Prove di dittatura culturale. La libertà di espressione nell’epoca del politicamente corretto – R. Cristin

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libertaespressione1Il caso della nota dell’Authority per le Comunicazioni come esempio della degenerazione del clima culturale e politico

L’Italia non finisce di stupire. O forse è l’epoca, dominata dai diktat del politicamente corretto, che riesce a estrarre il peggio dalle persone e dalle istituzioni. Che un’agenzia pubblica, indipendente ma i cui membri vengono nominati dal Parlamento, dirami un documento per imporre ai media e quindi alla comunicazione in generale uno schema linguistico restrittivo e univoco su un tema cruciale della nostra vita sociale come i migranti e i problemi da essi suscitati, è una novità che non può lasciare indifferenti. Leggendo la nota diramata il 31 luglio dall’Agcom viene da stropicciarsi gli occhi: sarà un comunicato di qualche ONG che si è vista bloccare il business dal cambiamento di rotta che il ministro dell’Interno ha imposto all’immigrazione clandestina. E invece è proprio una comunicazione ufficiale di quell’Authority, che stabilisce come i media (di qualsiasi genere e livello), ma per inferenza anche i singoli cittadini, debbano esprimersi quando parlano di questo tema. Insomma, un prontuario da seguire scrupolosamente, con tanto di prescrizioni e di più o meno velate sanzioni se lo si contravviene.

Ora, è giusto che il linguaggio pubblico sia attento e rispettoso razionalmente e moralmente, ma che esso venga sorvegliato in modo ideologico è una degenerazione simile a un controllo dittatoriale, che invece viene oggi accettato come istanza etica, perché il politicamente corretto ci impone ciò che dobbiamo o non dobbiamo dire (e addirittura pensare). E l’Agcom si è posta al servizio di questo invisibile ma efficientissimo super-controllore e del suo obiettivo di bonificare qualsiasi dissonanza, di punire qualsiasi discorso che non sia in linea con il buonismo, con l’omologazione di tutto a tutto, con il multiculturalismo, con l’immigrazionismo e con l’idea di sostituzione dell’identità europea.

Un’analisi testuale ci fornisce prove sorprendenti di questa intenzione illiberalmente configurata. La base di partenza è una statistica dell’OSCE: «i crimini generati dall’odio, prevalentemente basati su razzismo e xenofobia [qui la buona scrittura richiederebbe una virgola, ma nel documento non c’è] sono quasi raddoppiati nell’arco di un triennio, dal 2013 al 2016». Naturalmente l’odio razziale qui rilevato sarebbe quello degli italiani (e degli europei) verso immigrati regolari o clandestini, ma non si menziona l’odio inverso, reale e violento, che non rientra dunque in questa statistica. E quindi l’Agcom può argomentare: poiché sussiste «una possibile correlazione tra la crescente diffusione dei discorsi d’odio sui diversi media e l’incremento di aggressioni concrete e violente», e poiché queste ultime sarebbero direttamente proporzionali alla diffusione di opinioni sui problemi connessi con l’ondata immigratoria, secondo cioè uno schema «che sembra accomunare i numerosi episodi accaduti negli ultimi mesi, con la ribalta assunta, sui diversi media, dal dibattito pubblico nazionale ed internazionale sul fenomeno dei flussi migratori e delle politiche di soccorso umanitario, accoglienza, integrazione ed educazione alla diversità», sarebbe bene che se ne parlasse in modo cauto e in ogni caso secondo «criteri di verità, di essenzialità e attualità, a partire dalla corretta rappresentazione dei fatti e dalla diffusione di dati verificati e di comparazioni statisticamente significative».

La giusta preoccupazione per la diffusione di notizie false è sovrastata da quella, tutta ideologica e coercitiva, di attenuare o meglio di eliminare «posizioni polarizzate e divisive in merito alla figura dello straniero e alla sua rappresentazione mediatica». Cosa significa posizioni divisive? Niente di più e niente di meno che opinioni differenti. E’ grottesco: un’agenzia che ha il compito di far rispettare i criteri della buona informazione impedisce l’esercizio della libertà di giudizio. Se le opinioni sulla questione migratoria non devono essere «polarizzate e divisive», devono dunque essere unilaterali, univoche, uniformi. Alla faccia della libertà di espressione.

Per non alimentare presunte ostilità verso i migranti, di questi problemi si può parlare, ma non in modo critico. E come si fa a zittire la critica? Semplice, basta ricorrere allo spettro del razzismo: si tacciano di razzismo opinioni contrarie alla vulgata politicamente corretta, censurandole preventivamente o sanzionandole nel caso venissero espresse. L’Authority infatti manifesta l’intenzione di «adottare un regolamento», al quale i media dovranno conformarsi, per evitare «generalizzazioni e stereotipi che minano la coesione sociale, che offendano la dignità del migrante o, in ogni caso, di categorie di persone oggetto di discorsi d’odio e di discriminazione su base etnica o religiosa».

Siamo arrivati al punto che un’agenzia di controllo sulle comunicazioni si è trasformata in un pensatoio, che dispensa tesi e regole mentali. Evidentemente c’è stato un cortocircuito linguistico-concettuale: l’Authority è stata scambiata per autorità in senso proprio, dove l’autorità proviene dall’autorevolezza e quest’ultima deriva dall’aver affermato, con il pensiero e con la prassi, una tesi vera, un argomento valido, un’idea utile, una posizione dimostratasi giusta. E invece siamo a una specie di delirio di onnipotenza, favorito da una situazione in cui non si distinguono più i piani, i gradi e le qualità, soppressi dalla strategia del politicamente corretto, in cui qualunque argomento vale qualsiasi altro, purché serva a questo disegno di scorporamento dell’identità e di cancellazione della coscienza identitaria.

Uno vale l’altro, e l’altro vale, per principio, più di chiunque. Nel disordine che paradossalmente la burocratizzazione del pensiero ha creato per imporre il caos in cui il politicamente corretto può dominare, un tecnico delle telecomunicazioni, un burocrate dell’informazione, un esperto di comunicazione possono oggi diventare filosofi o esponenti del potere esecutivo o legislativo. Ancor più che irritare, la nota dell’Agcom immalinconisce, perché rivela inconsapevolmente – e questa è un’aggravante, perché quei commissari dovrebbero essere esperti (autentici) di linguaggio prima che di comunicazione – tutto il degrado psicologico, culturale e linguistico in cui le istituzioni e le persone che pro tempore le rappresentano sono incorse, talvolta anche loro malgrado, in questi ultimi anni.

Il vocabolario politicamente corretto ci impedisce di chiamare le cose con il loro nome; vuole dissimularle affibbiando ad esse nomi falsi, così le opinioni critiche dinanzi a situazioni immigratorie insostenibili vengono chiamate posizioni divisive; la reazione dinanzi a queste situazioni viene marchiata come razzismo, e così via. Ma le parole dovrebbero essere usate con cautela, con rispetto per il loro autentico significato e badando che siano effettivamente commisurate alla realtà a cui si riferiscono. Razzismo è una parola che corrisponde a un dato reale; il razzismo è una malattia dello spirito che va denunciata e bloccata il prima possibile, ma ciò che vediamo oggi in Italia non è razzismo, ma solo l’inevitabile reazione del popolo a una forma subdola e perciò particolarmente odiosa di sopruso nei confronti della sua società, del suo stile di vita, della sua tradizione, nei confronti di una prevaricazione culturale, perfino linguistica. Come agire dunque di fronte all’espropriazione? In primo luogo ripristinando il valore di verità del linguaggio e connettendolo con una approfondita interpretazione della realtà. Certo, il martellamento del politically correct è incessante e potente, ma la sfida è in corso e l’esito è ancora incerto, perché l’imposizione di filtri ideologico-linguistici alle cose contraddice il principio fondamentale della civiltà occidentale, la ricerca cioè della verità e l’esercizio della libertà per affermarla, come enunciato fin dagli Atti degli Apostoli: «non enim possumus quae vidimus et audivimus non loqui».


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste