Sovranismo e religione cattolica: alcuni spunti di riflessione – V. Pacillo

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cristianesimo2In un articolo apparso su Logos del marzo 2018 ho tentato di mostrare come le comunità alpine in Svizzera ed Austria abbiano tentato di reagire allo spopolamento anche attraverso una ri-valorizzazione delle identità locali; tale operazione è stata compiuta anche grazie ad una serie di interventi normativi diretti a proteggere l’Heimat locale attraverso la tutela del paesaggio architettonico e naturale tradizionale.

In tale sede ho cercato inoltre di evidenziare come tale paesaggio sia profondamente caratterizzato anche dall’elemento religioso: il luogo di culto della religione dei Padri viene riconosciuto infatti, tanto in Svizzera quanto in Austria, un immediato veicolo di identificazione della “piccola patria” in cui si dipana la vita della comunità (e questo a prescindere dalla religiosità o irreligiosità di cittadini e residenti, in quanto la libertà di coscienza e la libertà di credo vengono pienamente tutelate), mentre la presenza di luoghi di culto di religioni “non tradizionali” – proprio per la capacità di tali edifici di interagire in maniera “forte” con il paesaggio, marcandone un definito e chiaro mutamento – viene limitata o comunque nettamente ridimensionata.

Scopo di questo articolo è provare a riflettere più in generale sull’importanza dell’elemento religioso nella costruzione dell’identità di popolo all’interno del nostro contesto nazionale, e verificare quanto ciò sia compatibile con la caratterizzazione dell’ordinamento italiano come democrazia rispettosa della libertà di coscienza, di culto e dell’uguaglianza senza distinzione di credo professato.

Secondo Giuseppe Valditara (Sovranismo. Una speranza per la democrazia, Milano, 2017, pp. 65 ss.) sono le identità ad essere il fondamento della sovranità: queste vengono collegate – secondo l’idea di Renan – alla “tradizione di un popolo, (al)l’accettazione di modelli di comportamento (…) a stili di vita che si basano su valori fondamentali elaborati nel corso di generazioni”. Di identità nazionale come matrice del sovranismo parla anche Paolo Becchi (Che cos’è il sovranismo? in Trasgressioni, n. 60, pp. 103 ss.), ponendo tuttavia l’attenzione sul fatto che lo Stato debba unire la tutela dell’identità culturale con quella dell’identità dei bisogni del popolo.

Di fatto, l’identità nazionale richiama dunque un elemento storico-tradizionale (la creazione e lo sviluppo continuato nel tempo di miti e riti civili nonché di valori considerati fondanti per la comunità) che si assomma ad un elemento etico (la riproduzione di comportamenti socialmente diffusi ed accettati nel tempo, anche nella prospettiva della risoluzione di bisogni materiali e spirituali considerati di ordine primario). Tali elementi sono richiamati a livello nazionale, ovvero si esprimono non all’interno di comunità più o meno circoscritte all’interno del territorio statuale, ma caratterizzano la stragrande maggioranza del popolo che costituisce la nazione.

Se da un punto di vista teorico-generale queste considerazioni strutturano la base del nostro ragionamento, esse debbono però essere specificate con particolare riferimento al contesto nazionale italiano: contesto vieppiù peculiare, in quanto la formazione di uno Stato nazionale unico, indipendente e sovrano capace di unire tutto il popolo italiano è – come è ben noto – impresa piuttosto recente e sviluppatasi nel segno di un centralismo diretto ad un’assimilazione culturale che ha spesso cancellato o svalutato non pochi elementi costitutivi del Volskunde (ad esempio i dialetti).

Ernesto Galli della Loggia, in un volume di alcuni anni fa (L’identità italiana, Bologna, 1998), sottolineava come la strutturale debolezza della nostra identità nazionale poggi tuttavia su due basi solide e profonde: quella della civiltà romana – dalla quale abbiamo ereditato non soltanto la struttura linguistica e giuridica ed alcuni costumi che permangono immutati nel tempo, ma anche quella mirabile armonia tra uomo e natura per cui Lucrezio poteva parlare di un’attività umana ispirata dalla capacità di contemplare le celesti mura del mondo, ethos capace di accogliere il soggiorno dell’uomo e pertanto dotato di sacralità intrinseca – e quella del cattolicesimo – sia nella prospettiva di elemento unificatore del popolo, sia come metanarrazione capace di fungere da presupposto per lo sviluppo dei concetti di laicità (intesa come de-sacralizzazione della politica e dunque fondamento del concetto stesso di sovranità popolare) e di rispetto per la dignità dell’uomo (che è presupposto per l’attribuzione a tutti gli esseri umani di diritti fondamentali e permette la piena attribuzione – entro i confini dello status civitatis – dei diritti politici che tale sovranità vanno a strutturare e a definire).

E’ infatti ben noto che la fondazione della distinzione tra i valori spirituali e le realtà temporali, tra fede e politica trae linfa dalla premessa evangelica del dare a Cesare quel che è di Cesare, per lasciare a Dio quel che è di Dio. Come nota Massimo Jasonni, seppure «non sia stata indenne da ricorrenti fenomeni di intolleranza religiosa ed abbia sofferto di tentazioni teocratiche» (Italo Mereu), la storia d’Italia connotata e sviluppata nel segno dell’idea dell’autonomia della scienza politica, «presupposto del principio erasmiano di tolleranza religiosa e su cui si sono costituiti i moderni diritti di libertà».

D’altra parte, il magistero ecclesiastico ha sottolineato e continua a sottolineare con forza il legame tra dignità umana e divinità, la "somiglianza dell’uomo all'immagine di Dio e di conseguenza la sua imprescindibile dignità. In essa" - secondo Giovanni Paolo II - "si fondono infine i suoi diritti fondamentali inalienabili nonché i valori fondamentali per una convivenza sociale degna dell’uomo". Come è noto, il principio del rispetto per la dignità umana costituisce – negli ordinamenti europei – l’elemento cardine in cui si radica la tutela dei diritti fondamentali, tanto che è proprio il comune riconoscimento del valore dell’essere umano in quanto tale a giustificare l’attribuzione di determinate libertà a tutti i consociati, a prescindere dal fatto che essi godano della cittadinanza oppure no.

A ciò, ovviamente, deve aggiungersi il valore storico – ripetuto nel tempo – della religione cattolica come elemento di unificazione delle masse popolari, non solo (e non tanto) in prospettiva dogmatica, quanto fondamentalmente in senso etico. L’educazione cattolica avrebbe infuso nel popolo italiano una serie di principi/valori che – attraverso un precipitato secolarizzato – avrebbero contribuito a costruire una morale di base radicata e comune: morale che avrebbe illuminato la vita sociale, economica e politica della nazione. Questo valore è ritenuto da Massimo Viglione di importanza così radicale che l’anticlericalismo ottocentesco avrebbe generato quella divisione ed quell’odio ideologico che ancor oggi avvelenano la società italiana.

Il legame tra cattolicesimo ed identità nazionale sembrerebbe dunque utile oltre che evidente: utile nel senso che esso verrebbe a definire un ethos politico condiviso che si struttura in modo profondamente antitetico rispetto al fondamentalismo religioso militare e militante, che vede nell’altro-da-sé un male da distruggere, e nello stesso tempo capace di fungere da elemento catalizzatore - fatte salve alcune “fattispecie estreme” - della legge morale generalmente condivisa.

Questa interpretazione appare peraltro problematica per una serie di motivi. Tralasciando coloro che – come Remotti – sono fortemente ostili all’idea che si debba e si possa parlare di un’identità individuale e men che meno di un’identità di popolo (quella che Remotti chiama ossessione identitaria finirebbe, ad avviso di tale Autore, per impedire la convivenza tra le persone) - dal momento che la loro posizione rischia facilmente di cadere in una fallacie relativistica che destruttura completamente l’idea che le persone ed i gruppi possano disporre di (e di conseguenza fondare la propria esistenza su) un certo patrimonio di cultura, valori, preferenze, modi di comportarsi - rimangono essenzialmente le obiezioni legate alla necessità di garantire il pluralismo confessionale e la libertà di credo.

La necessità di garantire il pluralismo confessionale – ovvero il fatto che ciascuno possa liberamente scegliere se credere ed in cosa credere – impedisce di assumere una determinata religione come punto di riferimento esclusivo dei principi/valori su cui si fonda l'ordinamento giuridico statuale e vieta di dare un significato di carattere esclusivamente confessionale a concetti utilizzati dal legislatore. La libertà di credo - nel rispetto di tutte le visioni del mondo presenti nella società – vincola i pubblici poteri a trovare un consenso "per intersezione", diretto a caricare i concetti giuridici di un contenuto che sia accettabile dalla stragrande maggioranza dei consociati, e pertanto pare vietare di fondare il precetto legislativo su comandi o tradizioni di carattere fideistico. Dietro l’angolo, altrimenti, finirebbe con il montare il pregiudizio cattolico di Padre Lombardi, secondo il quale “essere buon italiano contiene anche l’essere cattolico; essere anticattolico contiene per noi l’essere traditore della Patria” (R. Lombardi, L’ora presente e l’Italia, in La civiltà cattolica, 1/1/1947, p 22), così vilificando impropriamente chi – pur non professando il cattolicesimo – custodisce, difende e vive i principi ed i valori civici su cui si fonda la nazione.

Tuttavia, in una prospettiva sovranista, il cattolicesimo può senz’altro essere considerato non nella prospettiva dogmatica e soteriologica, ma secondo una chiave di lettura storica e filosofico-politica: esso può essere considerato come la principale sorgente di quei valori pregiuridici e prepolitici che scorrono come un fiume carsico all'interno della società e che costituiscono il fondamento ideale dei principi inderogabili su cui si fonda il nostro Stato. Secondo questa chiave di lettura, il cattolicesimo potrebbe essere visto non tanto nella prospettiva della religione-di-Chiesa (prospettiva che ovviamente i fedeli sono liberi di adottare nel rispetto della libertà religiosa di ciascuno), quanto in quella di una religione civica, di un set di valori de-teologizzati ma fortemente legati alla cultura nazionale europea, tanto da costituire in senso unitivo (una parte significativa dell’identità del popolo italiano.

Questo, è in fondo, il significato di quel vivere veluti Deus daretur che Joseph Ratzinger propose anche ai non credenti il 1° aprile 2005 a Subiaco: come afferma Marcello Pera: "vivere come se Dio esistesse significa negare all'uomo quel senso di onnipotenza e di libertà assoluta che prima lo esalta e poi lo avvilisce e degrada, riconoscere la nostra condizione di finitezza, essere consapevoli dell'esistenza di limiti etici del nostro agire, che è precisamente uno dei punti del decalogo delle ragioni per cui i liberali devono dirsi cristiani" (M. Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani, Milano, 2008 pp. 57-58).

Va peraltro ricordato che, nella lectio magistralis di Ratisbona, Ratzinger – questa volta già assurto al soglio pontificio con il nome di Benedetto XVI - riprenderà l’idea di Dio come Logos, affermando non solo che essa rimane fondamentale per definire la storia e la cultura dell’Europa, e ma anche per ribadire che solo con la ragione è possibile scoprire quella legge naturale capace di costituire ‘la grammatica della vita sociale’ e – di conseguenza – di individuare verità condivise tra i diversi attori della società.

Si può dunque affermare che – in una prospettiva sovranista - il valore identitario del cattolicesimo non può essere divisivo ma inclusivo: esso deve essere accettabile anche per gli atei, per gli agnostici, per coloro che coltivano una spiritualità diversa o semplicemente “tiepida”: tale valore deve prospettarsi come elemento di unificazione dei cittadini a prescindere dalla loro religione o visione del mondo. Si è inoltre argomentato che, alla luce delle predette considerazioni, la strutturazione del cattolicesimo come religione civica apre ad un’enfatizzazione di una serie di valori – caratteristici dell’occidente cristiano – riconosciuti in via generale come riferimenti pregiuridici e prepolitici del patto sociale.

Sappiamo che – in un’accezione generale – il concetto di “religione civile” è legato ad una strutturazione complessa di valori, riti, miti e simboli considerati espressivi del legame tra popolo e nazione: la religione civile non è costruita dal dogma o dalla rivelazione soprannaturale, ma si struttura dall’esaltazione dell’Heimat e dai processi ideali, culturali e storici che hanno formato o rinsaldato il rapporto tra individuo e comunità statale. Religione civile, in altre parole, è l’insieme di quei valori che possono essere ritenuti di tale importanza dalla comunità politica da poter essere considerati sacri ed intangibili: la loro osservanza non è imposta ai consociati da una divinità, ma dalla ragione pratica, così come essa si è evoluta nello spettro della storia e della tradizione culturale.

Possiamo dunque affermare che il cattolicesimo, in prospettiva sovranista, può rappresentare la sorgente di alcuni dei valori di riferimento della nazione: valori considerati di così stretta connessione con l’identità del popolo e con le basi etiche della società – dalle quali scaturisce l’amore per lo Stato e l’armonica convivenza tra i consociati – da essere considerati dotati di un carattere sacrale.

Sotto molti aspetti, questa interpretazione ricollega il cattolicesimo, fonte e garante dei valori fondamentali di riferimento del patto sociale al τὸ κατέχον/ὁ κατέχων dell’epistola ai Tessalonicesi, almeno nell’interpretazione di quest’ultimo data da Carl Schmitt. Il cattolicesimo, in quanto garante supremo dell’eticità, fornisce forza sacrale ai valori fondanti su cui riposa l’unità del popolo, e trattiene così la dissoluzione di questi.

In quest’ottica, la religione di maggioranza – o meglio, la religione civile fondata sui principi etici della religione di maggioranza, costituirebbe uno strumento logico di “trattenimento” nei confronti di ideologie desiderose di fare tabula rasa della teologia politica su cui si fonda non solo l’Italia, ma – più in generale – l’Occidente europeo; essa impedirebbe ai pubblici poteri di virare verso la tecnocrazia, di provocare la morte di ogni forma di moralità vincolante a livello pregiuridico e – infine – di distruggere quel complesso assiologico su cui fonda il legame sociale e dunque l’identità (e l’essenza stessa) dello Stato.

È del tutto evidente che tale “trattenimento” non può in alcun modo essere l’unico strumento capace di contribuire al permanere del legame sociale: ma le sue funzioni sono dotate di grande potenza, e rinunciare ad esse – soprattutto di fronte ai rischi di dissoluzione sociale che provengono da certo nichilismo civico – può aprire la strada a conseguenze impreviste e non certo positive per la pace e la prosperità nazionale.

Si torna, in definitiva, a Böckenförde e al suo dilemma. I principi costituzionali non potrebbero esistere se non vi fosse un “a priori” logico e pregiuridico, capace di spiegare i propri effetti sui processi di produzione normativa (anche) di carattere fondamentale. Ecco allora   che un fattore essenziale capace di conformare assiologicamente la costruzione tecnico giuridica del legislatore - rendendola conforme a quell’ethos sostenitore della convivenza pacifica tra tutti i soggetti dell’ordinamento- è individuato nei valori della religione, e precisamente – quantomeno in Europa occidentale – nei valori della religione cristiana. Böckenförde parla di cristianesimo e non di cattolicesimo perché – nella prospettiva europea – poco interessano, da un punto di vista “secolare” e sovranista, le divisioni teologiche derivate dal (e causa del) Grande Scisma del 1054 e dalla Riforma. La religione cristiana si propone – nei suoi elementi comuni a cattolicesimo, tradizione riformata ed ortodossia - come schema narrativo culturale totalizzante che ordina e spiega la conoscenza e l'esperienza dei popoli d’Europa. “La cultura” – scrive Böckenförde - “è stata sostanzialmente formata da essa e, nella misura in cui si è trasformata in cultura secolare, ha in essa anche le sue radici, di essa si alimenta, sia pure in misura sempre decrescente”. In definitiva, per il costituzionalista tedesco, la religione cristiana rappresenta un ineliminabile sostegno per lo Stato laico, giacché ne garantisce il patrimonio assiologico e lascia ai pubblici poteri il ruolo di custodi – imparziali garanti della libertà di religione e dell’uguaglianza formale – dell’ethos condiviso che da tale patrimonio di valori trae linfa.

In base a ciò Böckenförde giunge alla conclusione che lo Stato laico ha un forte interesse nei confronti della vitalità dei valori religiosi che attraversano la società e nei confronti della capacità di questi di creare un patrimonio etico condiviso: tali valori recano infatti un contributo non indifferente alla sua stabilità.

Esistono tuttavia due grandi questioni che rimangono sullo sfondo.

La prima è di carattere teologico, e interessa più ai cattolici sovranisti che ai sovranisti cristiani: come può il fatto, l’avvenimento cristiano, sussistere ed avere valore come set di valori de-teologizzati, disancorati dall’obbedienza alla Chiesa ed ai vincoli di comunione che da essa derivano?

In una recente intervista, Julian Carron ha messo in evidenza come la separazione dei valori del cristianesimo dal fatto storico che li ha generati, ossia l’incarnazione di Gesù Cristo, trasforma la religione in ideologia, con la conseguenza che pian piano tali valori finiscono con perdere forza ed attrattività a seguito della dialettica e dei cambiamenti d’epoca che attraversano le società umane. O il fatto cristiano permane nella sua bellezza come strutturato nel legame della croce, e dunque – ad esempio – nel legame di comunione con il Pontefice regnante, chiunque egli sia, oppure esso finirà – già nel medio periodo – a trasformarsi in una serie di idee che rischieranno di essere rottamate dalla storia.

La seconda impegna il diritto e la politica, ed è di maggiore interesse per i sovranisti cristiani: quale ruolo possono giocare le religioni non cristiane nella creazione del patrimonio etico condiviso?

Qui il problema è duplice: e riguarda in primo luogo il terreno delle conoscenze, più che quello delle coscienze. Anche in prospettiva sovranista, infatti, occorre una conoscenza seria e rigorosa della diversità religiosa che oggi attraversa l’Italia, per capire davvero – senza enfatizzazioni mediatiche o fallacie generalizzatrici – quali formanti culturali dell’alterità religiosa possono corroborare e contribuire a strutturare il patrimonio di valori su cui si fonda la nazione.

Anche da un punto di vista delle coscienze, tuttavia, se il valore identitario del cattolicesimo deve essere inclusivo, esso non può che essere prospettato con strumenti e modalità che lo rendano comprensibile anche a chi non possa definirsi appartenente alla religione cattolica.

E’ in questo senso che si pone la questione di simboli religiosi – come il crocifisso o il presepe – entro le scuole pubbliche.

L’inclusione ed il dialogo, anche e soprattutto dentro lo spazio pubblico scolastico, non possono che avvenire attraverso una reciproca presentazione delle proprie identità. Se la laicità “mite” – che cioè si esaurisce nella distinzione dell’ordine temporale da quello spirituale, nell’assicurazione della libertà di religione e del divieto di discriminazione per motivi di credo – non impedisce che lo Stato-comunità possa essere attraversato e segnato da valori religiosi della tradizione dominante, non è possibile escludere che possa esistere un favor (non tanto religionis quanto) traditionis religiosae, ossia una peculiare attenzione (non per i dogmi ma) per i valori veicolati da una determinata tradizione religiosa, che non solo possono essere riconosciuti come grandezze di segno positivo, ma addirittura quali estrinsecazioni che fondano l’ethos della nazione.

In prospettiva sovranista, la Scuola dovrebbe allora muovere la propria identità programmatica non nell’alveo di una religione di Stato (che non esiste più), ma di una tradizione religiosa che offre allo Stato – comunità ed allo Stato – apparato tutta una serie di valori ed idee guida.

Il crocifisso, il presepe, le evocazioni del Natale rappresentano così la trasposizione in linguaggio iconico dei valori veicolati dalla tradizione cattolica e fatti propri dal Costituente e dal legislatore (valori cui, si badi, l’amministratore e l’interprete sono chiamati a conformarsi). Pertanto, tali elementi devono essere presentati agli alunni come rappresentazione dei valori che definiscono la base dell’identità della nazione. Essi sono dunque capaci di stimolare una funzione dialogica: una funzione che possa confrontarsi entro la presentazione ed il rispetto delle diverse identità.

 

pacilloVincenzo Pacillo

professore abilitato a ordinario in diritto ecclesiastico

Università di Modena