Cosa serve all'Italia per crescere: qualche riflessione utile guardando alla nostra storia – G. Valditara

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pilcrescitaUn interessante articolo di Gianni Toniolo sulla evoluzione del Pil italiano dal 1500 ad oggi, pubblicato in occasione dei 150 anni dall'unità d'Italia, stimola alcune riflessioni che possono fornire qualche ispirazione anche per la realtà odierna. Intanto vi è un primo spunto interessante: fra XIII e XVI secolo l'Italia del Centro Nord era l'area più prospera d'Europa. Nel 1500 il Pil pro capite avrebbe superato del 35% la media dell'Europa occidentale, sarebbe stato quasi il doppio del Pil pro capite dei vari principati tedeschi, e significativamente superiore di quello di due stati unitari come Inghilterra e Francia. D'altro canto, come ricorda Paolo Grillo nel suo bel libro "Legnano 1176: una battaglia per la libertà", all'epoca del Barbarossa i liberi comuni lombardi erano i maggiori contribuenti dell'Impero, fornendo pagamenti in denaro, al contrario dei principati tedeschi che pagavano in natura.

La vitalità di comuni e signorie, indipendenti da ogni autorità superiore, aveva scatenato il "genio" italiano. Alla fine del XVIII secolo, dopo duecento anni di dominazioni straniere, ovvero di governi pontifici il cittadino medio dell'Italia del Centro Nord avrebbe goduto di un reddito di circa il 20% inferiore. Il punto più basso dal XIV secolo si sarebbe raggiunto all'epoca della dominazione napoleonica: alla faccia della pretesa "libertà" donata dai francesi, la crescita italiana era sprofondata. Nonostante ciò, ancora nel 1820 il Pil italiano sarebbe stato di poco inferiore a quello francese, da sempre stato unitario, e a quello dei vari stati tedeschi: 1.117 (dollari americani a parità di potere d'acquisto del 1990) contro 1.135. Qui troviamo tuttavia una importante differenza: il Regno Unito iniziava a surclassare ogni altro Paese d'Europa, Italia compresa con un Pil pro capite di ben 1.706 dollari. Nel 1870 la situazione era precipitata: 1.499 dollari l'Italia, 1.876 Francia e Germania, ben 3.031 il Regno Unito. Cosa era successo nel frattempo? La rivoluzione industriale con tutte le sue conseguenze in termini di investimenti infrastrutturali non aveva coinvolto se non marginalmente la Penisola. Basti un solo esempio: nel 1861 funzionavano in Italia 2.404 chilometri di ferrovie, quasi tutti concentrati nella Pianura Padana, a fronte degli 11.603 della Germania, e dei 14.603 del Regno Unito. I tassi di alfabetizzazione erano significativamente inferiori a quelli di Regno Unito e Germania. Così pure, dato che peraltro lo studio non considera, la qualità del sistema di ricerca di questi due Paesi era senz'altro superiore a quello italiano nel suo complesso: l'innovazione nella seconda metà del 1800 passava innanzitutto per le università tedesche e britanniche.

L'Italia inizia a crescere, e lo fa in modo dirompente fra la fine del 1800 e il 1929. Fra i dati che vengono considerati da Toniolo, in particolare per il periodo compreso fra la fine del 1800 e la prima guerra mondiale, si registrano: un più solido ed efficiente sistema bancario, una diffusione significativa della alfabetizzazione, un incremento della produttività del lavoro, lo sviluppo della grande e moderna impresa: Fiat, Pirelli, Falck, Ansaldo, Edison, Terni, fra gli esempi più significativi. È soprattutto il Nord Ovest che traina lo sviluppo del Paese. Un ruolo importante viene giocato fra l'altro dai due Politecnici di Milano e di Torino. Fra 1922 e 1925, si registra una crescita particolarmente elevata, con un Pil che raggiunse il 6.1%, ed una media di ben il 4% fra 1922 e 1929: la spinta decisionista, ed efficientista del fascismo, unita ad un sistema ancora liberale nell'economia, oltre allo sprigionarsi delle energie ricostruttive post belliche ebbero indubbiamente il loro peso.

Negli anni Trenta del 1900 la tendenza dell'Italia a convergere verso i Paesi più avanzati si ferma: fra 1929 e 1939, complice anche la "grande depressione", la crescita media fu dell'1%. La fuoriuscita dalla crisi del '29 fu in Italia più lenta che altrove: solo nel 1935 la produzione industriale italiana tornò ai valori del 1929. Fra le misure che Toniolo ritiene abbiano penalizzato l'economia italiana si registrano: l'introduzione di un sistema autarchico, la sopravvalutazione del tasso di cambio reale, gli stretti controlli sui tassi di cambio.

All'indomani della Seconda guerra mondiale l'Italia riprende a crescere. Parte la rincorsa che porterà il Paese a superare il Regno Unito negli anni '80 e ad avvicinarsi significativamente al Pil pro capite americano. Fra 1950 e 1973 il Pil pro capite crebbe in media del 5.3% all'anno, la produzione industriale dell'8.2% e la produttività del lavoro del 6.2%. Nel 1992 la convergenza sui principali Paesi occidentali era completata: il Pil pro capite italiano era pari a quello tedesco. Dopo circa 200 anni la grande rincorsa era conclusa.

Dal 1992 inizia la stasi. Tra 1992 e 2010 la crescita del Pil in Italia è stata della metà di quella francese, meno della metà di quella tedesca, un terzo di quella americana, quasi un quarto in meno di quella britannica.

Scrive Toniolo: "Nel corso degli anni Ottanta del Novecento, erano lentamente maturate nell'economia mondiale grandi trasformazioni, ignorate dall'industria, dai sindacati e dalla politica italiani. Tra il 1989 e il 1992 una serie di grandi shock cambiò improvvisamente il campo di gioco: una rivoluzione tecnologica; una rapida apertura dei mercati internazionali di beni, servizi e capitali (nota come "seconda globalizzazione"); un'accelerazione dell'integrazione europea che ha portato alla creazione dell'Unione Monetario; l'irreversibile emergere di due giganteschi paesi, Cina e India". I motivi del ritardo sempre più drammatico di crescita del nostro Paese sono correttamente individuati nella zavorra del debito pubblico, "ben al di là della presunta 'soglia critica' del 90%", nella riduzione delle dimensioni, e della produttività delle grandi imprese, nel passaggio dalla sottovalutazione alla sopravvalutazione del tasso di cambio reale. A questi fattori si aggiungerebbero alcune debolezze croniche quali intermediazione finanziaria definita una "foresta pietrificata", inadeguatezza degli investimenti in ricerca, pubblica amministrazione inefficiente, scarsa competizione nei mercati interni del prodotto e del lavoro, divario Nord-Sud, basso capitale umano e sociale, a cui si potrebbe aggiungere il ritardo infrastrutturale, e un crescente, oppressivo carico fiscale.

La coincidenza cronologica con l'inchiesta di Mani Pulite non appare tuttavia del tutto priva di significato, non certo perché si sia abbattuto un sistema partitocratico e corrotto, responsabile del degrado delle istituzioni, e della crescita del debito pubblico, quanto perché alla incapacità di ridurre significativamente la corruzione, i cui livelli, nonostante le sempre più numerose inchieste, sono rimasti sostanzialmente inalterati, è corrisposto un aumento esponenziale di regole, lacci, controlli, e una accentuazione del "penale" che ha spesso paralizzato o quanto meno rallentato la pubblica amministrazione e scoraggiato la propensione ad investire. Si può affermare che oggi uno dei problemi di crescita dell'Italia è rappresentato da un eccesso di burocrazia e dalla incertezza di un quadro normativo elefantiaco, contraddittorio, oppressivo, oltreché da una sempre più accentuata incertezza del diritto.

È riflettendo seriamente su questi temi che si potrà rilanciare un Paese che è stato grande, e che può ritornarlo, purché lo voglia.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma