, è offensivo per le migliaia di agenti che vi lavorano ogni giorno duramente e con pericolo. Ma, nonostante i suoi vanagloriosi tentativi di tornare alla ribalta (con un libro di memorie), anche Comey appartiene al passato, e sulle irregolarità da lui commesse saranno i giudici a decidere se esse richiedano un’imputazione criminale. L’FBI di cui vi è urgenza di parlare è quello attuale. Sono le dichiarazioni dell’attuale direttore Wray che richiedono la massima attenzione, e che inducono a preoccupazione. Pur con questi limiti, il rapporto di Horowitz ha un significativo interesse politico, ed è necessario denunciare l’impresa dei maggiori media americani di parlarne il meno possibile. Impresa a cui si sono adeguati i più diffusi media italiani, che lo hanno ignorato. 

Il rapporto di un IG non è la Bibbia. Esso viene considerato al di sopra delle parti, e Horowitz è persona stimata. Ma in passato è già accaduto che il rapporto di un IG servisse per mettere a tacere illeciti compiuti nelle agenzie di governo: durante la presidenza Obama fu così per gli illeciti compiuti dall’Agenzia delle Entrate (IRS) e dalla sua direttrice Lerner, con le azioni discriminanti a danno del Tea Party e altri gruppi conservatori. Nel giugno 2018 il rapporto di Horowitz, dopo aver documentato in alcuni dei protagonisti (come il funzionario dell’FBI Strzok, che fu al vertice dell’indagine su Hillary e poi per alcuni mesi di quella sulla “collusione” con i russi) livelli di faziosità e di infrazione delle regole professionali che per un cittadino comune sarebbero causa di procedimenti penali, si conclude indicando un rimedio sottotono e ovvio, cioè che i funzionari della Giustizia dovrebbero seguire le leggi. Si conclude anche con l’accusa di “insubordinazione” per Comey e di irregolarità per l’indagine da lui condotta, ma affermando di non aver trovato “prove” che ciò fosse dovuto a “faziosità politica”. Il che è assurdo, perché la faziosità è il fondamento di tutto ciò che il rapporto riferisce. Le conclusioni di Horowitz sono misurate, ma i fatti che egli riporta sono schiaccianti: la giustizia di Obama ha abusato della sua autorità, ha ingannato il pubblico, ha cercato di fermare Trump, ha posto le premesse per la guerra a Trump che ha fatto seguito alle elezioni. Il rapporto riferisce comunicazioni nelle quali funzionari dell’FBI incaricati dell’indagine e procuratori parlano di Trump e dei suoi elettori in modo dispregiativo, e si impegnano a “fermare” Trump. Tra gli altri illeciti, vi è quello che tali comunicazioni e documenti non sono stati consegnati alla Commissione Intelligence della Camera, che per mesi ne aveva fatto richiesta (come ha documentato il capo della Commissione, il Repubblicano Nunes). Il responsabile finale di tale occultamento è quasi certamente Rosenstein. Nel complesso, nei modi in cui è avvenuta la pubblicazione del rapporto dell’IG, con le sue conclusioni non coerenti con i contenuti del rapporto, e con il trattamento che i media ne hanno fatto (cioè trascurandolo e gonfiando notizie manipolate in arrivo dal confine con il Messico, per non lasciare il rapporto sotto la luce dei riflettori), siamo davanti a un’altra manifestazione dello “stato profondo” (globalista, immigrazionista, liberal) che difende se stesso, distorce e marginalizza le indagini, protegge la palude di interessi che vede Trump e il suo programma conservator-populista come una minaccia. 

La nomina del procuratore speciale Mueller e l’intera indagine sulla mai avvenuta “collusione” sono screditate e contaminate dalle evidenze di faziosità e intento politico ai vertici dell’FBI, della CIA e della Giustizia di Obama. Gli investigatori al vertice dell’inchiesta sulle mail di Hillary, che il rapporto dell’IG dichiara gestita in modo arbitrario, furono confermati al vertice dell’indagine “russa”. Nel 2016 funzionari dell’FBI, della CIA e di altre burocrazie federali agirono nella convinzione che le iniziative per fermare Trump sarebbero state apprezzate, e non punite, dal futuro presidente Clinton. Nel 2017 e 2018, con Trump presidente, l’ex direttore della CIA Brennan e l’ex direttore della National Intelligence Clapper hanno mentito, benché sotto giuramento, al Congresso. Anziché essere denunciati dai media, entrambi sono convocati a frequenti apparizioni televisive. Delle loro azioni, come dello spionaggio nei confronti del partito di opposizione (il motivo per cui Nixon fu destituito), Obama era a corrente. Obama, la Rice che era suo consigliere, e Brennan (soltanto Obama poteva mettere a capo della CIA Brennan, una persona che a 21 anni si era dichiarata “comunista”; riguardo a Brennan, Roger Stone, ex consulente di Trump, in un momento di ottimismo ha detto che “finirà i suoi giorni in un penitenziario federale”) autorizzarono le azioni contro Trump; Clapper e Comey le eseguirono. Le agenzie federali furono usate nel governo Obama per mantenere il potere. L’indagine-truffa di Mueller è stata la prosecuzione dell’impresa. L’indagine di Comey su Hillary è lo specchio distorto dell’indagine di Mueller e della sua ingiustificata invadenza. Comey assolve tutto, Mueller e i suoi avvocati scavano in ogni anfratto delle azioni di alcuni collaboratori di Trump, cercando persino di capovolgere le loro testimonianze con la minaccia di esorbitanti costi legali per evitare la detenzione (è accaduto con Mike Flynn). Anziché essere denunciata, la macchinazione per bloccare il governo Trump viene assecondata da gran parte dei media. 

Come hanno notato osservatori credibili, il danno recato dal rapporto dell’IG all’immagine dell’FBI è motivo di preoccupazione. Per i vertici dell’FBI è difficile rimanere credibili quando viene certificato ciò che già sapevamo da oltre un anno: che l’ex direttore Comey ha fatto pervenire alla stampa (al New York Times) rapporti artefatti con l’intento di promuovere la nomina di un procuratore speciale, Mueller, a cui era legato da un lungo sodalizio. O rimanere credibili quando viene certificato che i faziosi agenti investigativi dell’FBI (Peter Strzok, la sua colombella innamorata, la collega Lisa Page, e almeno altri tre) sono rimasti per mesi al servizio di Mueller. Quanto alla credibilità dell’indagine di Mueller, essa è a pezzi: sei investigatori rimossi dall’FBI e trasferiti ad altri incarichi; il procuratore d’assalto di Mueller, Weissman, già screditato in precedenti casi giudiziari, che ammette di aver donato 36 mila dollari alla campagna di Hillary; il vice ministro Rosenstein che non consegna alla Commissione Intelligence della Camera i documenti richiesti, e si trova a un passo da un giustificato impeachment; ed altro. Il governo Trump, se ne ha la forza, deve smantellare un sistema di giustizia che si è rivelato a due livelli: uno per gli amici, un altro per chi minaccia lo status quo. Come non possono sopravvivere con l’attuale livello di immigrazione, così gli USA non possono sopravvivere, come nazione coesa e potente, senza restituire credibilità alla giustizia. 

Aggiungerei che un dato inquietante è la credibilità dell’attuale direttore dell’FBI, Wray, che insieme a Horowitz ha presentato il rapporto dell’IG in Congresso. Non introduco dubbi sull’onestà di Horowitz, che nelle apparizioni TV abbiamo visto uomo di fattezze grosse, rassicurante, vagamente bolso, come un curato di campagna d’altri tempi. Trovo invece inadeguato che Wray, mentre affermava correttamente che le malefatte si riferiscono a un ristretto numero di individui nell’FBI e non riflettono l’operato delle migliaia di agenti che ogni giorno compiono il loro dovere, abbia poi insistito sulla tesi che i difetti nell’indagine di Comey non erano scelte politiche, bensì “errori di giudizio, che giudichiamo tali con il senno di poi”: non è così, Mr. Wray. E dunque per l’America di Trump si apre la domanda angosciosa se Wray sia onesto a sufficienza e adeguato a un incarico che richiede un pugno di ferro, mai come da quando Edgar Hoover lasciò l’edificio, sede dell’FBI, che porta il suo nome. 

Gli eventi mediatici che hanno accompagnato la pubblicazione del rapporto hanno contribuito al profilo basso tenuto dalla Casa Bianca nei confronti di quanto l’IG ha documentato. Ci possiamo chiedere i motivi di un atteggiamento così rilassato da parte di Trump e della sua squadra. Il primo motivo è che i media raccontano una storia diversa, e in questo periodo, con la crisi immigratoria sul confine con il Messico, abbiamo visto quanto sia difficile scavalcare la disonestà di un’informazione che vende, con giubilante seguito globale, fotografie di bambini piangenti sul confine come un ciarlatano vende conigli che escono dal cilindro. Un secondo motivo è che, per Trump, sarebbe cattiva politica rimuovere Mueller e chiudere un’indagine che non ha mai avuto giustificazione: se Trump lo facesse, le accuse di “ostruire” la giustizia sono pronte. Sono il latitante Sessions e l’attivo Rosenstein che dovrebbero chiudere l’indagine, licenziare i procuratori che lavorano per Mueller (e che sono costati 18 milioni di dollari al contribuente americano), e incaricare i molti agenti onesti dell’FBI di indagare gli illeciti emersi dal rapporto dell’IG. Tra questi illeciti, vi è anche la piccola corruzione di giornalisti e attivisti mediatici che hanno – scrive Horowitz – comprato fughe di notizie da funzionari governativi con modesti doni (biglietti di eventi sportivi, pranzi, e così via). Il pur cauto rapporto dell’IG segnala che le azioni di Mueller – le accuse, le convocazioni, le indiscrezioni – sono, come le ha definite un editoriale del Wall Street Journal, i frutti di un albero avvelenato. Quando e se la seconda parte dell’indagine di Horowitz verrà resa nota, il fatto che la nomina e l’inchiesta di un procuratore speciale fossero ingiustificate e forse illegittime diverrà pubblico. 

Il quadro più ampio è quello di un Dipartimento Giustizia che la presidenza Obama ha trasformato in una struttura politica, dove Rosenstein è un perno dello schema. Lo “stato profondo” e i maggiori media americani hanno fatto di tutto per evitare tale conclusione: hanno pubblicato il rapporto nel momento più adeguato ai loro scopi, e poi l’hanno occultato con l’indecente falsificazione della crisi sul confine messicano. Inutile dire che i maggiori media italiani si sono adeguati, con sordida incompetenza. 

I media americani che hanno commentato il rapporto dell’IG ne hanno sottolineato le conclusioni eufemistiche, non supportate dai dati riferiti in precedenza: conclusioni secondo cui l’ispettore non ha trovato “prove documentarie” che le irregolarità nell’indagine di Comey fossero dovute a un progetto politico. Giudici credibili affermano che di molti crimini non vi sono “prove documentarie”; e da molti messaggi nel rapporto dell’IG l’intenzione politica traspira in modo ingombrante. Ciò non è arrivato all’opinione pubblica. Dunque hanno vinto i media? Di certo essi hanno trovato un efficace strumento nella disonesta propaganda, buonista e disinformata oppure falsa, che ha circondato le vicende sul confine messicano. In vista delle elezioni di novembre, i maggiori media americani sono divenuti l’ufficio stampa dei Democratici, i quali, a loro volta, hanno abbracciato l’estremismo dei confini aperti. Quei media non denunciano nemmeno gli psicotici attacchi contro Trump, o la moglie Melania, o la figlia Ivanka, verso cui su reti TV come CNN e MSNBC si sono pronunciati insulti da trivio. Nemmeno quando, dalla fogna di Hollywood, si è alzata la voce di un attore (Peter Fonda) per auspicare che il figlio di 12 anni di Melania e Donald sia “chiuso in una gabbia insieme ai pedofili”, nemmeno in quel caso dai media anti-Trump è venuta la condanna di un’affermazione di carattere criminale. Né tale condanna è venuta quando sul web i balordi di turno, aizzati dalle immagini fuorvianti in arrivo dal confine messicano, hanno suggerito di agire contro la nipotina di 4 anni di Trump. La campagna di odio organizzato nei confronti di Trump, dei suoi familiari e di chi lavora con lui, richiede una Giustizia solida e disposta a intervenire (lo comprendiamo bene anche in Italia, dove l’odio organizzato, in questo periodo, verso il ministro Salvini è sostenuto da intellettuali ipocriti o corrotti, e rimane impunito). Calunnie e inviti ad azioni criminali, come quello di chi ha suggerito di sequestrare un figlio di Sarah Sanders, la portavoce della Casa Bianca, dovrebbero essere puniti con la detenzione. 

Un’opposizione squilibrata, fuori dai cardini della decenza, è la strada per la violenza politica. Dunque, in America, che fare? Sicuramente sperare in un esito delle elezioni di novembre che castighi un partito Democratico divenuto un indegno baluardo della reazione, nei suoi aspetti più ripugnanti. Però anche tra i Repubblicani vi sono esponenti non degni: per esempio, contro la recente proposta di riforma dell’immigrazione (la legge Goodlatte-McCaul, la migliore esistente sul tema in Congresso) hanno votato alla Camera 41 Repubblicani: lo hanno fatto perché rappresentano quel mondo del business che vuole l’immigrazione per avere lavoro sotto costo, oppure per assecondare nei loro distretti gli elettori (per lo più ispanici, in Florida o Texas). Riguardo alle conseguenze del rapporto dell’IG, tra le cose da fare vi è la necessità di denunciare gli abusi partigiani del governo Obama. Si deve mettere sotto accusa Rosenstein, e destituirlo. Mandare a casa Mueller. E sperare che gli istinti migliori della nazione americana, benché debilitata da una demografia corrosiva e da vizi radicati, consentano una resa dei conti nei confronti della reazione.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore