USA, il giudice Kavanaugh e la teppa – C. Taddei

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kavanaugh1A Washington, nella tarda mattina del 27 settembre 2018 si conclude, davanti alla Commissione Giustizia del Senato, l’audizione della signora cinquantenne, Christine Ford, la cui accusa di un’aggressione a sfondo sessuale – 36 anni prima, quando lei aveva 15 anni, da parte di due ragazzi di 17 anni, uno dei quali secondo la Ford sarebbe Brett Kavanaugh – da due settimane ha bloccato la nomina alla Corte Suprema di Kavanaugh, un giudice di eccelsa qualificazione per quella nomina (dopo esser stato per 12 anni giudice al Circuit Court del District of Columbia, la più importante Corte d’Appello della nazione, e aver firmato oltre 300 delibere, nessuna delle quali contestata da altre Corti) e un esimio cittadino americano, ammirato e rispettato in ogni ambiente da lui frequentato. La voce della Ford è fievole, il suo eloquio è cortese, sembra credere di aver subito un sopruso (peraltro non più grave di quello che molti cittadini, uomini e donne, subiscono ogni giorno, in ogni ambiente). Però la sua ricostruzione degli eventi è contraddittoria, difettosa. Di lei sappiamo che è una persona con conflitti psicologici. Chi propaga la sua accusa, ha detto di lei cose false; l’ha portata davanti al pubblico contro, a quanto sembra, la sua volontà iniziale; le ha affiancato due avvocati che sono due attivisti di sinistra, uno dei quali ha la reputazione di essere una canaglia. Ma la Ford è divenuta lo strumento della guerra a Kavanaugh, che è anche la guerra a Trump. E allora, a metà giornata del 27 settembre, la parola d’ordine è “credibile”: la Ford è credibile. Lo affermano subito tutti i maggiori media americani; lo ripetono, stoltamente o per disonestà, i media italiani; lo gridano i dimostranti pagati, raccolti attorno alle aule del Senato. 

Per la sinistra, per i Democratici, per i globalisti, per i nemici di Trump, per i nemici dell’America, bloccare la nomina di Kavanaugh significa impedire un nuovo equilibrio alla Corte Suprema: quattro giudici liberal (di cui due nominati da Obama, due donne, una qualificata, l’altra assai meno) e quattro conservatori; il nono giudice, il Chief Justice Roberts, è un conservatore che rispetta la tradizionale equidistanza del Primo Giudice. Bloccare la nomina di Kavanaugh significa affermare che la Corte Suprema non deve interpretare la Costituzione e le leggi, e farle rispettare – come credono i conservatori –, bensì deve riscriverle, secondo le esigenze del pensiero progressista: cioè deve diventare uno strumento politico. Per la sinistra l’obiettivo è importante, tanto da giustificare i milioni di dollari spesi dai gruppi di opposizione e da noti finanzieri (George Soros davanti a tutti): cioè il “denaro oscuro”, come lo definisce la senatrice Collins, impegnato per impedire la nomina di Kavanaugh. E tanto da giustificare la vergognosa pubblicità fornita alle calunnie e alla diffamazione che per settimane investono Kavanaugh. Dopo l’accusa della Ford, ne arrivano altre due, ancor più indecenti, tanto che persino il New York Times non conferma una delle due. Per la sinistra, per gli indegni senatori Democratici che siedono nella Commissione Giustizia e altri, l’obiettivo di fermare Kavanaugh è sufficiente per cancellare il principio costituzionale di un corretto processo prima di condannare, o quello della presunzione di innocenza in assenza di colpa provata che è un fondamento della giustizia, in America e altrove; è sufficiente per diffamare e condannare Kavanaugh; ferire la sua famiglia; imporre al paese una lacerazione, senza riguardo per la verità. 

Come ha sequestrato l’associazione per le libertà civili (ACLU), così la sinistra estrema ha sequestrato il movimento femminista (che adesso negli USA si chiama Me Too movement). La frequentissima accusa di molestie sessuali è divenuta un’istanza caotica: molte donne subiscono molestie, e i responsabili rimangono impuniti; molte altre fingono di averle subite. Un’industria si è costituita, con avvocati specializzati, che mettono annunci sulle TV: “Fatemi sapere che cosa vi è successo, vi farò avere un compenso”. Il mettere a tacere, con pagamenti esosi, le accuse nei confronti di personaggi noti delle reti TV, o di dirigenti di industrie private, è quasi una regola, che ha fatto nascere un termine nuovo: prezzo del silenzio (hush money). Persino il Congresso ha costituito un fondo specifico, per pagare gli stagisti che avanzano accuse nei confronti dei politici. I soprusi esistono; ma esiste anche un pregiudizio, del tutto fuori dalla realtà, che vuole accreditare ogni donna come una verginella vittima di prepotenze. Di tale pregiudizio ha beneficiato la Ford, con l’assurda messinscena televisiva (voluta dai Democratici e concessa dai Repubblicani) che ha messo la deposizione di una donna disturbata sullo stesso piano di quella del giudice Kavanaugh. 

Alla messinscena, gonfiata dalle TV con loro ritorno di ascolti e dunque di utili, si è aggiunta la presenza invadente della teppa: sui social media, all’esterno del Congresso e persino all’interno, per intimidire i senatori. Una teppa mobilitata e pagata da gruppi di estrema sinistra come Moveon.org, finanziato ufficialmente da George Soros. I pagamenti e la regia sono documentati. Per esempio, in un editoriale del Wall Street Journal scritto da una giornalista liberal che condivide gli obiettivi di Soros e che è stata membro della sua Open Society (George Soros’s March on Washington, 8-10-2018) si legge: “I maggiori gruppi attivi nelle proteste contro Kavanaugh, tra cui ACLU, Planned Parenthood, Human Rights Campaign e Moveon.org, hanno ricevuto dalla Open Society finanziamenti appositi. (…) Proteste, ingresso nei corridoi del Congresso, disturbo ai lavori e istruzioni su come avvicinare e mettere nell’angolo i senatori, erano parte di una rete ben organizzata, che ha provveduto a pagare per gli autobus e per le camere d’albergo”. Per settimane la presenza della canaglia intorno al Congresso ha sostenuto gli obiettivi dei Democratici, che applicavano la politica della calunnia per distruggere Kavanaugh. Questo è divenuto il partito Democratico: una gang, una banda di estremisti di sinistra. Le voci moderate o semplicemente civili nel partito (Tim Ryan, Joe Lieberman, Jim Webb) sono state messe a tacere. Ha prevalso l’estremismo, la calunnia, l’immigrazionismo, l’odio, la sovversione antiamericana. È sconcertante, ed è senza dubbio significativo, che metà degli elettori voti per tale partito. 

Dunque, a metà giornata del 27 settembre, quando i media diffondono la tesi che la Ford è “credibile” e mentre la feccia esulta nelle strade, la conferma di Kavanaugh appare compromessa e il disonore per il Senato, e di conseguenza per la nazione, appare una possibilità reale. In quel momento, a salvare la giornata e la nazione, intervengono due eventi. Il primo e il più importante è la testimonianza di Kavanaugh davanti alla Commissione Giustizia: un intervento emotivo ma anche meditato, la reazione dolente di un uomo giusto davanti ad accuse infondate; un intervento umile quando Kavanaugh afferma la propria innocenza nel dettaglio delle accuse, ma anche orgoglioso nel ribadire la propria integrità; un intervento dove la verità ha un suono così autentico, così dirompente, da imporsi a un osservatore onesto. Tra questi non vi sono i 10 senatori Democratici della Commissione, i quali ancora insinuano accuse con le loro domande: il bianco Durbin, eletto a Chicago in quartieri controllati dalla mafia; il nero Booker, eletto a Newark in quartieri controllati da bande di neri; l’anziana Feinstein, divenuta portavoce della maldicenza e di sotterfugi perseguibili. Con calma, con nuda sincerità, con la forza dei suoi argomenti, Kavanaugh respinge le insinuazioni. 

Il secondo evento è l’intervento del senatore Repubblicano Lindsey Graham, dopo che gli altri Repubblicani si sono pronunciati con educata cautela. Ora, io non sempre ho condiviso in passato le posizioni di Graham, e non le condivido oggi, anche su temi importanti; ma in quel giorno l’intervento di Lindsey Graham è straordinario, perché strappa la tela di ipocrisia, di falsità e di finto perbenismo che grava sulla Commissione. Con rabbiosa irruenza, Graham accusa i Democratici di voler “distruggere la vita” di Kavanaugh per guadagnare tempo in attesa delle elezioni (cioè dice esattamente come stanno le cose), denuncia “l’immorale impostura” delle accuse a Kavanaugh (“la più spregevole in questo Senato da quando sono in politica”) e rivolgendosi ai senatori Democratici dice: “Avevo amici tra di voi, ne avrò ancora. Ma, lasciatemi dire, fate schifo”. 

I due eventi salvifici non concludono la vicenda Kavanaugh. Con la complicità del senatore Repubblicano Flake, forse condizionato dalle minacce della teppa e comunque sempre pronto a muoversi in direzione anti-Trump, i Democratici ottengono un ulteriore rinvio e una nuova, superflua indagine dell’FBI. Con il sostegno dell’abbietta isteria mediatica che ha circondato la vicenda, i Democratici hanno abusato del processo di conferma a cui è chiamata la Commissione Giustizia: hanno messo in atto un ostruzionismo senza precedenti, costringendo Kavanaugh a 31 ore di testimonianza, a 65 incontri con senatori; a processo concluso, hanno tirato fuori dal cassetto le accuse della Ford e benché Kavanaugh, a motivo dei suoi incarichi precedenti, fosse già stato oggetto di sei indagini dell’FBI, ne hanno chiesto un’altra – nonostante che la Commissione, con il proprio staff professionale, dotato di agenti e procuratori, avesse già condotto le abituali indagini, che sono comprensive ed esaurienti per ogni nomina di un giudice. Davanti a tale malafede, volta a guadagnare tempo, i Repubblicani per settimane hanno agito in modo poco accorto. Hanno portato la Ford in TV, cosa non necessaria. Con distacco fuori luogo da gentlemen, o piuttosto sotto le minacce del movimento femminista che li accusava di non rispettare le donne, non hanno interrogato la Ford nell’unica occasione che avevano di farlo (cioè nell’audizione pubblica del 27 settembre, trasmessa in TV), ma hanno delegato il compito al mite procuratore Mitchell, esperta di reati per molestie sessuali. Le domande alla Ford, per mettere in chiaro le contraddizioni nei suoi ricordi o nelle sue parole, erano dovute: un accusatore può apparire “credibile” se gli aspetti implausibili della sua accusa non sono denunciati. Quanto al gentile, non conflittuale interrogatorio condotto dalla Mitchell, che ha evitato domande incisive, il fatto che esso abbia comunque rivelato l’inconsistenza delle accuse è andato perduto per molta parte del pubblico televisivo. Quando poi, alcuni giorni dopo, la Mitchell ha consegnato le sue conclusioni, che negano ogni credibilità alla Ford e avvicinano i suoi avvocati a una zona perseguibile penalmente, i media le hanno del tutto ignorate. Così come non hanno avuto rilievo le conclusioni dell’indagine dell’FBI, che confermano l’inconsistenza delle accuse. 

Il 6 ottobre la nomina di Kavanaugh viene confermata dal Senato con stretta maggioranza (51 a 48) e un solo voto Repubblicano mancante (la Murkowski, che dovrà rendere conto ai suoi elettori in Alaska). Nell’ultima fase della vicenda i Repubblicani in Senato hanno raddrizzato la schiena e ottenuto una vittoria gradita ai loro elettori. La vittoria è anche di Trump, che è rimasto fermo su Kavanaugh e non ne ha ritirato la nomina, come qualcuno gli consigliava. Kavanaugh è un moderato, vicino all’establishment Repubblicano (ha lavorato nella Casa Bianca di George W. Bush). Non è un pupillo di Trump. Tre mesi prima, il suo nome poteva avere un’alternativa. Ma non più dopo l’attacco dei Democratici. “Vogliono distruggere la sua reputazione, e non possiamo consentirlo”, dice correttamente Trump nel momento di crisi. Dunque è una vittoria per la parte migliore del paese. Il risultato impedisce un oltraggio al Senato e alla nazione, e allontana il collasso della Commissione Giustizia, che per due settimane si è avvicinata a cancellare il principio del giusto processo ed è rimasta sotto una cappa di falsità. Riguardo ai senatori Democratici che hanno steso quella cappa, l’ex procuratore Joe diGenova afferma che essi “andrebbero indagati dalla Commissione Etica del Congresso. Ciò che hanno fatto è vergognoso. Chi ha mentito e chi ha calunniato Kavanaugh dovrebbe essere processato con le modalità previste dalle leggi”. A chi lo vuole ascoltare, Trump dice: “Non ci si può fidare del partito Democratico”. 

L’estremismo anti-Trump e l’immigrazionismo che vuole i confini aperti e le “città-santuario”, indifferente alle conseguenze sulla convivenza sociale, hanno reso tossica la dirigenza dei Democratici. Il loro principio, applicato fuori luogo, che il fine giustifica i mezzi (“the ends justify the means”, abbiamo sentito dire) li ha trasformati nel brutto “partito della resistenza”. Ogni eccesso e ogni menzogna sembrano leciti. Il loro leader in Senato, Schumer, afferma in aula: “Dobbiamo abbattere Kavanaugh con ogni mezzo”. La congresswoman nera Waters dice alla CNN: “Dobbiamo attaccare i conservatori nelle piazze, nei supermercati, nelle stazioni servizio”. Hillary, tornata a parlare, dice alla NBC: “Rinunceremo alla mancanza di civiltà quando controlleremo il Congresso”. E la teppa esegue: nelle strade, nei luoghi pubblici, l’apologia dell’inciviltà diviene violenta intolleranza. I maggiori media non denunciano quanto accade. I giornalisti della MSNBC o di altre reti TV sono attivisti del partito Democratico. Come accade da decenni nelle università, nei media più diffusi i conservatori sono stati epurati. Nel settembre 2018 il New York Times pubblica un editoriale anonimo che invita alla sovversione, parla di “cellule dentro il governo pronte ad agire” contro il presidente, che “rimuoveremo in un modo o nell’altro”: cioè anche con l’inganno o con la violenza. In quello stesso mese, quando il cronista della Washington segreta, Bob Woodward, un tempo stimato, pubblica un libro con ricostruzioni balorde, smentite dagli interessati, degli eventi di corridoio alla Casa Bianca, i media lo incensano, ma non menzionano il fatto che Woodward, nell’ultimo capitolo del libro, affermi che “dopo due anni di ricerche” non ha trovato “alcuna prova di collusione” tra Trump e la Russia. 

Nelle parole della Waters, di Durbin, di Booker, di attori di Hollywood, di anfitrioni di salotti televisivi, la “resistenza” e l’apologia dell’ingiuria divengono incitamento alla violenza. Il boicottaggio di Trump diviene minaccia e aggressione per chi sostiene il presidente. Un anno fa il Repubblicano Scalise fu ferito gravemente da un attivista anti-GOP su un campo di baseball. Di recente un candidato del GOP in California è stato aggredito e ferito in una caffetteria. Il peggio è dietro l’angolo. I social media, Hollywood, i professori universitari, incendiano le menti. Le cose che vengono dette di Trump non sono mai state dette di un presidente. L’estorsione sulle opinioni del pubblico è costante. Qualsiasi cosa Trump o il GOP concedano (come la messinscena televisiva di ascoltare una donna disturbata, la Ford, che accusa Kavanaugh di averla aggredita 36 anni prima, benché non abbia avanzato i suoi reclami in passato, quando Kavanaugh era già un personaggio pubblico, essendo giudice della Corte d’Appello del D.C.), gli sciacalli si avventano. Molti politici, come molti media, abusano della loro immunità. 

I Democratici sono divenuti una setta con vaste aderenze nell’applicare il tribalismo e le politiche dell’identità (i neri in quanto neri devono votare per loro, così gli ispanici, o i gay, o addirittura “le donne”). Destabilizzati da Trump e dal suo impegno a cambiare, privi di veri leader, gli attivisti hanno trasformato il partito Democratico nel movimento più estremista mai visto nella storia degli USA. La loro presa sulla società deriva dalla confusione di quella società. Una confusione alimentata per decenni e divenuta aggressiva, con l’arroganza del potere, negli anni di Obama. La permanenza politica dei Democratici è affidata alla continua invasione immigratoria, che il Congresso non ha fermato, benché Trump, sul tema, avesse ricevuto un mandato dagli elettori. Al voto per i Democratici contribuisce in misura significativa il sostegno di gruppi finanziari che dispongono di illimitate quantità di denaro. George Soros è il nome più noto, ma non l’unico. Il miliardario “verde” californiano Tom Steyer, che vuole impeach Trump, si è vantato di investire nelle elezioni di mid term più di tutti i sostenitori del GOP. Il miliardario Bloomberg ha emesso assegni (resi pubblici dalle leggi americane in materia) per decine di milioni di dollari per orientare, in favore dei Democratici, le elezioni in molti distretti della costa est e in California. In Texas, per contendere un seggio in Senato al Repubblicano Ted Cruz, il Democratico Beto O’Rourke ha ricevuto 45 milioni di dollari, la cifra più alta mai investita in una contesa locale. Secondo dati forniti dalla Democratic Campaign Committee, 60 loro candidati alla Camera hanno ottenuto oltre un milione di dollari per le prossime elezioni di mid term; nel 2014 solo 3 raggiunsero quella cifra. 

Poi vi sono gli istigatori, che scendono in strada a dirigere e ad attaccare. Gruppi come Media matters, o Moveon.org, o Color of change, prendono ordini dai politici e dai finanzieri di sinistra. I quali sanno di controllare i media, e pensano di poter fare qualsiasi cosa. Hanno quasi abbattuto Kavanaugh. Ogni giorno provano a farlo con Trump. Sulle strade e nei luoghi pubblici, la teppa è guidata da persone indirizzate, pagate per gridare slogan, con le telecamere della CNN dietro di loro, o per intimorire politici e giornalisti conservatori. Lo si è visto nella vicenda Kavanaugh. C’era molto denaro dietro la messinscena delle accuse pseudo-femministe a Kavanaugh, come c’è molto denaro dietro i tentativi di far crollare la Borsa a tre settimane dalle elezioni. I media corrotti non ne parlano, non indagano, perché sono in affari con chi fomenta la “resistenza” a Trump. La vicenda Kavanaugh richiede sì un’indagine dell’FBI, ordinata dai vertici della Giustizia (se fossero disposti ad agire), ma non per scoprire quante birre beveva Kavanaugh al liceo. Non è un caso ciò che è accaduto intorno alla nomina di Kavanaugh; come non è un caso l’indagine-truffa del procuratore Mueller, o la manovra per non renderne pubblici i relativi documenti; come non è un caso la “carovana” con migliaia di aspiranti immigrati, che si mette in moto dall’Honduras per raggiungere il confine USA prima delle elezioni, finanziata da attivisti e avvocati inviati sul luogo. 

La sinistra e il globalismo vogliono cambiare la cultura e la demografia della nazione americana, per cancellarne i valori tradizionali e da ultimo distruggerla. Gli strumenti per raggiungere lo scopo includono il tentativo di devastare l’immagine pubblica di una persona (come nella vicenda Kavanaugh) e l’incitamento alla violenza verso chi viene considerato un ostacolo. Personaggi noti delle TV e del mondo dello spettacolo, e noti pubblicisti, si adeguano a tale tattica. Quanto alle università, la sinistra americana ne ha infestato ogni angolo, dall’insegnamento agli uffici di direzione. Alcuni professori non si limitano più a indottrinare gli studenti, bensì esortano ad iniziative contro i conservatori. Gli esempi sono continui, purtroppo. Durante le settimane della vicenda Kavanaugh, un professore della Georgetown University di Washington (Christine Fair) scrive su Twitter che “gli uomini bianchi” che difendono Kavanaugh “meritano una morte miserabile davanti alle femministe che ridono”; la direzione della Georgetown, che dovrebbe essere gestita dai Gesuiti, non prende provvedimenti, affermando che si tratta di “un’opinione personale” e richiamandosi alla “libertà di parola”. Se un professore conservatore – ammesso che ce ne siano ancora – avesse scritto molto meno, avrebbe perduto il posto. In quelle stesse settimane un preside della Catholic University, sempre a Washington, per aver messo in dubbio la credibilità – di fatto pari a zero – degli accusatori di Kavanaugh, viene sospeso e indotto a scrivere una lettera di scuse, mentre organizzate proteste nel campus ne chiedono le dimissioni. 

Alcuni leader dell’attuale partito Democratico (Waters, Gillibrand, Booker, Durbin) sono auto-proclamati istruttori di odio. Per essi l’odio verso i conservatori, che maschera l’odio per l’America, è uno strumento di potere. Del resto, da molti anni l’odio verso l’America di gruppi estremisti come Black Lives Matter è un tema per identificarsi, con i conseguenti soprusi verso i neri che osano pensare con la loro testa o che, oggi, osano sostenere Trump. Troppo a lungo i conservatori hanno lasciato che gli estremisti di sinistra portassero avanti i loro obiettivi, come troppo a lungo hanno permesso che un sistema di immigrazione fallimentare e insostenibile cambiasse il volto delle città americane. Poi è venuta la presidenza Obama, ad attizzare i risentimenti, a dividere, a confinare i bianchi poveri che “si attaccano alle pistole e alla religione” in una condizione sociale non protetta da sussidi e da favori che vengono concessi anche agli immigrati illegali o, nelle “città-santuario”, anche a piccoli criminali. 

Come è accaduto nella conclusione della vicenda Kavanaugh, per i conservatori è tempo di alzarsi in piedi e di “resistere”, come hanno fatto nel 2016 con l’elezione di Trump. Il contesto del prossimo voto di mid term è quello di una società divisa. Nei confronti del presidente Trump, il contesto è quello di una cospirazione – costruita e tenuta in piedi anche con azioni perseguibili penalmente – per impedirgli di governare e per destituirlo. Della cospirazione hanno fatto parte i vertici della Giustizia, dell’FBI e della CIA nominati da Obama: lo hanno fatto da posti di potere, nell’ultima fase della presidenza Obama; poi, con Trump alla Casa Bianca, lo hanno fatto tramite i media più diffusi. In ogni momento, del colpo di stato silenzioso sono stati complici i media corrotti. La cospirazione, come le calunnie verso Kavanaugh, non dovrebbero restare impunite. La sedizione e il tentativo consapevole di minare l’autorità di un presidente liberamente eletto sono crimini. Se alla sovversione si aggiunge l’incitamento all’aggressione, il crimine è ancora più grave. Dopo le elezioni di novembre, alla Camera si è avuta una maggioranza Democratica: l’impegno per portare la sovversione in corso a consapevolezza del pubblico e perseguirla potrebbe essere ostacolato, anche bloccato dal controllo Democratico di Commissioni decisive.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore