La riforma psichiatrica dopo quarant’anni – N. Sanna

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malattiamentale1Una lettura storica degli eventi occorsi dalla promulgazione della legge 180/78 (legge “Basaglia” o di riforma della psichiatria) narra di un provvedimento legislativo andato ben oltre il suo iniziale valore riformatore. Il meccanismo messo in moto, complesso, articolato ed in continuo divenire, non si è limitato alla semplice chiusura degli ospedali psichiatrici, ma ha dato vita ad un radicale cambio di paradigma nell’approccio alla malattia mentale ed al suo complesso mondo. Dal manicomio alla territorialità, dalla concezione custodialistica basata sulla segregazione del paziente alla dimensione di cura focalizzata sulla centralità della persona, dalla rappresentazione della psichiatria come mera disciplina medica alla concezione di un modello tipo bio-psico-sociale, ne sono i presupposti divenuti oramai valore culturale universale. L’organizzazione dipartimentale dei servizi, inoltre, che pone il paziente al centro del sistema assistenziale creando intorno una rete integrata tra sanitario e sociale è di tale pregio funzionale ed innovativo da essere stata adottata anche in altri settori della medicina.

Da qui emerge la vera natura della riforma psichiatrica: non un singolo evento, per quanto significativo, ma la messa in moto di un assetto complessivo che ha attraversato il piano culturale, sociale, delle relazioni e modificato per sempre il modo di concepire la malattia mentale restituendo al paziente quel “diritto di cittadinanza” fino ad allora negatogli. La legge ha rappresentato, nel suo momento ideativo, e continua ad esserlo, nella sua sia pur incompleta applicazione, una rivoluzione concettuale che ha proiettato la psichiatria in una dimensione dalla quale non si torna più indietro.

Il sistema italiano permane l’unico senza ospedali psichiatrici, è tra i pochi ad appartenere interamente al sistema sanitario nazionale, è il più liberale in termini di limitazione della libertà individuale, ha tassi di posti letto ospedalieri fino a sette volte inferiori alla media degli altri paesi europei. Tuttavia alcuni indicatori di efficacia quali l’accessibilità ai trattamenti, la dotazione di personale e l’investimento economico complessivo ci pongono al sedicesimo posto tra i paesi europei.

Il presupposto che la psichiatria sia una disciplina medica fondata su un modello bio-psico-sociale, non su un modello esclusivamente bio-medico, richiede che l’approccio al paziente debba essere multidimensionale e centrato contemporaneamente sulle problematiche sanitarie (tipo di patologia), assistenziali (tipo di disabilità e livello di autonomia), familiari (tipo di famiglia e problematicità della stessa) e sociali. Questo modello non è mai decollato appieno. Il suo fallimento incide negativamente sulla qualità di vita degli utenti, determina la percezione, spesso corroborata da dati di realtà, che il paziente psichiatrico e la sua famiglia siano abbandonati a se stessi e alimentata l’aspettativa che la soluzione risieda ancora nell’individuare luoghi dedicati dove questi pazienti possano essere accolti e contenuti, lontani dal loro contesto sociale.

I sistemi di finanziamento, oltre che modesti, mostrano criticità. L’oggetto, infatti, non è tanto il percorso assistenziale quanto la struttura che se ne fa carico. Vi è inversione delle priorità: è il paziente che deve adeguare il suo progetto terapeutico individuale al sistema burocratico con inevitabili contaminazioni.

Infine permangono ancora, nella popolazione generale e nello stesso ambiente medico, molti irriducibili pregiudizi sulla malattia mentale che quaranta anni senza manicomi non hanno ancora risolto. Uno è la criminalizzazione dell’ammalato di mente. È opinione comune che il malato di mente sia pericoloso, che possa arrecare violenza, che possa uccidere immotivatamente e con crudeltà. In realtà sono molto più pericolosi i criminali non malati di mente e i tossicomani. Un altro pregiudizio è la psichiatrizzazione dei comportamenti normali. C’è la tendenza a ritenere che tutto quello che non si comprende debba essere di natura patologica, particolarmente i comportamenti strani che si discostano dalla norma e quelli violenti. Non si accetta più che qualcuno possa essere semplicemente triste: lo si deve necessariamente diagnosticare depresso. Infine la deresponsabilizzazione del malato di mente: “poiché malato non sa quello che fa”. Ragionamento semplicistico e riduttivo perché nella maggior parte dei casi i pazienti affetti da disturbo psichico sono consapevoli delle conseguenze delle loro azioni. È una forma di sofisticata stigmatizzazione, per di più di ostacolo all’attuazione della terapia “responsabilizzante” che mira a rendere il soggetto con disturbo psichico protagonista della propria vita attraverso il potenziamento delle sue risorse e nel rispetto delle sue esigenze e scelte esistenziali fattibili.

Siamo ancora ben lontani dal rivoluzionario assunto della 180 che aveva presagito, per i pazienti psichiatrici, la conquista del loro pieno diritto di cittadinanza.

 

sannaNoemi Sanna

ricercatrice in neuroscienze

Università di Sassari