Il "compito originale" dell'università: brevi note a partire dal pensiero di Eugenio Corecco - V. Pacillo

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studenteuniversitario1Esattamente venticinque anni or sono, il 4 dicembre 1993, il Gran Cancelliere della Facoltà di Teologia di Lugano, Mons. Eugenio Corecco, introduceva il Dies academicus dell’istituzione da lui fondata e fortemente voluta con un discorso – dal titolo “Natura e compito dell’università” – che presenta molti spunti di riflessione di grande attualità anche nella temperie odierna.

Eugenio Corecco era al tempo Vescovo della Diocesi di Lugano: asceso al soglio episcopale nel 1986 dopo aver collaborato fattivamente alla redazione del Codex Juris Canonici promulgato nel 1983 da San Giovanni Paolo II, egli era tuttavia anche un profondo conoscitore dell’università e della sua funzione scientifica e formativa.

Ticinese, nato ad Airolo e cresciuto a Chiasso, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza a Friborgo, essersi addottorato in Diritto canonico a Monaco di Baviera sotto la direzione di Klaus Moersdorf, ed essere stato membro di una equipe di assistenti che poteva annoverare tra le sue fila studiosi come Antonio Rouco Varela, Winfried Aymans e Oskar Saier, Corecco fu chiamato nel 1969 alla cattedra di Diritto canonico dell’Università di Friborgo, che tenne fino al 1986.

Fu studioso di grande valore ed originalità, generalmente molto stimato dai Colleghi, come testimonia il fatto che fu chiamato a ricoprire il ruolo di Presidente della Consociatio internationalis studio iuris canonici promovendo dal 1987 al 1995 (anno della sua morte): fu anche educatore amato dai giovani, capace di rianimare l’Azione Cattolica ticinese e nello stesso tempo di sviluppare in Svizzera la vita del movimento di Comunione e Liberazione.

Da un punto di vista scientifico la figura di Eugenio Corecco è nodale per gli attuali processi di studio degli ordinamenti religiosi: la sua originale visione del rapporto tra teologia e diritto canonico è infatti ancora fondamentale per una profonda comprensione delle peculiarità che contraddistinguono i sistemi giuridici basati su credenze di fede. Mentre alcuni studiosi sottolineano  che l'autonomia scientifica del diritto canonico può essere ammessa solo postulando la sua familiarità con l'esperienza giuridica dei sistemi secolari, Corecco partiva dall’idea che è impossibile applicare al diritto canonico – in modo automatico e dogmatico - la metodologia propria delle scienze giuridiche secolari: la dimensione giuridica ecclesiale regola infatti una società comunionale ad appartenenza volontaria, in cui l’esercizio della potestà di ordine non ha la funzione di restaurare un ordine leso, ma di contribuire alla redenzione dell’uomo attraverso una moralità normativizzata. Per questo, secondo l’Autore ticinese, il diritto canonico è una realtà ecclesiale specificata giuridicamente, e come tale la sua conoscenza ed il suo studio richiedono un nesso costante ed indissolubile con la teologia.

Corecco credeva fortemente nell’istituzione universitaria come luogo privilegiato del dibattito scientifico e della formazione, quest’ultima intesa non solo da un punto di vista delle competenze ma anche da quello della realizzazione personale ed umana degli studenti e – più in generale – di tutti i membri della comunità accademica. Per questo motivo, nonostante un referendum popolare del 1986 avesse bloccato la nascita di un’università della Svizzera italiana, egli non mancò di profondere sforzi ed energie per creare – nel centro di Lugano – una Facoltà di Teologia (FTL). Proprio da questa sua “visione” nacque l’impulso per rivedere la decisione del 1986: tanto è vero che oggi la FTL è inserita nel Campus dell’USI (Università della Svizzera italiana) come una sorta di “prima pietra” e nello stesso tempo di “pietra miliare” di quella istituzione culturale, che sa far dialogare in modo mirabile il mondo mediterraneo ed il mondo germanico.

Di quella “prima pietra” e “pietra miliare” Eugenio Corecco è il fondatore: e la sua visione dell’università si rivela pienamente in quel discorso del 4 dicembre 1993, raccolto da Ernesto William Volontè nel volume “Un Vescovo e la sua Chiesa” (ed. Cantagalli, 2005), che oggi è possibile reperire anche online al sito: https://www.eugeniocorecco.ch .

In quel discorso l’’Autore ticinese parte dal rifiuto dell’idea che l’università possa essere un luogo esclusivamente professionalizzante, deputato a creare in modo puro e semplice forza lavoro altamente qualificata. Questa idea – afferma Corecco – nasce dal modello accademico humboldtiano, e si sviluppa nel secondo dopoguerra lungo un preciso crinale: la discussione sui fini dell’università deve considerarsi interrotta ovvero praticamente abbandonata. Di conseguenza, “il sapere che viene coltivato è sempre più un sapere strumentale” alle richieste dal mercato, e l’istituzione accademica non risponde più alla “preoccupazione di investigare, da un punto di vista intrinseco alla scienza stessa, ciò che è effettivamente importante per l’uomo, per il suo avanzamento e per il suo sviluppo. In questo modello illuminista, segnato da una concezione individualistica dell’uomo, l’unità della universitas magistrorum et scholarum, quale realtà comunitaria umana, capace di elaborare un giudizio critico sulla società, non (…) è più teorizzata”.

Di qui una visione del tutto originale della crisi dell’università, la quale “non è primariamente di tipo organizzativo ed istituzionale, ma spirituale e culturale. In altri termini, è in crisi l’università come istituzione educativa e come luogo di produzione del sapere, sia teorico che pratico.

I giovani, vittime della crescente specializzazione, non incontrano più un luogo in cui possa essere posta la domanda che riguarda l’uomo come tale. Ogni singola disciplina la respinge dal proprio ambito, qualificandola come non scientifica rispetto ai termini del proprio lavoro settoriale. In questo mondo specifico lo studente non ha la possibilità di interrogarsi criticamente su se stesso, sulla propria identità più autentica, sui fini che intende perseguire nella vita. Di conseguenza non può assumere criticamente il ruolo sociale cui l’università lo prepara”.

La questione posta da Corecco è alta e nodale. Essa impegna un approccio epistemologico in cui quel che deve muovere l’istruzione universitaria non è – in primo luogo – l’applicazione tecnica e tecnologica delle conoscenze, ma l’amore per la conoscenza e per la posizione umana di fronte alla conoscenza acquisita. L’università prepara alla vita non tanto perché crea competenze o produce “capitale sociale”, ma prima di tutto perché soddisfa la sete di sapere ed interroga la persona sull’impegno dei risultati dell’investigazione scientifica entro la propria storia personale e nella prospettiva dell’evoluzione dell’umanità.

E’ evidente, nel pensiero di Corecco, il rifiuto della tecnocrazia, ovvero di quel governo della technè che vuole assumere come scopo primario non più l’uomo ma la continua innovazione tecnologica fine a se stessa e destinata al radicamento strutturale del capitalismo come modello di vita prima ancora che come sistema economico.

Riecheggiano, nel pensiero di Corecco, gli insegnamenti di Horkheimer ed Adorno. L’Illuminismo, nato per propugnare l'autodeterminazione razionale degli individui, ha finito con l'imporre al mondo una razionalità scientifica che confligge con la libertà dell’uomo: tra la ragione come facoltà della scienza e la ragione come facoltà della libertà si è così sviluppato un conflitto, con la vittoria della razionalità tecnocratica. La persona è prigioniera del cortocircuito tra produzione tecnologica di merci e servizi e utilizzo strutturale di tali merci e servizi non più in una logica esistenziale di carattere critico, ma in cui la possibilità di fare e consumare (la procedura) è già giustificazione della fattibilità e consumabilità, senza ulteriori questioni di carattere etico ed ontologico.

La via di uscita a questa deriva tecnocratica dell’istituzione accademica è – secondo Corecco – la seguente: l’università è chiamata a svolgere “un compito non più passivamente subordinato alle esigenze di mercato, bensì di ricostituzione del tessuto della società in crisi”. Un ruolo, dunque, marcatamente sociale, in cui non si può pensare al sapere – in tutti campi, quello delle scienze esatte, delle scienze umane e delle scienze sociali – senza una domanda di base sull’essere umano e sul reticolo strutturale di relazioni su cui tale sapere impatta.

In questa prospettiva, appare di particolare importanza prima di tutto non escludere dall’offerta formativa, ma – al contrario - sostenere quelle materie e quei corsi di studio che svolgono una funzione eminentemente “culturale”: si pensi, a puro titolo di esempio, al ruolo che possono ricoprire le scienze storiche, filosofiche ( e – perché no? – teologiche, in prospettiva ovviamente laica e pluralista) nel processo di approccio all’insegnamento delle diverse discipline, anche di quelle rientranti nel campo delle scienze esatte e sociali.

Ma c’è dell’altro. Il “compito originale” dell’università, nella prospettiva di Corecco, è quello di non ridurre le relazioni tra Accademia e territorio al solo cono prospettico delle esigenze professionali delle imprese; l’Accademia dovrebbe altresì sviluppare un ruolo di “lievito” entro il territorio, facendo fermentare e crescere il dibattito su tutte le questioni che attraversano il corpo sociale. Tra università e mondo deve svilupparsi un rapporto biunivoco, in cui gli agenti di produzione materiale non possono ignorare gli agenti di produzione culturale, ed entrambi devono interagire con la popolazione in una sorta di spirito condiviso e diretto alla diffusione del sapere. Questo può essere prima di tutto utilmente sperimentato entro i tavoli tecnici con gli stakeholders dei Corsi di Studio: la progettazione dei singoli CdS non può prescindere da questo dialogo sulle domande fondanti, di guisa che la risposta della relazione tra Accademia e territorio non sia soltanto nel “che cosa può dare l’università alla professionalità delle parti interessate”, ma anche (e soprattutto) nel “che cosa si può fare, congiuntamente, per formare persone capaci di contribuire – con la loro professionalità – al progresso spirituale e materiale della Nazione (cfr. art. 4 Cost.).

Va peraltro notato che – per realizzare questo compito originale - un ruolo di peculiare importanza può essere svolto dalla “Terza Missione”, che dovrebbe essere sempre di più aiutata ed incoraggiata quando sia svolta nella prospettiva del public engagement: quell’attività che trasforma la conoscenza in un processo capace di creare inclusione e condivisione.

 

pacilloVincenzo Pacillo

professore ordinario di diritto canonico

direttore del Dipartimento di Giurisprudenza - Università di Modena e Reggio Emilia