Sovranità e Diritto Internazionale – G. Verdirame

  • PDF

mappamondo1Il diritto internazionale ha un rapporto complesso con il concetto di sovranità. La sovranità statuale ne è da sempre principio fondante, ma nel XX secolo si è fatta strada nell’ordinamento internazionale un’idea di sovranità diversa, espressione delle istanze di libertà politica dei popoli. Con l’adozione della Carta di San Francisco e il riconoscimento esplicito dell’autodeterminazione dei popoli come fine e principio fondamentale delle Nazioni Unite, il popolo stesso è divenuto soggetto giuridico del diritto internazionale. Come recita l’Articolo 1 del Patto sui Diritti Civili e Politici del 1966 (ripreso in termini identici dal Patto sui Diritti Economici, Sociali e Culturali), in virtù del diritto all’autodeterminazione i popoli “decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.”

Si discute nel diritto internazionale di autodeterminazione piuttosto che di sovranità popolare, quasi a non volere disturbare la centralità del tradizionale senso statuale della sovranità. Ma la terminologia non deve occultare l’evidente nesso tra il principio di autodeterminazione e l’idea stessa di sovranità popolare. Né deve sorprendere se, in una realtà internazionale dove le democrazie liberali sono ancora in minoranza, il principio di autodeterminazione non si sia sviluppato in chiave esplicitamente democratica. Ciononostante, per quanto imperfetto e incompiuto sul piano democratico, l’autodeterminazione resta principio centrale del diritto internazionale moderno, fondamento giuridico della decolonizzazione post-bellica e della creazione degli stati che ne derivarono.

A partire dalle fine degli anni ’50, proprio mentre il processo di decolonizzazione entrava nella sua fase più intensa e i popoli dell’Africa e dell’Asia si appropriavano del linguaggio della sovranità popolare, comincia a emergere in Europa una concezione della sovranità nuova, né statuale né popolare. Ne è protagonista Jean Monnet, padre fondante della Comunità Europea e sostenitore di un sovranazionalismo per molti aspetti liberale ma in ultima analisi non riconciliabile con il principio della sovranità popolare e la tradizione democratica.

Il sovranazionalismo di Monnet, che più di ogni altra tradizione o ideologia ha contribuito a formare il progetto comunitario europeo, era doppiamente anti-sovranista, ostile tanto alla sovranità statuale che alla sovranità popolare. Dopo la tragica esperienza del nazifascismo, per molti lo Stato, come suggeriva il titolo dell’ultimo libro di Ernst Cassirer pubblicato proprio nel 1945, andava visto come un mito, una sorta di superstizione politica dalla quale ci si doveva emancipare.

Altro elemento centrale della concezione sovranazionalista è la tecnocrazia. Già John Dewey in America, nel periodo tra le due Guerre, aveva messo in discussione il liberalismo robustamente democratico di matrice lincolniana, preferendovi una versione tecnocratico-scientifica dove l’aspetto popolare e democratico assumeva al più carattere procedurale piuttosto che sostanziale. Idee come “pooled sovereignty”, sviluppate da teorici di relazioni internazionali e studiosi di diritto europeo in tempi più recenti, si inseriscono proprio in questa deriva tecnocratica del liberalismo novecentesco. Non a caso i maggiori protagonisti della politica britannica del dopo-guerra, dal laburista Attlee al conservatore Eden, si opposero all’ingresso del Regno Unito nella CECA e, successivamente nella CEE, perché ritenevano l’impostazione tecnocratica scelta da Monnet essenzialmente contraria alla tradizione democratico-parlamentare britannica.

E’ importante notare che il sentimento anti-sovranista non trova espressione nelle costituzioni dell’immediato dopoguerra (come quella Italiana) né, come già visto, nella Carta delle Nazioni Unite. Delle diverse tradizioni politiche anti-fasciste – liberale, cristiano-democratica, socialista e anche comunista – nessuna era infatti ideologicamente anti-sovranista.

Altro momento importante nell’ evoluzione dell’idea di sovranità nel diritto internazionale fu la fine della Guerra Fredda. Sconfitto il totalitarismo di stampo comunista, le democrazie liberali occidentali avrebbero potuto spingere verso una trasformazione del diritto internazionale in senso espressamente democratico, completando la creazione di un ordine internazionale vicino all’ idee kantiane di pace democratica fondata sulla libertà di Stati, popoli e individui. Il momento era quanto mai propizio: alla fine degli anni Ottanta e negli anni Novanta, la democrazia cresceva e si rafforzava in Europa orientale, Africa, America Latina e anche Asia. 

Ciononostante, la democrazia intesa come principio di diritto internazionale non fece pressoché alcun progresso. Si perse dunque l’occasione di completare il lavoro iniziato con il riconoscimento della autodeterminazione dei popoli come principio e fine centrali del diritto internazionale. Si privilegiò invece – sia a livello europeo che internazionale – l’approccio sovranazionalista e tecnocratico. Il nuovo ordine mondiale che emerse negli anni ’90 non era dunque un ordine di democrazie e popoli sovrani, ma l’ ordine della “global governance” fatta di burocrazie internazionali e transnazionali, di corti e tribunali, e di “transnational networks” – di organismi e strutture cioè che, come disse Clement Attlee a proposito dell’ Autorità per il Carbone e l’Acciaio voluta da Monnet, sono “assolutamente non democratici e non rispondono a nessuno” (“utterly undemocratic and is responsible to nobody”).

Ecco dunque le contraddizioni in seno al diritto internazionale dei nostri giorni. Da un lato c’è l’ordine mondiale post-bellico fondato su sovranità statuale e autodeterminazione dei popoli che già racchiudeva una tensione irrisolta tra questi due principi; dall’ altro c’è un assetto sovranazionalista antitetico rispetto a entrambi questi principi. Di queste tensioni e contraddizioni gli stessi studiosi di diritto internazionale sembrano per lo più a mala pena consapevoli. Prevale presso di loro, cosi come presso l’intelligentia in senso più generale, la tendenza – o forse sarebbe meglio dire il ‘group think’ – di immaginare continuità tra Carta delle Nazioni Unite e l’antisovranismo sovranazionalista. Ma lungi dall’ esserne naturale evoluzione, la concezione sovranazionalista mina le basi stesse dell’ordine post-bellico.

 

verdirameGuglielmo Verdirame

professore di diritto internazionale

King's College - Londra