4 novembre 1918: con Trento e Trieste si completò l’unità d’Italia – S. Sfrecola

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finegrandeguerra“Italiani, Cittadini e Soldati! Siate un esercito solo”. L’incipit del proclama di Vittorio Emanuele III all’indomani dell’incontro di Peschiera sul Garda, quando impose ai governi ed agli stati maggiori di Francia e Inghilterra la difesa sul Piave, convincendoli che l’Esercito italiano sarebbe stato in grado di resistere su quel fronte, è nel suo stile, asciutto, mai retorico, come sottolinea Indro Montanelli.

In quella frase, inoltre, c’è anche una verità spesso trascurata. Se è vero, secondo la nota espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, che fatta l’Italia il 17 marzo 1861, con la costituzione dello Stato unitario, c’era ancora da fare gli italiani, non c’è dubbio che la Grande Guerra abbia realizzato quell’auspicio. Durante quei 41 mesi di guerra al fronte si trovarono fianco a fianco nelle trincee, sulle montagne e nelle valli, italiani provenienti da ogni regione. In quelle difficili condizioni compresero di essere un popolo, al di là dei dialetti, delle abitudini, della storia delle città e dei borghi che avevano lasciato “per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera”, come sappiamo dalla Canzone del Piave.

Italiani, non solo in grigioverde ma anche in tuta nelle fabbriche e nelle campagne, uomini e donne tutti partecipi dell’imponente sforzo bellico, quanti, alla vigilia, avrebbero voluto evitarlo e quanti, invece, ritenevano necessario imbracciare le armi contro “il nemico storico”, come avrebbe detto Luigi Einaudi, perché una volta liberate Trento e Trieste si sarebbe realizzata effettivamente l’unità del Paese. Per questi italiani era la quarta guerra d’indipendenza, a conclusione di quel Risorgimento che avevano iniziato i loro padri e i loro nonni.

L’epilogo cominciò a delinearsi quando, bloccati sul Piave nel giugno del 1918, gli austriaci riprendono l’iniziativa con un attacco nel Trentino nella speranza che il nostro Comando vi faccia affluire truppe sottratte al fronte del Piave. L’offensiva si sviluppa fra il 14 e il 15 giugno con un massiccio bombardamento accompagnato da lancio di gas su tutto il fronte, soprattutto sul Grappa, dove gli austriaci riescono a conquistare alcune importanti posizioni, ciò che convince Franz Conrad von Hötzendorf che la vittoria sia vicina. Per lui gli italiani sono ormai “appesi con le sole mani a un balcone”, tanto che una spinta li farebbe precipitare. Ma non aveva a disposizione quelle truppe tedesche che un anno prima avevano fatto la differenza a Caporetto.

Dura sei giorni l’offensiva “della fame”, delle truppe approvvigionate con derrate alimentari sottratte ai viennesi. Le 58 divisioni austriache cedono alle 56 alleate. E il nuovo Capo di Stato maggiore, Arthur Arz von Straussemburg, subentrato a Conrad, ordina la ritirata abbandonando sul terreno tra morti e feriti quasi 100.000 uomini e 25.000 prigionieri. “Per la prima volta – scrive il Generale Erich Ludendorff - avemmo la sensazione della nostra sconfitta”.

Esaurito il tentativo austriaco, Armando Diaz comprende che è il momento propizio per la nostra offensiva, che la vittoria è possibile, che si realizzerà “una Caporetto alla rovescia”, come scrive alla moglie il 30 ottobre 1918, quando comincia ad assaporare il successo delle armi italiane in una azione decisiva per la vittoria finale.

Subentrato a Luigi Cadorna, giusto un anno prima, Diaz coglie l’effetto della sua capacità di direzione e coordinamento del grande esercito che aveva profondamente rinnovato nell’armamento, nella organizzazione e nei quadri e in un nuovo rapporto con la truppa stressata dai lunghi anni di trincea. E lo porta alla vittoria, una volta esaurita la disperata azione offensiva delle armate austriache vittime di un logoramento del quale i loro comandi erano pienamente consapevoli.

È tutto un rincorrersi di eventi verso la conclusione della Grande Guerra. Il 26 settembre 1918 gli alleati sfondano la “linea Hindemburg”, mettendo in crisi lo schieramento tedesco sul fronte francese, il 29 i bulgari capitolano sotto l’incalzare dell’armata d’oriente, il 3 ottobre gli ungheresi proclamano l’indipendenza. L’indomani la Germania chiede di trattare.

Intanto, verso metà ottobre, il nostro Comando Supremo dà avvio alla grande offensiva destinata a svilupparsi attraverso il Piave in direzione di Vittorio Veneto. Alle nostre armate Diaz aggiunge due piccole unità miste, una italo inglese, al comando di lord Frederik Cavan, e una italo francese, al comando del corso Jaean-César Graziani. Vuole coinvolgere gli alleati. Attende che si riduca la portata della piena autunnale del Piave e ordina al Generale Gaetano Giardino di attaccare sul Montegrappa. L’iniziativa fa convergere su quella posizione molte riserve austriache.

L’offensiva italiana inizia alle 3 del mattino del 24 ottobre con un pesante martellamento di artiglieria lungo tutto il fronte. Sul Grappa è un inferno. Gli austriaci respingono sanguinosamente i nostri assalti sul Piave. Ma quando viene loro ordinato il contrattacco i reggimenti cechi, croati, polacchi, ungheresi gettano le armi e l’esercito austriaco crolla di schianto. Questo consente al generale Enrico Caviglia di traghettare oltre il fiume a Susegana la sua VIII armata mentre le divisioni di cavalleria al comando di Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, Conte di Torino, travolgono gli austriaci fino a Vittorio Veneto, raggiunta la sera stessa. Minacciata di aggiramento la VI armata austriaca abbandona il Montegrappa e da quel momento la ritirata si tramuta nella rotta ben descritta nel Bollettino della Vittoria diramato da Armando Diaz alle ore 12 del 4 novembre. “L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

È la sconfitta di un esercito e di un paese ridotto allo stremo. Taluno – siamo da sempre bravissimi nel denigrarci - ha voluto ridimensionare il valore della nostra vittoria sostenendo che abbiamo sconfitto un esercito in disfacimento. Senza tener conto che a quel logoramento aveva concorso il sacrificio quotidiano dei nostri fanti lungo i quarantuno mesi del conflitto, combattendo in condizioni spesso proibitive, per la natura dei luoghi e per il clima, per molti dei combattenti, soprattutto i meridionali, assolutamente inusitato. Invece, come ha scritto Paolo Pozzato, Vittorio Veneto rimane “per molti aspetti una delle vittorie più significative di un paese che non poteva vantare molti allori militari”. Da annoverare “tra quanto di meglio il nostro esercito ha saputo fare nel corso di tutta la sua storia”.

 

sfrecolaSalvatore Sfrecola

avvocato patrocinante in Cassazione

già presidente di Sezione della Corte dei Conti

presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione