Sostenibilità delle immigrazioni – D. Ceccarelli Morolli

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immigrazionegraffitoIl fenomeno migratorio – soprattutto per il caso italiano – non può essere analizzato e affrontato all’interno di un quadro concettuale di tipo “ideologico”, ossia esso non può essere considerato come leva o tanto meno sponda di sostegno per un’ideologia politica o partitica. Al contrario, vi è una necessità impellente sul piano geopolitico a dover comprendere storicamente tale fenomeno alla luce di eventi che hanno letteralmente spazzato via i già fragili equilibri internazionali e interculturali, con la necessità di tentare di cogliere propedeuticamente i potenziali costi e benefici di qualsiasi trasformazione epocale.

Pertanto è sempre un errore pensare all’immigrazione come un bene assoluto o un male assoluto; piuttosto l’immigrazione è un fenomeno che va posto sotto un attento esame gestionale alla cui base vi siano chiari i principi della sostenibilità. Qualunque impostazione diversa produrrà danni sia ai migranti che alla popolazione residente, con conseguenze che – lo vediamo già dalle cronache – toccano spesso il dramma.

Il complesso fenomeno migratorio odierno obbliga gli Stati coinvolti a dover ragionare geopoliticamente sul problema, le cui soluzioni appaiono – al momento attuale – plurime e molte delle quali inconciliabili tra loro perché diametralmente opposte nelle soluzioni offerte.

In mezzo al proliferare di teorie e proposte, sembra sfuggire un punto fondamentale di reale necessità su chi debba accogliere e con quali strumenti. In pratica nessuno sembra porsi, con solida responsabilità umana e sociale, l’onere del reale problema cioè la sostenibilità dell’accoglienza. Infatti se la scienza della sostenibilità oggi sembra imporsi nei più svariati campi, al contrario stenta ad affermarsi nell’ambito dei Decision Maker. Pertanto il nodo cruciale da affrontare è quello di applicare i principi della sostenibilità al fenomeno migratorio pensando dal basso, cioè alle “cose pratiche” (sicurezza sociale, dignità per l’ospite, servizi sociali integrati, ecc.). Pensare alle “cose pratiche” significa che la classe dirigente di una nazione deve chiedersi in primis – e molto seriamente – fino a che punto si possa recepire in termini numerici un flusso migratorio. Da ciò ne discende la necessità di identificare un concreto “livello soglia”, per poi parlare di accoglienza e offrirla a coloro che ne abbiano diritto, senza doversi vergognare come uomini, cittadini e Istituzioni, grazie all’efficienza e all’efficacia di solide progettualità verificate sul campo.

Sostenibilità significa inoltre essere consapevoli dell’impatto che un flusso migratorio – numericamente consistente e più o meno costante nel tempo – possa produrre all’interno di una determinata società rispetto alle dinamiche socio-culturali che si attivano inevitabilmente in questi casi. Lo scontro in atto, in materia di presunte compatibilità o incompatibilità culturali sul versante tra integrazione e identità, spazia – sul tema usi e costumi – dal cibo al linguaggio scritto e orale. Interrogarsi intellettualmente e tecnicamente adesso su tali problematiche significa andare a tutelare alcune aree del globo da possibili e futuri fenomeni di Shattebelt o di balcanizzazione, evitando così il tanto temuto Clash of Civilizations.

Resta il tema immediato e di vastissima portata di contemperare esigenze umanitarie con quelle sociali e giuridiche. Proprio per questo quando si parla di sostenibilità del fenomeno migratorio si dovrebbe considerare che esso tocca inevitabilmente la dimensione etica del problema, poiché l’immigrazione riguarda gli esseri umani. Ciò apre ad alcune domande cruciali come ad esempio: è etico recepire solo i migranti più “efficienti” e quindi “scartare” gli altri? È etico accettare migranti con l’idea poi di sanare tramite il loro lavoro un disastrato sistema pensionistico? Quali effetti e modificazioni strutturali sul piano dei diritti acquisiti porta poi, nello “spazio” del lavoro, una nuova classe di lavoratori che, presi dal bisogno e dalla necessità, accettano di essere sottopagati?

Una sostenibilità dell’immigrazione implica la necessaria ricerca di una sostenibilità giuridica, con la conseguente possibilità di poter progettare e costruire anche nuovi strumenti giuridici. Del resto appare evidente che tale fenomeno epocale non possa più essere risolto per mezzo di leggi vetuste, promulgate quando il mondo era diverso. Il requisito cardine – sia giuridico che organizzativo – deve essere chiaro: il rispetto delle leggi in vigore nel paese ospitante. Un esempio per tutti può essere il principio della separazione tra Stato e religione, che è uno dei fondamenti, ormai plurisecolari, della civiltà occidentale.

Il momento storico che stiamo vivendo richiede la capacità di comprendere e governare geopoliticamente gli eventi in corso che – per dimensione e ridefinizione di ruoli e funzioni nella politica, nell’economica, come nella difesa dei singoli Stati – non possono essere gestiti dall’alto di sofisticate circumnavigazioni intellettuali, bensì governati nella piena consapevolezza della dimensione epocale.

Nessuna persona di buon senso può negare l’esistenza, in varie parti del mondo, di società multi-etniche, ma tale “presa di coscienza” non equivale a raccontare – viste le numerose criticità in atto – l’esistenza di comunità propedeuticamente “pronte” alla perfetta convivenza e armonia. Il tema reale quindi non è tenere insieme “a tutti i costi” comunità con usi e costumi legittimamente distinti, bensì vincere la sfida immane dell’integrazione di qualità sulla base delle complesse esperienze precedenti, di conoscenze reciproche e comuni assunzioni di responsabilità.

 

ceccarelli morolliDanilo Ceccarelli Morolli

professore associato di istituzioni di diritto romano

Università G. Marconi - Roma