Il delitto, la punizione e la causa. L’uccisione di Désirée come simbolo del disorientamento dell’Italia attuale – R. Cristin

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violenzadonna1L’assassinio di Désirée, che suscita in egual misura un infinito dolore per la povera vittima e una totale condanna per i massacratori, è un fatto individuale e collettivo al tempo stesso, un episodio di carattere personale (un’adolescente è stata bestialmente violentata e uccisa da alcuni africani) ma dalle implicazioni sociali e, diciamolo, storiche assai più vaste. La morte di Désirée è un simbolo – non l’unico di questo genere, non dimentichiamo infatti l’assassinio di Pamela a Macerata, e probabilmente nemmeno l’ultimo – di un Paese disorientato e aggredito, reso vulnerabile dagli spacciatori di morte spirituale che dal suo interno lo hanno indebolito e da gran parte di quella massa di stranieri che – grazie anche a quei criminali dello spirito – sono entrati illegalmente in esso e vogliono restarvi, pur più o meno inconsciamente disprezzandolo, odiandolo quasi (perché un delitto di questo genere non potrebbe avere l’aggravante dell’odio razziale? qui posso solo ricordare ampie, accurate e documentate analisi sulla realtà dell’odio anti-bianco svolte da molti intellettuali di tutta Europa).

L’Italia è, da cima a fondo, confusa e smarrita, manipolata dal politicamente corretto, tesa fra una diffusa volontà di reagire al declino e un’incapacità di convogliare questo positivo sentimento di reazione su binari razionalmente operativi. Il Ministro dell’Interno Salvini sta bloccando il flusso dei clandestini, tuttavia le centinaia di migliaia sbarcati negli anni scorsi continuano a pesare non solo sulle finanze pubbliche, ma anche sulla vita quotidiana degli italiani. Per rendersene conto, basta osservare le piazze e le periferie, per non parlare dei quartieri quasi inaccessibili perfino alle forze dell’ordine. Non riconoscerlo significa negare la realtà, non importa se per incapacità visuale o per malafede ideologica. Lo scempio di Désirée a San Lorenzo è una diretta conseguenza di questa drammatica deriva, che ha svariate cause, alcune delle quali lontane nel tempo e risalenti in parte a quegli spacciatori di droga ideologica proliferati con il ’68 e in parte a legislatori che ne hanno tacitamente avallato l’azione, ma che oggi non può più essere considerata un tema di trattati sociologici, con le cui metodologie potrebbe infatti avviarsi una interminabile, sofistica e improduttiva discussione sulle cause che hanno portato quei torturatori oltre ogni limite umano.

Qui invece non si può razionalizzare sull’atto criminoso, uno dei peggiori ma anche – non dimentichiamo – uno dei tanti che stanno insanguinando il nostro paese e che hanno come responsabili quegli immigrati fuori controllo che stanno emergendo per numero, violenza, arroganza e impunità. Qui le cose sono chiare, più contundenti di un pugno allo stomaco.

Certo, immigrazione non significa immediatamente criminalità, ma è un fatto che fra i clandestini c’è un’alta percentuale di delinquenti, attratti dalla confusione sociale e dalla permissività delle nostre leggi. Le condizioni attuali confermano che l’immigrazione è un problema di sicurezza, di ordine pubblico e di salvaguardia identitaria (la tesi delle «risorse» di boldriniana memoria è infatti una vile menzogna ideologica), in una misura forse talmente consistente che giustificherebbe l’espulsione immediata di decine di migliaia di persone. Espulsione possibile, come dimostra la razionale ed efficace azione di rimpatrio compiuta da Israele (circa quarantamila nel 2018), o quella di respingimento applicata dall’Australia.

Dal punto di vista morale – e quindi umano – la violenza su Désirée non può dunque essere analizzata, come spesso e talvolta giustamente accade per i casi di omicidio, esaminandone le cause oggettive e le motivazioni soggettive, soppesando fattori che potrebbero aver spinto all’assassinio, dal raptus a cause personali pregresse, da follie ideologiche a vendette oggettivamente fondate. No; qui, oltre a una traccia di razzismo anti-bianco, non c’è nulla di tutto ciò, solo l’abiezione psicologica e il nulla morale: questo è l’elemento più spaventoso, la totale assenza di strutture psico-etiche, il vuoto morale assoluto che rivela l’assoluta mancanza di coscienza storica e di prospettiva per il futuro, di rispetto per l’essere umano, a cui fa da sfondo un non meno preoccupante sbandamento della mente italica, di una società che contiene vaste sacche di sottosviluppo culturale ed economico, che investono tutti i ceti, ma che in quelli più fragili producono gli effetti più devastanti.

Perciò qui, pur nei limiti imposti dalle leggi, la condanna dev’essere massima e immediata, nella sua emissione e nella sua esecuzione, come direbbe il codice militare in tempo di guerra. Ma la condanna che verrà comminata ai sadici assassini di Désirée sarà sempre troppo lieve rispetto all’atto da essi compiuto, come aveva mostrato, sul piano generale, Vittorio Mathieu in uno splendido libro pubblicato dall’editore Liberilibri (Perché punire, Liberilibri, Macerata, 2007). Oggi il legislatore dovrebbe porsi nuovamente il problema etico-giuridico del rapporto fra delitto e pena: ciò che era giuridicamente equo in una data circostanza, lo è ancora in circostanze diverse? Se non lo è, il legislatore deve necessariamente intervenire; e se questi non agisce, allora al problema della disgregazione sociale, in cui proliferano e spiccano le nuove forme di criminalità immigrata, si aggiunge quello dell’inadeguatezza del legislatore. Inasprire le pene per certi crimini – e farle scontare fino in fondo – è oggi un imperativo morale, prima ancora che un’esigenza giuridica e sociale. Non rispettarlo significa letteralmente mortificare la nostra civiltà e sgretolare il valore simbolico della legge.

Scorrendo, il tempo storico trasforma il mondo, immettendo nella realtà sociale elementi nuovi che possono anche essere estremamente negativi: sotto il profilo della coscienza civile, l’Italia di oggi è indubitabilmente peggiore di cinquant’anni fa, e l’attuale crisi nazionale ed europea ha molto a che fare con il fenomeno dell’immigrazione, perché oltre a costituire un problema di criminalità esso è anche uno dei nodi su cui l’ideologia anti-occidentale ha imperniato la sua campagna anti-identitaria.

La nostra società è vulnerabile alle aggressioni, psicologiche e fisiche, anche perché continua ad agire in essa un sentimento di autocolpevolizzazione indotto da decenni di centrifugazione mentale politicamente corretta, che dinanzi alla vicenda di Désirée come di molte altre analoghe, dice: e se fossimo stati noi, europei – italiani – a creare questi mostri? Tanto subdola quanto fuorviante, questa è la domanda con la quale gli ideologi della sostituzione etnico-culturale tentano di scardinare le nostre coordinate tradizionali: teorici del neomarxismo, trotzkisti, teologi della liberazione, decostruttivisti, cattocomunisti e buonisti che, consapevolmente o meno, si stanno consegnando al suicidio dinanzi alle masse estranee e, quel che è peggio, stanno tentando di scavare la fossa a tutti noi. Tutti insieme, da molte provenienze ma con un medesimo fine: la distruzione o almeno la radicale trasformazione del mondo occidentale, della sua tradizione e del suo sistema economico-sociale. Tutti insieme a spiegare, a pontificare, a convincerci che siamo noi europei la causa originaria di quella barbarie, che insomma Désirée l’abbiamo uccisa noi prima di quei mostri subumani, che in fondo sarebbero il prodotto della colonizzazione, dello sfruttamento delle risorse e delle persone nel continente africano, di una violenza che oggi si ritorcerebbe contro di noi. Una teoria assurda e allucinante, che però ha fatto breccia nella coscienza collettiva, aprendo scenari spaventosi.

In realtà noi abbiamo una colpa, che però è diametralmente opposta a quella che hanno creato e diffuso i teorici anti-occidentali: siamo colpevoli di aver abbandonato la nostra tradizione, di averne obliato la forza e la nobiltà, di averne rinnegato lo spirito, che storicamente è fatto di compassione e di solidarietà ma anche di repressione e di autoaffermazione. E quando si smarrisce lo spirito, si è già intrapreso un cammino di regressione che potrebbe rapidamente portare alla distruzione di ciò che gli europei hanno costruito in due millenni e mezzo.


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste