Il futuro del sovranismo nell’Unione co-legislativa Europea – M. Panebianco

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bandiereeuropa1. Il primato dell’articolo 117 cost. come base della potestà euro-legislativa dello Stato nelle funzioni politiche di sovranità, democrazia e difesa dei diritti

Dal punto di vista della costituzione italiana il processo attuale di integrazione europea trova la sua base specifica e letterale nel rinnovato articolo 117 cost., vero e proprio baluardo della potestà euro-legislativa esclusiva dello Stato. Ai sensi del comma 2 del predetto articolo un ampio e dettagliato articolo di funzioni legislative le individua singulatim in tre comparti o quadranti normativi, costituenti un insieme unitario. È lo stato vero e proprio protagonista ed attore di tale processo secondo un unico profilo articolato in funzioni politiche di sovranità (Lett. A-E), di sviluppo della democrazia (Lett. F-L) e di difesa di libertà e dei diritti individuali (Lett. M-S). La predetta superiorità o primato del diritto costituzionale o diritto europeo coinvolge l’integrazione dei sistemi legislativi di amministrazione pubblica e di giurisdizione, ai fini della tutela dei diritti dei cittadini. Lo stesso processo di integrazione europea ha particolarmente contribuito allo sviluppo della cittadinanza “comune”, nell’ambito dell’integrazione dei mercati, alimentati dalla libera circolazione delle merci, dei lavoratori e delle imprese industriali e di produzione dei servizi (assicurativi e bancari). Il fenomeno dell’integrazione globale non costituisce, pertanto, una novità per gli stati moderni, piuttosto, ne rappresenta uno stadio avanzato in forme e modi diversi, è una specie di jus variandi esercitato sul nome stesso del diritto dell’integrazione. Il suddetto sistema complessivo sottolinea la posizione teorica dualistica fra diritto europeo e diritto italiano, tra loro in posizione di par condicio ovvero giustapposte e coesistenti l’una rispetto all’altra, nel quadro di un vero e proprio coimperium legislativo. È altresì noto, che tale situazione è sottoposta ad un monitoraggio annuale nell’ambito della cd. legge comunitaria, concernente l’attuazione delle normative comunitarie nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano. È altrettanto evidente che tale coesistenza si ispira ai più generali principi costituzionali contenute nella costituzione italiana del ’48, di cui è ben nota la cd. vocazione internazionale, ovvero il suo neo-costituzionalismo di tipo post-moderno (art. 10-11-80-81-87)[1].

Nella presenta era post-moderna la funzione di integrazione globale include elementi misti di novità e di continuità. Essa offre alla visione dell’osservatore una serie di innovazioni non solo terminologiche. Queste ultime riflettono più profonde modifiche di strutture inerenti ai rapporti fra comunità umane fra loro integrate. Cosicché, le classiche categorie dei diritti di libertà, eguaglianza e solidarietà, si tramutano in quelle di libertà di circolazione, inclusione e circolazione sociale. Tali nuove denominazione connotano una trasformazione profonda dei vari settori della vita internazionale, sia pubblica che privata. Le stesse sembrano un rifacimento di antichi termini pre-moderni quali libertà di stabilimento, navigazione e commercio[2].

L’attuale stato globale post-moderno viene presentato come una fase di sviluppo del precedente stato moderno, ovvero come un nuovo diritto positivo, capace di recuperare anche il pre-moderno, come suo precedente storico remoto. Lo stato globale moderno era schiacciato nella visione positiva del diritto scritto e documentato, come unico ordine vigente. Viceversa, lo stato post-moderno include prospettive di un diritto virtuale, come somma algebrica risultante dalla combinazione di tutti i diritti esistenti. Perciò, esso si ispira ad un codice globale storico-critico, ovvero di trasformazione permanente del diritto attuale. Così, recepisce la critica ed anche lo spirito di rivolta contro il realismo del XX sec. e, in tale prospettiva, valorizza la possibilità di un restiling della stessa globalizzazione pre-moderna[3].

2. Fasi di trasformazione dello stato europeo

Mentre normalmente le tesi correnti collocano la nascita dello stato globale al XXI sec., tale operazione può essere facilmente retrodatata, a condizione di identificarlo con lo Stato portatore di un ordinamento internazionalmente integrato, in uno spazio sia pubblico che privato. Ciò premesso, non c’è bisogno di fare ricorso alla “archeologia” del pensiero giuridico, secondo la classica combinazione antico-moderno e neppure bisogna individuare una pluralità di fasi diversa da quella già delineata negli studi storici tradizionali. Invero, l’epoca globale risulta essere un insieme matematico complessivo, come somma di più elementi, di più tempi e di più luoghi, ovvero serve a fornire un quadro di riferimento per l’Europa, per il Mediterraneo e le altre correlate regioni di riferimento[4].

Come ultima fase della modernità, la globalizzazione attuale si presenta come l’incrocio di percorsi giuridici distinti dello stato e dell’impresa. Essa non rappresenta un’alternativa totale al mondo degli Stati, nessuno dei quali risulta privato dei suoi classici elementi essenziali. Non esiste un mondo “desovranizzato”, senza territori e senza nazioni. Il quid pluris della globalizzazione attuale risulta dalla prevalenza delle procedure di produzione collettiva del diritto (common law), rispetto a quelle tradizionali di produzione nazionale (State law). All’incrocio dei percorsi dello stato globale e della “impresa globale”, risulta più evidente la circonferenza di tale nuovo diritto, come sfera incontrastata di applicazione del diritto pubblico-privato internazionale[5].

Nell’era globale il contributo specifico del diritto internazionale consiste in una nuova organizzazione dei poteri pubblici e privati, sia statuali che extra-statuali. Senza il paradigma della modernità, mancherebbe una base per gli sviluppi futuri. Senza il serbatoio del cd. nomos moderno la cesura sarebbe evidente e la continuità sarebbe messa in discussione. L’equilibrio del sistema organizzativo globale consiste nel mantenere fra gli Stati singoli ed i loro raggruppamenti comuni sotto denominazioni ufficiali e consolidate. Allo stesso modo sarebbe un vero pericolo la prevalenza degli attori privato-commerciali, rispetto ai valori classici degli attori statuali (soggettività, eguaglianza, neutralità). Sicché, l’organizzazione globale dei poteri e poteri globali connotano il diritto globale come diritto post-moderno[6].

3. Relazioni esterne

Nell’era della sua globalizzazione, la comunità internazionale conferma la sua natura di ente di delegazione, affidando ad una miriade di gruppi di Stati il compito dell’autogestione diretta ed immediata di attività, in una forma di democrazia internazionale diffusa e di amministrazione unilaterale più o meno discreta e riservata dei propri interessi nazionali (cd. shadow governance). In tali gruppi si sperimenta una forma mista di governo, in parte egemonica, in parte egualitaria. Sicché, gli Stati appaiono dotati simultaneamente di un potere globale di gruppo, come leaders ed insieme partners degli stessi. Esiste, al riguardo, una doppia tradizione dottrinale, relativa all’organizzazione dei gruppi internazionali di Stati. La prima si riferisce alla tradizione moderna dell’organizzazione mediante “congressi, conferenze e assemblee” si società ed unioni di Stati. L’altra tradizione, concerne la riorganizzazione post-moderna dei gruppi internazionali di Stati, ad opera prevalente degli Stati esclusi dal primo modello (cd. nuova tradizione euro-asiatica), con particolare riferimento al settore delle relazioni economiche e commerciali governate dalla cd. diplomazia economica sia pubblica che di impresa[7] .

  1.                   A   Tradizione dell’organizzazione moderna (congressi, conferenze e assemblee internazionali)

La dottrina giuridica prevalente ritiene che l’attuale fase di riorganizzazione globale dei gruppi di Stati, sia nient’altro che la fase finale dell’opera delle grandi potenze. Si dà come incipit la fase dei grandi congressi europei, da Westphalia (1648) a Vienna (1814-1815). E così si globalizza tutta la storia universale o mondiale. Tali tradizionali accordi di gruppo, provengono da procedure collettive politico-diplomatiche, segnale dell’obbiettivo di inserirsi nelle categorie degli atti normativi internazionali veri e propri, di natura pattizia o consuetudinaria. Viceversa, gli atti normativi non-tradizionali dei gruppi di Stati sono espressione di un nuovo tipo di comunicazione politico-diplomatica e sono connotati da obbiettivi prevalentemente procedurali o “seriali”. Essi volutamente non vogliono inserirsi nel diritto dei trattati e delle consuetudini, per cui mantengono un ruolo pre o non-contrattuale. Trattasi di procedure collettive in cui ciascuno Stato mantiene la propria sovrana autonomia e si muove nell’ambito delle attività uni o multilaterali[8].

  1.                   B   Novità della riorganizzazione post-moderna (gruppi di cooperazione e concertazione neo-sovranista)

La nozione attuale e non tradizionale di stato globale, coincide con l’ingresso di tutti gli Stati del mondo nel circuito del commercio internazionale, libero e regolato (cd. free trade law). Ovviamente tale nozione ultima ha i suoi presupposti in altre analoghe nozioni precedenti, quella giuridico-diplomatica e l’altra storico-giuridica. La nozione diplomatica risale all’ingresso degli Stati americani e poi di quelli asiatici, prima nella conferenza internazionale della pace (L’Aja 1899-1901) e poi nella società delle nazioni (1919-1946). Il vero e proprio completamento del circuito della globalizzazione è avvenuta con la percezione di uno stato globale in Asia, come protagonista e partner del commercio, sia mondiale che regionale (nord-est e sud-est asiatico)[9].

La percezione dell’esistenza di un nuovo tipo di stato globale in Asia, avviene nell’ambito del mondo europeo ed americano, a titolo di completamento di una visione occidentale dell’ordine economico internazionale. Quest’ultimo è stato inteso come uno spazio aperto, nel quale sia possibile costruire rapporti di “partenariato strategico” con altri gruppi di Stati ed economie emergenti. Un’identica percezione viene compiuta da parte degli ambienti politico-diplomatici degli stessi stati asiatici interessati (Russia-Giappone, Cina-India). In particolare, i circuiti della comunicazione giuridica mondiale, risultano aperti al contributo di autori-leaders, appartenenti ai settori del diritto economico internazionale, evitando nuovi nomi simbolici di particolari gruppi di Stati nell’area asiatica[10]. 

4. Sfere di competenza e strumenti di azione interna

Per quanto finora detto, il gran merito della teoria del diritto globale è stato indubbiamente quello di aver dato voce a tutti i continenti, ivi compresi quelli esclusi nelle epoche precedenti, avvalendosi di presupposti esistenti nelle costituzioni nazionali a “vocazione” internazionale, ma anche degli stessi codici di diritto interno aperti alla cooperazione con gli altri ordinamenti, nell’ottica del necessario superamento dei conflitti internazionali di leggi del sec. XXI. Di qui è nata una nuova teoria dell’ordine mondiale e del suo connesso ordinamento giuridico, costruito su tre livelli sovrapposti, internazionali, costituzionali e codicistici. In primo luogo, esso resta un ordine di norme internazionali, proprie di tutti o della maggior parte o solo di alcuni gruppi di Stati operanti in modo collettivo. Ma, soprattutto, l’ordine mondiale ha restituito spazio al decisionismo uni e multilaterale degli stessi Stati ed alla base della piramide normativa sono state collocate le buone prassi costituzionali, altrimenti definite di good governance, come mezzi di attivazione di norme e decisioni migliori o preferibili, invocando la stessa partecipazione delle imprese e dei singoli individui alla costruzione di un ordine civile e commerciale condiviso[11].

Ciò detto, la stessa teoria del diritto globale è risultata affetta da una sua ambiguità di fondo, espressa dal binomio globale-locale (global-local). Essa, infatti, risulta essere l’incrocio di un duplice percorso giuridico, uno di accentramento e di concertazione del potere interno al nucleo centrale delle organizzazioni internazionali, chiamate a governare il mondo, altrimenti anarchico. L’altro e opposto percorso è in favore dell’espansione del decentramento del potere, secondo un’ispirazione originaria del free trade law. Ad una prima analisi, il primo percorso risulta essere molto più pericoloso e di difficile realizzazione, in quanto presuppone una comparazione illimitata e continuata degli ordinamenti statali, capaci di un’armonizzazione continua. Viceversa, più prudente la seconda linea di produzione giuridica, saldamente ancorata sul “sovranismo statuale”[12].

Le due predette varianti del diritto globale ne riflettono le due anime, tendenti rispettivamente, ad un recupero e ad una emancipazione rispetto alla tradizione storica del diritto internazionale pubblico e privato. Il recupero esprime la tradizionale “nostalgia di Impero”, ovvero di quella condivisione del potere sovrano fra dominus mundi e Stati sovrani (ad minore potestate). La seconda variante esprime la altrettanto storica emancipazione della società internazionale dei privati, in base alla teoria del liberismo economico internazionale, ovvero della circolazione privata della ricchezza delle nazioni. Nell’uno come nell’altro caso, variante “imperiale” e variante “privata”, rappresentano storici tentativi per affermare una società senza Stati, intorno ad un potere sovranazionale centrale e a poteri internazionali privati, non aspiranti alla protezione dello Stato nazionale (cd. declino della sovranità nazionale)[13].

5. Armonizzazione multinazionale degli ordinamenti legislativi

Tra le varianti di significato dell’espressione “diritto mondiale”, esistono anche quelle imposte da usi linguistici, che sono analizzabili mediante lo strumento del diritto comparato, praticato nei principali sistemi giuridici, in sede di redazione di testi, di accordi scritti o non-scritti e di relative clausole più o meno standardizzate. Con il binomio “global law – world law”, si segnala come tale metodo serva non solo per cogliere analogie e differenze nella legalità globale degli stati e dei gruppi di Stati, ma anche svelarne mediante un’analisi appropriata convergenze e divergenze, simmetrie ed asimmetrie, equivalenze e disuguaglianze tra modelli giuridici coesistenti. Si vuole inoltre segnalare, come la comparazione serva a completare gli spazi vuoti, ovvero le lacune lasciate dalle regole internazionali, ma sia anche utilizzabile per armonizzare e raffrontare i diritti particolari, originati da sistemi di integrazione comunitaria regionale o addirittura locale[14].

Il global law si presenta come il denominatore scientifico di una pluralità di enti statuali ed internazionali, pubblici e privati, finalizzati allo scopo di armonizzare le leggi economiche di Stati diversi. Tale nome rappresenta, brevemente, il diritto internazionale economico, riferito alle sue varie partizioni interne, come economia ed ecologia (cd. diritto economico pubblico e privato). Risulta avere una portata più ampia rispetto al tradizionale diritto commerciale internazionale (cd. merchant law), in quanto riferito alle stesse identiche categorie di soggetti operanti sui mercati interni ed internazionali (finanziatori-investitori, imprenditori, lavoratori, consumatori). Infine, esso incorpora tutti gli strumenti classici utilizzati al livello statuale ed internazionale, ai fini della soluzione dei conflitti di leggi[15].

Il global law si presenta come un legislatore comparato, ossia un federatore di legislazioni nazionali ed un armonizzatore di convenzioni e di leggi internazionali, fra loro incompatibili o confliggenti. A suo merito sta il fine proclamato di voler portare a “sistema” le leggi statuali frammentate e ricorrenti, poste tra loro in posizione di parità e rese eguali nel risultato finale. Ma, il rischio dell’operazione sta nel superamento dei limiti o degli auto-limiti, presenti in ogni ordinamento statuale o internazionale (cd. imperialismo legislativo) ed il risultato finale rappresentato dai cd. modelli legislativi fa correre il rischio di sostituire ai conflitti di leggi statuali i conflitti di leggi globali[16].

Sembra, pertanto, si possa assegnare al diritto comparato globale un ruolo essenziale nella produzione del diritto e della sua interpretazione. La stessa nuova denominazione è indicativa di una revisione del ruolo del diritto internazionale (e dei suoi sub-settori), la cui efficacia nel corso del sec. XX, ha lasciato molto a desiderare, dopo gli incerti esiti della tripartizione post-1945, legata ai sub-ordinamenti del tutto parziali, effimeri e improduttivi (diritto internazionale occidentale, socialista e del cd. Terzo Mondo degli ex-Paesi in via di sviluppo). Viceversa, il diritto comparato, come metodo di accertamento e di analisi dei vari comparti statuali e multi-statuali, pone la disciplina del cd. diritto globale su un piano di maggiore solidità e prevedibilità[17].

A frenare gli entusiasmi sollevati dalla prima direzione del global law accanto al diritto globale comparato, esiste una seconda variante di diritto globale cogente (jus cogens), secondo una tradizione radicata di diritto comune. Siffatta tradizione è connotata da valori di natura gius-pubblicistica e comprende una variegata categoria di norme di applicazione necessaria, poste a protezione di interessi sociali rilevanti, ovvero di norme regolatrici delle politiche pubbliche, economiche e sociali. Trattasi delle norme di diritto pubblico dell’economia, riconosciute nel quadro dell’economia politica globale. Il loro nome è anche quello di norme di polizia e di sicurezza ad efficacia internazionale (altrimenti dette norme di ordine pubblico internazionale)[18].

Lo jus cogens, come sinonimo di ordine pubblico sia nazionale che internazionale, rappresenta un concetto fortemente unitario, certamente simbolico, semplificatorio della complessità del diritto globale. Esso lancia una triplice sfida ai diritti tradizionali e denominati in modo molto più esplicativo ed analitico (diritto internazionale, diritto delle organizzazioni internazionali, diritto internazionale privato o dei privati). A questi ultimi, l’ordine mondiale fa una vera e propria delega di competenza. Senza di essi non avrebbe storia e potrebbe sperare solo in un incerto futuro per tali semplici ragioni; la sfera del diritto globale “cogente” rappresenta la necessaria integrazione del diritto globale attuale, idoneo a completarne l’ordine dei valori, ad orientarne le istituzioni ed a promuoverne le procedure di produzione delle norme[19].

Ciò premesso, come risultato finale il mantenimento dell’ordine mondiale si identifica con un ordinamento delle competenze, ciascuno ai tre livelli “statuale”, “multi-statuale” e “non-statuale”. Tale ordinamento si connota per il coordinamento dei livelli di competenza, onde evitare eccessi nell’uso delle deleghe ricevute. Al primo livello si inserisce la politica costituzionale di spazio aperto agli scambi commerciali e finanziari internazionali, senza possibilità di immaginare una retrocessione su tale strada, consistente nel recupero di tutte le competenze delegate, ovvero nel recupero di tali competenze ai fini di uno stato totalmente chiuso o unilaterale. Al secondo livello, l’opera degli Stati risulta integrata da quella delle organizzazioni internazionali competenti nei più diversi settori, e ad esse non è consentito il mutamento dei fini delle competenze delegate, secondo il criterio della pluralità e molteplicità dell’attribuzione delle stesse competenze. Infine, al terzo livello i privati soggetti concessionari dell’esercizio dei servizi pubblici di interesse generale nei vari settori di competenza, non possono utilizzare tale esercizio in danno degli Stati concedenti o degli utenti persone fisiche, beneficiari del servizio universale[20].


panebiancoMassimo Panebianco

professore ordinario di diritto internazionale

Università di Salerno

 


NOTE

[1] Nell’ultimo ventennio, la classica teoria generale del diritto e dello Stato, si è particolarmente sviluppata intorno al nucleo centrale della funzione costituzionale di integrazione, come primaria, unica ed unificante, comune alla sovranità interna ed esterna. Tale teoria si ispira al giurista di riferimento del secolo scorso, cfr. H. KelsenLo Stato come integrazione, Milano, 2001. La stessa teoria risulta costituzionalizzata in Italia, nel quadro della L. Cost. del 18/10/2001 n. 3 (art. 117 Cost.). Ivi la funzione di integrazione viene disciplinata a due livelli: A) Funzione di organizzazione internazionale, di Unione Europea e di relazioni con gli Stati esteri; B) Funzione di cittadinanza, in relazione ai cittadini italiani, alla cittadinanza europea ed ai cittadini di Stati terzi, non appartenenti all’Unione Europea. Nella dottrina giuridica di lingua tedesca, il corrispondente art. 24 della Grundgesetz risulta analizzato nella stessa ottica integrativista. Cfr. P. Haberle – M. KotzurEuropaische Verfassungslehre8, Baden Baden, 2016. Nella prospettiva costituzionale italiana v. per tutti M. Cartabia, M. GennusaLe fonti europee e il diritto italiano, Torino, 2009

[2] L’idea moderna degli Stati implica una certa novità del diritto, propria del jus novum contrapposto al jus vejum. Esso si ispira in forme e strutture diverse, con assegnazione agli Stati di un ruolo di costitutore della comunità internazionale. Tale ruolo non esclude di svolgersi in fasi e tempi diversi, in un’epoca attuale, definita post-moderna. Cfr per tutti, P. GrossiPercorsi del giuridico post-moderno, Napoli, 2017.

Nella storia del diritto europeo esistono elementi di permanente validità nell’integrazione dei popoli del Mediterraneo, rappresentati da istituti giuridici e ricorrenti, come la sussidiarietà dei ruoli fra soggetti sovrani e privati, nell’apertura e nel mantenimento di linee di comunicazione marittime e commerciali fra porti diversi dell’area (cd. diritto di ancoraggio). Come emblema del pre-moderno si rinvia agli atti di concessione reale del primo anno mille, riprodotti come emblemi simboli all’inizio del presente volume (icona di Baldovino VII, in data 30 novembre 1181 in favore di un ente religioso trans-nazionale del sud Italia).

[3] La costruzione dello Stato globale nell’età moderna, si muove intorno a due visioni contrapposte della “continuità-discontinuità”, rispetto al pre-moderno, come età classica o antica. Secondo una visione propria della tradizione groziana, l’età moderna ha “rastrellato” e recepito la tradizione globale della società mediterranea, intorno al rito delle “due capitali” (Atene – Roma). Cfr. S. MillobonoLezioni londinesi – Maggio 1924: Diritto romano e diritto moderno, Torino, 2004. Viceversa, l’opposta teoria sostiene come sede della globalizzazione moderna le due nuove capitali (Londra – New York), nel contesto di una situazione socio-economica propria della società mercantile (Medioevo) ed industriale (età moderna). Cfr. A. SchiavoneLa storia spezzata: Roma antica e Occidente moderno, Roma-Bari, 2002.

[4] In generale cfr. B. RomanoRelazione e diritto tra moderno e post-moderno, Torino, 2013. Invero, il diritto moderno è inteso fin dalle sue origini del sec. XVI, come un insieme unitario, ovvero la somma di più elementi etico-giuridici, contrassegnati da un principio e da un fine unico. Tanto è dimostrabile secondo un metodo matematico-geometrico (Leibniz, Spinoza, Pufendorf, Wolf, Vico, Kant). Pertanto, il diritto moderno è nelle sue stesse radici e nei suoi scopi ultimi di natura globale. Cfr. per tutti B. SpinozaEtica dimostrata con metodo scientifico, Torino, 2002; M. MafriciRapporti diplomatici e scambi commerciali nel Mediterraneo moderno, Soveria Mannelli, 2004 (atti del convegno del 23 ottobre 2002, Università di Salerno); L. Mascilli MiglioriniStoria del Mediterraneo moderno e contemporaneo, Napoli, 2010.

[5] Ogni codice storico critico della modernità presuppone una codicistica, ovvero una teoria generale del codice, rappresentativo dell’età del mondo, nonché degli Stati come attori del buon governo e delle buone pratiche (good practice), sia politiche che economiche. Cfr in generale A. SpagnolettiIl mondo moderno, Bologna, 2005. In senso particolare le linee dei percorsi giuridici della mdoernità sono segnati dagli storici recenti, cfr. M. CaravaleAlle origini del diritto europeo: jus commune, droit commun, common law nella dottrina giuridica della prima età moderna, Bologna, 2005; F. MazzarellaNel segno dei tempi: marchi, persone e cose dalle corporazioni medioevali all’impresa globale, Milano, 2005.

[6] L’ultima fase del diritto moderno implica una revisione critica del metodo di accertamento del diritto globale, a seguito delle due grandi tendenze teoriche del normativismo (gerarchia delle norme) e del realismo (sociologia delle norme). Pertanto, le forme globali di produzione del diritto internazionale pubblico, realizzate mediante congressi ed assemblee di Stati (ONU), vanno combinate con quelle di diritto internazionale privato e commerciale (contrattualistica dei pacta pubblici e privati). In tal senso, sul neologismo del diritto globale, inteso come diritto post-moderno cfr. A. Amendola – L. BazzicalupoDopo il nomos del moderno? uguaglianza, neutralità, soggetti¸ Napoli, 2006; I. Del BagnoSaggi di storia del diritto moderno, Salerno, 2007.

[7] La teoria globalistica prevalente, relativa all’organizzazione internazionale dei gruppi di stati, risente di chiare origini giusnaturalistiche, identificate in un motore centrale di produzione giuridica, accanto ad una pluralità di leggi nazionali e locali. Tale pluralismo legislativo risulterebbe da una grande diversità fra le città-stato dell’antichità mediterranea (Egitto, Assiria, Babilonia, Atene, Roma), rispetto ai grandi imperi asiatici (Iran, Cina, India, Russia, Giappone). Tale visione, possiede origini teologico-religiose, come un misto di diritto confessionale e di diritto inter-statuale-imperiale. Cfr. F. SuarezTrattato delle leggi e di Dio legislatore, Padova, 2008-2010 (traduzione italiana dell’opera originaria De legibus ac Deo legislatore, Madrid, 1612 e più ampiamente F. TodescanPercorsi contemporanei del diritto naturale, Padova, 2010).

[8] La tesi prevalente sostiene l’esistenza post-moderna, riferita ad una continuità progressiva ed evolutiva, propria dello stato globale, rispetto all’organizzazione inter-sovranazionale, attuale. Tale status significa un allargamento della sfera di azione mondiale o universale, intesa come capacità giuridicapotenziale o virtuale di ciascuno Stato, in specie se grande potenza. Tale capacità prescinde dall’uso concreto degli strumenti giuridici, tradizionali o non, necessari al raggiungimento di tale scopo (cd. percorsi post-moderni). Cfr. L. Costabona-L. TosiL’Italia nella società delle nazioni, Padova, 2004; P. GrossiPercorsi nel giuridico post-moderno, Napoli, 2017; C. Meneguzzi RostagnoPolitica di potenza e cooperazione: l’organizzazione internazionale dal congresso di Vienna alla globalizzazione, Padova, 2008.

Nella storiografia italiana recente, l’incipit della globalizzazione riportata al post-1814-1815 (congresso di Vienna), conduce ad una duplice ottica di allargamento della capacità giuridica dello Stato “riunificatore” (Stato di Sardegna-Piemonte), simultaneo ad una corrispondente restrizione di capacità degli Stati italiani riunificati (1814-1861). Cfr. M. SoresinaL’età della restaurazione (1815-1860): gli Stati italiani dal congresso di Vienna al crollo, Milano, 2015. Si noti che la categoria storiografica del post-moderno deriva dagli studi di storia diplomatica e combacia con la disciplina di storia contemporanea, segnata dal ruolo mondiale o universale dello stato contemporaneo (cd. era delle grandi potenze europee-americane).

[9] Nell’ultimoventennio, numerosi sono gli studi sulla regione dell’Asia orientale, come guida dell’economia globale e delle relazioni globali con America ed Europa. Cfr. Istituto dell’enciclopedia italiana¸ Cina, India, Americhe, Roma, 2001; A. GoldsteinBrics: Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale, Bologna, 2002; F. RampiniL’impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone, Milano, 2006. La stessa tematica era stata già oggetto di esame nella teoria europea del sec. XIX, dedicata all’imperialismo, come oggetto critico del cd. socialismo scientifico internazionale. Sul tema cfr. per tutti F. EngelsIndia, Cina, Russia, Milano, 2005 (trad. italiana). Grazie a tale impegno dottrinale la globalizzazione del sec. XIX-XX era stata oggettivamente europeizzata, in attesa di una dottrina accademica di università di Paesi asiatici.

[10] Ai fini di una teoria dello stato globale è da segnalare l’apertura dell’editoria europea, rispetto alle opere dei leaders dell’economia e del diritto internazionale delle grandi università cino-giapponesi. Cfr. B. Gaens (e altri), The role of the European Union in Asia: China and India as strategic partners, Farnham, 2009; M. WangChina, India and international economic order, Leyden, 2010; H. KobayashiBuilding a future with Brics: the next decade offshoring, Berlino, 2010 (la linea dei professori Wang e Kobayashi risulta espressiva dei nuovi indirizzi globali dell’internazionalismo economico-giuridico del XXI sec., come formulato nelle università cino-giapponesi, collegati agli istituti di economia mondiale ed al WTO – Organizzazione mondiale del commercio).

[11] La definizione delle caratteristiche del nuovo stato globale asiatico, come entità aperta al commercio mondiale e regionale in aree determinate, risulta sviluppata con particolare riferimento ai paesi Brics (Russia, India, Cina), nelle direzioni del nord-est (area russo-nippo-cinocoreana) e del sud-est asiatico (area Asean). Cfr per tutti R. WalzResearch and technology competence for a sustainable development in the Brics countries, Stuttgart, 2008; L. Cafardi (e altri), Brics: Paesi emergenti nel prisma del diritto comparato, Torino, 2012; A. SautenetPartenariat strategique entre Europe et pays emergent d’Asie, Bruxelles, 2014; Sul cd. Gruppo di Shangai (parallelo al Brics dopo il 2001, in chiave di sicurezza anti-terrorismo) cfr. B. HuhnerfussShanghai Cooperation Organization - Strategische Partnerschaft zwischen Russland und China, Monaco, 2009.

[12] La storiografia classica riporta le origini del globale al processo genetico dell’organizzazione della comunità internazionale ovvero al fenomeno di formazione delle grandi organizzazioni internazionali. Cfr. per tutti R. SapienzaUn mondo da governare: l’organizzazione internazionale dal Seicento alle Nazioni Unite, Torino, 1994; P.P. PortinaroInteresse nazionale e interesse globale: l’età della competizione geo-economica, Milano, 1996; V. LidonniGovernare la globalizzazione: gli Stati moderni di fronte alla sfida del mercato globale, padova, 2000; S. CasseseLo spazio giuridico globale, Roma, 2003. Circa le variazioni relative al diverso uso delle fonti normative statuali ed alla loro differente sfera di applicazione nello spazio, oltre i confini statuali. Cfr. A. CataniaMetamorfosi del diritto: decisione enorma nell’età globale, Roma, 2008; S. CasseseIl diritto globale: Giustizia, democrazia, diritto oltre lo Stato, Torino, 2009; G. Della CananeaAl di la dei confini statali – Principi generali del diritto pubblico globale, Bologna, 2009.

[13] Le due opposte varianti “imperiale-nazionale” risultano ben presenti nella riflessione storico-politica del XXI sec. Cfr. L. RossiDal concerto Europeo all’Impero globale: due secoli internazionali, Salerno, 2004; L. PecchioliIl rischio della sovranità globale: riflessioni a partire da Ulrich Beck, Torino, 2004; S. CasseseDiritto e Stato verso una costituzione globale?, Napoli, 2006.

La riflessione giuridica segnala il diverso modus procedendi del diritto globale, a seconda del terreno prescelto, proprio delle “solide” organizzazioni internazionali universal-regionali, oppure del più fluido spazio normativo pluri-statuale. Cfr. G. Ziccardi CapaldoDiritto globale: il nuovo diritto internazionale, Milano, 2010; G.L. PalombellaÈ possibile una legalità globale? Il “rule of law” e la “governance” del mondo, Bologna, 2012; D. BevilacquaIl free trade e l’agorà: interessi in conflitto, regolazione globale e democrazia partecipativa, Napoli, 2012.

[14] L’espressione global law denota una visione essenzialmente “comparativistica” dell’ordinamento statuale. Cfr. C. Amato-C. PanzanelliGlobal law – Local law: problemi della globalizzazione giuridica, Torino, 2006; E. CukaniRischi e potenzialità del dialogo costituzionale globale. Per la costruzione di un itinerario geo-giuridico mediante la comparazione nel diritto pubblico, Napoli, 2015; M. ArtibaniDiritti umani e capabilities approch. La giustizia globale nell’epoca del multiple self, Napoli, 2012; G. Bordon SadunDiritto e politica: studi sull’epoca post-globale, Torino, 2011 (tale studio si ispira ad un globalismo critico, motivato dall’impossibilità del metodo comparato difronte ai conflitti di leggi statuali diverse). Si osservi come la natura “aperta” del diritto globale sia compatibile con ulteriori integrazioni di diritto etico e dei valori comuni. Cfr. L. Mandereux-M. VellanoEthique globale, bonne governance et droit international economique, Torino, 2017.

[15] Senza entrare nel merito circa il carattere autoritario o non-autoritario del global law, il metodo del diritto comparato consente di evidenziarne armonie e disarmonie interne. Tanto si evince dai vari settori globalizzati, a partire dal XX sec. (environment, trade, economic) sino a quelli più recenti in via di globalizzazione (public markets, public works). Cfr. per tutti D. BerderGlobal competition, law markets and globalization, Oxford, 2012; C. BrunnerSoft law and the global financial system: rule making in the 21th century, Cambridge, 2012; E. KuInternational law, international relations and global governance, Londra-New York, 2012; P. BermanGlobal legal pluralism: a jurisprudence on law beyond borders, Cambridge, 2012.

[16] In modo particolare sul metodo del diritto comparato come spressione del pluralismo dei sistemi giuridici nazionali e regionali e dall’impatto prodotto dal loro confronto e dalla conflittualità statuale cfr. R. BlanpainThe global work place: international and comparative employment law: cases and materials, Cambridge, 2007; W. MenskiComparative law in a global context. The legal system of Asia, Cambridge, 2006; D. KimNon-violation complaints in WTO law and practice, Berna, 2006; O. AglinamGlobal health governance: international law and public health in a divided world, Toronto, 2005; V. Rampa (e altri), Global anti-terrorism law and policy, Cambridge, 2005; T. HartleyEuropean Union law ina global context, Cambridge, 2009.

[17] Su metodo e meriti dei legislatori globali cfr. per tutti S. Block-T. BallidayGlobal law makers: international organization in the creating of world markets, Cambridge-New York, 2015; A. ForereThe relationship of the WTO law and regional trade agreements in the dispute settlement. From fragmentation to coherenceAlphen aan den Rijn, 2015; C. KaddousThe European Union in international organizations and global governance: recent development, Oxford, 2015; D. Fernandez ArrosoPrivate international law and global governance, Oxford, 2013; J. FrachmanThe future of international law, global governance, Cambridge, 2013; J. WetzelThe EU as a global player in the human rights?, Cambridge-New York, 2013.

[18] La categoria di norme del jus cogens, inteso come insieme di norme cogenti o inderogabili, risulta comune ai due grandi sistemi giuridici del commn-civil law anglo-americano e romano-germanico. Esso consente di cogliere i limiti nazionali di interesse pubblico rispetto al primato globale dei settori economico-ecologico (commercio-concorrenza, economia-ambiente). Cfr. D. MurphiThe structure of regulatory competition: corporations and public policies in the global economy, Oxford, 2004; O. PerezEcological sensitivity and global legal pluralism, rethinking the trade and environment conflict, Oxford, 2004; C. CutlerPrivate power ang global authority: transnational merchant law in the global political economic, Cambridge, 2003.

[19] Esistono norme di diritto costituzionale nazionale, aventi vocazione universale o internazionale, espressione di tendenze universalmente condivise, come il pacifismo politico, la giustizia economica per il superamento delle disuguaglianze, il rispetto delle libertà democratiche. Viceversa, esistono norme costituzionali relative al regime giuridico delle istituzioni politiche di alcun Paese, normalmente ispirate a forme di Stato o di governo, tra loro profondamente dissimili. Tanto, ovviamente, impedisce l’allargamento non controllato, di qualsivoglia categoria di jus cogens costituzionale-internazionale.

[20] Nel contesto globale, le norme di jus cogens governano i limiti interni ed esterni del processo di globalizzazione, ispirata da una visione unitaria di diritto internazionale sia pubblico che privato. Nel quadro del primo rappresentano un limite ai meccanismi centrali di armonizzazione legislativa, in tutte le ipotesi di necessaria “restauratio imperii”, ovvero di misure anti-crisi dello stato fiscale o di polizia o di ordine pubblico (cd. emergency clauses o clausole di salvaguardia). Viceversa, rispetto al diritto internazionale privato, tali limiti al processo di armonizzazione di leggi civili e commerciali, destinati ai privati, concernono l’amplissimo settore delle leggi politiche o costituzionali o di diritto pubblico economico. Cfr. F. KleinColloque de bale sur le role du droit public en droit international privé, Basilea, 1991.