Diritti umani o desideri individuali? – F. Cavalla

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dirittiumani1I diritti umani: totem e tabù. Di fronte ai diritti umani ogni volontà e potenza deve inchinarsi, riconoscerne l’esistenza e impegnarsi al loro rispetto. La violazione dei diritti umani è crimine inescusabile per tutte le nazioni civili e impegna chi lo può a sanzionarla in varia maniera. Però, a guardare la prassi, sorge il dubbio che la categoria dei diritti umani sia assai, forse troppo, ampia tanto da comprendere realtà molto diverse tra loro. E vien voglia di vederci più chiaro.

Trascuriamo, nell’ambito di questo breve intervento, la messe di teorie e Dichiarazioni recepite o meno in varie Carte Costituzionali (tra le più importanti, la Dichiarazione sui Diritti umani dell’Onu nel 1948) e proviamo a dare quanto meno un’occhiata a quello che succede a casa nostra, cioè in Europa.

Dunque nel 1950 i membri del Consiglio d’Europa firmano una Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: nella quale si dichiara che ogni uomo ha diritti fondamentali che nessuna legislazione positiva può violare; si tratta dei diritti “classici” alla libertà di movimento e di espressione, alla proprietà, alla vita e ad una serie di beni che ne rappresentano ovvie specificazioni. La Convenzione, come già si diceva, ha una serie notevole di antecedenti dottrinali e documentali.

L’idea della presenza di diritti soggettivi superiori al diritto positivo e non violabili da questo può farsi risalire al pensiero liberale di John Locke (1632-1704). Il filosofo inglese trovava che per sua natura ogni uomo è dotato di diritti fondamentali quali quello alla vita, alla libertà di movimento e di opinione (con qualche limitazione) e alla proprietà. Qualora uno stato, con le leggi o nella prassi, avesse limitato arbitrariamente tali diritti, allora doveva riconoscersi al popolo il diritto di “appellarsi al Cielo” e di resistere all’autorità formalmente legittima. Il principio del discorso di Locke fu adottato nella Dichiarazione universale dei diritti del 1789 (da distinguersi chiaramente da quella successiva del ’93) nel corso della rivoluzione francese. Gli estensori della Dichiarazione si resero conto di quanto potessero risultare vaghi concettualmente i diritti proclamati e demandarono alla legge statuale il compito di determinali; così lasciavano aperto il problema di individuare l’organo competente a giudicare della presenza di eventuali violazioni legislative e a sanzionarle.

Nel 1950 i membri del Consiglio d’Europa firmano una Convenzione Europea dei diritti dell’uomo: nella quale si stabiliscono una serie di garanzie per la vita, la libertà delle persone, precisata sotto vari aspetti (ivi compreso quello rilevante quando si viene sottoposti a processo), della vita e quindi della salute. L’impronta ideologica è ancora quella liberale. Poi, nel 1959, con apposto trattato, gli stati membri dell’Unione Europea danno vita ad una Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: è un organo giurisdizionale, formato da tanti giudici quanti gli stati aderenti, competente a giudicare i governi nazionali, anche su istanza di un singolo cittadino, ove fosse denunciata una violazione dei diritti umani così come dichiarati nella precedente Convenzione. Una grande idea, si sarebbe tentati di dire: perché in tal modo gli stati europei sembravano aver risolto il problema lasciato aperto dalla Dichiarazione francese: che era quello di individuare un organo sovrastatale, giurisdizionale, effettivamente formato da giudici (che come tali non facevano parte del potere legislativo e esecutivo dei vari stati), che poteva dunque operare nei confronti degli stati nazionali assumendo come proprio “codice” una normativa superiore alle leggi nazionali: tanto da non poter essere da queste violata. E tanto direttamente si intendeva proteggere con tale normativa la “dignità” di tutti i singoli, che l’attività della Corte poteva essere sollecitata su istanza di ciascuno, individualmente, dei cittadini europei. Sembrava dunque, sotto il profilo concettuale, che ai diritti dell’uomo fosse finalmente garantita la posizione che fin dal loro concepimento liberale era stata loro attribuita: quella di essere presenti e vigenti per ogni persona prima e sopra ogni produzione di diritto positivo.

Tutto bene dunque? Neanche per sogno. Perché concetti come quello di libertà, e persino quello di vita, sono molto vaghi, fluidi, e applicati alle singole situazioni concrete, possono ricevere determinazioni molteplici e anche tra loro contraddittorie. Tanto per fare qualche esempio: libertà di professare una religione. Anche quella che ammetta tra le sue regole la possibilità di rapporti tra soggetti (come la poligamia) totalmente estranei e costantemente condannati dalle leggi e dalle convinzioni diffuse in Europa? Libertà di farsi una famiglia. Con un individuo di sesso diverso o no? E cosa si intende allora per famiglia? Diritto alla vita. Diritto alla vita o sulla vita? Certo ho diritto che nessuno attenti alla mia vita e alla mia salute; ma la vita è cosa mia per cui posso disfarmene quando voglio (questione dell’eutanasia)?

Il fatto è che per rispondere a queste e ad altre infinite domande che si possono porre a proposito dei diritti fondamentali, bisognerebbe disporre di una concezione dell’uomo, del suo destino e dei suoi compiti essenziali. E questa concezione oggi, in Europa, semplicemente non c’è.

Che uomo si trova davanti oggi chiunque intenda elencarne i diritti fondamentali? Rifiutata nella mentalità dominante l’idea che alle volizioni dell’uomo contemporaneo vi siano vincoli dettati dalla storia, dalla cultura, dalla tradizione, che tipo di persona si pensa di incontrare dappertutto in Europa oggi? Parlare di radici greco-ebraico-cristiane dell’Europa? Orrore! E allora quali radici? Nessuna. E da dove viene dunque un uomo senza radici? Da niente se non da se stesso; gli è proprio solo quello che egli immediatamente sente suo perché prodotto da se stesso. Gli sono propri solo i suoi desideri. L’uomo libero è tale perché libero di dar corso ai suoi desideri. Si afferma una nuova antropologia che qualcuno definisce positiva: invece è negativa al massimo perché lungi dal promuovere la liberazione totale dell’uomo lo espone all’arbitrio del più forte.

Dietro la maschera del liberalismo si afferma una ben diversa concezione dei diritti umani a suo tempo profetizzata da un autore universalmente riconosciuto come teorizzatore dello stato autoritario: Thomas Hobbes (1588-1679). Hobbes muoveva da una visione della libertà che è quella oggi dominate: per libertà si intende, egli dice, l’assenza di ostacoli esterni. Quindi Hobbes concepiva un uomo che essendo libero per natura, per natura aveva diritto ad ottenere qualsiasi cosa volesse. Quindi: i suoi desideri rappresentano altrettanti diritti. Questa è la radice prima teorica dei diritti umani l’equiparazione dei desideri ai diritti. Solo che Hobbes non procede a nessun camuffamento liberale delle sue premesse: e ne trae le necessarie conclusioni. In un gruppo dove ognuno può desiderare quello che vuole non si può convivere. Gli uomini devono convincersi che è necessario un potere centrale (sovrano) che si assuma il compito di regolamentare i desideri di tutti imponendo la sua volontà anche con l’uso della forza al fine di ottenere la pace sociale. Non ci sono diritti precostituiti e superiori alla volontà sovrana che ne limitino l’esercizio. Certo, Hobbes consigliava al sovrano di essere benevolente e soccorrevole: ma al fine esclusivamente di garantire il proprio potere ed esercitarlo più efficacemente.

E questo è esattamente il punto cui siamo arrivati in Europa oggi. Interpretando l’uomo come un fascio di pulsioni, piegando l’idea dei diritti umani a tale visione, si è dato vita ad una Corte che non è un giudice, ma un sovrano potente. Potente perché, lungi dall’essere deputato alla salvaguardia di norme a lui sovraordinate, trae dalla supposta esistenza dei diritti umani, intesi come desideri, e dalla implicita necessità di regolarli, la legittimazione al proprio potere. Così che allora non trova limiti di principio all’esercizio del proprio imperio: potendosi insinuare in ogni piega dei rapporti intersoggettivi all’interno di qualsiasi ordinamento positivo.

Ed ecco allora che diritto alla salute diventa diritto all’aborto (tanto il non nato mica può esprimere desideri: nessun desiderio, nessun diritto); diritto alla famiglia diventa diritto alle nozze non importa se con una persona dell’altro sesso o meno (se desidero sentirmi sposato, che importanza ha la qualità del partner?); e diventa anche diritto alla “genitorialità” (via libera dunque alla fecondazione artificiale eterologa, scegliendo magari tra diversi embrioni poi lasciati morire, e via libera all’utero in affitto, sempre perché il non nato non ha diritti); diritto alla vita diventa diritto all’eutanasia (se la mia vita non la desidero più, perché non posso buttarla via?). Questo e molto altro in un crescendo di tutele richieste, e spesso concesse, a ogni sorta di desiderio individuale a discapito di qualunque istanza etica in contrario. E così una nuova giurisprudenza produce un nuovo diritto che si insinua scardinandoli negli ordinamenti nazionali dando vita ad un sistema sempre più lontano dagli istituti e dai principi della tradizione romana e del diritto comune. Così mascherato da tutore dei diritti umani si impone un nuovo sovrano: che fonda il proprio potere sulla capacità non già di difendere l’uomo, ma di nasconderne la natura profonda.

Giacché dietro l’equivoco concetto dei diritti umani si nasconde una esigenza reale e profonda: quella di sottrarre a qualsiasi potere ciò che vi è di autenticamente proprio a tutti gli uomini. Quando tale dimensione non è certo quella dei desideri che sono la manifestazione più fuggevole, contingente, spesso etero condizionata della volontà umana. Ma per intravvedere la dimensione dell’uomo bisognerebbe ricordare quello che è stato oggi drammaticamente trascurato: la destinazione di ogni uomo al dialogo per la ricerca della verità. Nell’attesa non ci resta che la battaglia giudiziale come momento di una più ampia e impegnativa battaglia culturale: diretta a demistificare ovunque l’idea che ogni volontà desiderante racchiuda in sé un valore e incorpori una propria giuridicità.

Tutti sanno poi l’importanza della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 adottata dall’ONU. Nessuno dubita della nobiltà degli intenti che hanno ispirato tale documento: la cui applicazione tuttavia ha dato origine a problemi e conflitti politici di grandissima rilevanza. Ché infatti il giudizio sulla violazione dei diritti veniva lasciato ad una assemblea di stati i cui membri si sono mostrati tutt’altro che concordi e consonanti su ciò che di principio dovevano considerarsi criteri universali. E le sanzioni, rimesse alle decisioni di un ristretto Consiglio di Sicurezza, hanno sempre rischiato di tramutarsi in sofferenze per le popolazioni piuttosto che il punizioni di governanti colpevoli. Non intendiamo entrare in tali complesse problematiche: le abbiamo cennate soltanto per ricordare una delle tappe fondamentali della storia delle dichiarazioni dei diritti; e per ribadire che esse sono altre e diverse da quelle sollevate dalla Convenzione Europea. Sulla quale finalmente portiamo la nostra attenzione.


cavallaFrancesco Cavalla

professore emerito di filosofia del diritto

Università di Padova