Sul riconoscimento dei titoli accademici ecclesiastici in Italia: prospettive di riforma dopo “Veritatis Gaudium” – V. Pacillo

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universitaecclesiasticheE’ quantomeno dalla promulgazione della legge 241/1990 che il legislatore ha saldamente legato i principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione, sanciti dall’art. 97 Cost., alla necessità di provvedere alla semplificazione degli oneri amministrativi richiesti al cittadino. In questi ventotto anni si sono rincorsi diversi provvedimenti normativi diretti a rendere meno complessi e burocratizzati i procedimenti amministrativi, vuoi per agevolare l’iniziativa economica privata (si pensi alla cd. “Direttiva servizi” ed alla sua implementazione nell’ordinamento italiano), vuoi per contribuire a migliorare la qualità della vita civica dei membri della collettività, vuoi per dare uno slancio all’efficienza dei sistemi di servizi pubblici ed alla creazione di un ambiente sociale in cui la certezza del diritto si accompagni all’utilizzo sostenibile delle risorse (OCSE, Overcoming Barriers to Administrative Simplification Strategies: Guidance for Policy Makers).

Del resto, la semplificazione amministrativa costituisce uno dei punti cardine anche del “Governo del Cambiamento”: ed anzi, proprio un Governo che fa di una piattaforma programmatica (e non di un’ideologia) la sua base strutturale, non può ignorare la necessità di indicare regole e procedure nel rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione che siano non discriminatorie, giustificate da un motivo imperativo di interesse generale e commisurate ad esso, chiare, oggettive, trasparenti e accessibili.

Un aspetto non trascurabile connesso all’implementazione della semplificazione amministrativa costituito dal riconoscimento in Italia dei titoli di studio rilasciati da Università e Facoltà ecclesiastiche.

Si tratta di aspetto non trascurabile non solo per i numeri (parliamo di 64.500 studenti nel mondo, concentrati in particolare a Roma), ma anche per l’indotto culturale e scientifico che queste istituzioni sanno creare. Si pensi, ad esempio, che discipline come la Teologia (della cui importanza anche all’interno del dibattito laico si darà conto in altra sede) sono oggi insegnate solo presso enti accademici ecclesiastici, mentre per ciò che riguarda altre discipline (Scienze bibliche, Sacra Scrittura, Diritto canonico, solo per citarne alcune) il dibattito culturale e scientifico non può prescindere da quanto viene insegnato e ricercato in Facoltà ed Università ecclesiastiche. Facoltà ed Università che sono sottoposte ad un serio processo di accreditamento e che garantiscono standard di qualità nella didattica e nella ricerca assolutamente elevati, garantiti oggi in modio inequivocabile dalla recente Costituzione apostolica “Veritatis Gaudium”.

Ora, il problema che il riconoscimento in Italia dei titoli di studio rilasciati da Atenei, Università e Facoltà ecclesiastiche subordinato ad un procedimento amministrativo piuttosto complesso.

Per vero, le Alte Parti contraenti che hanno sottoscritto l’Accordo di modificazione del Concordato lateranense (Accordo di Villa Madama del 1984) parevano ben disposte nei confronti del riconoscimento dei titoli ecclesiastici: recita infatti il “nuovo concordato”: “i titoli accademici in teologia e nelle altre discipline ecclesiastiche, determinate d'accordo tra le Parti, conferiti dalle Facoltà approvate dalla Santa Sede, sono riconosciuti dallo Stato” (art. 10,2 della Legge 25 marzo 1985, n. 121, pubblicata nel Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 85 del 10.04.1985).

In realtà, per dare effettiva attuazione a tale norma, occorreva una specifica intesa tra Italia e Santa Sede che specificasse forme e modalità del riconoscimento dei titoli accademici pontifici.

Nel 1994, con Decreto del Presidente della Repubblica, 2 febbraio 1994, n. 175, viene approvata l’intesa Italia-Santa Sede (Gazzetta Ufficiale n. 62 del 16.03.1994), in forza della quale (art. 2) «i titoli accademici di baccalaureato e di licenza nelle discipline “Teologia” e “Sacra Scrittura” conferiti dalle facoltà approvate dalla Santa Sede, sono riconosciuti, a richiesta degli interessati, rispettivamente come diploma universitario e come laurea». Tali titoli, se vidimati dalle competenti Autorità ecclesiastiche e civili, sono pienamente validi per l’immatricolazione nelle Università e Istituti Universitari statali e liberi, valendo altresì, a discrezione delle Autorità Accademiche, per abbreviazione dei corsi.

Tali titoli possono inoltre consentire la partecipazione a Concorsi dove è richiesta una Laurea o Laurea Magistrale senza partecipazione di disciplina.

Questo sistema pone tre criticità:

  1. a)secondo l’Intesa del 1994, Il riconoscimento è disposto previo accertamento della parità della durata del corso di studi seguito a quella prevista dall’ordinamento universitario italiano per i titoli accademici di equivalente livello; occorrerà inoltre accertare che l’interessato abbia sostenuto un numero di esami pari a non meno di 13 annualità d’insegnamento per i titoli da riconoscere come diploma universitario, e pari a non meno di 20 annualità d’insegnamento per i titoli da riconoscere come laurea. Il problema che tale Intesa non può tener conto – come opportunamente afferma Isabella Bolgiani – delle riforme avvenute nel sistema universitario italiano per effetto del d.m. 509/1999 e del d.m. 270/2004. Tali riforme hanno completamente ristrutturato il percorso dell’offerta formativa universitaria, oggi di regola incentrata sul principio del “3 più 2” e dunque della creazione di un percorso suddiviso in cui la laurea triennale costituisce un titolo di studio autonomo e necessario per conseguire la laurea magistrale. In virtù di tale nuovo sistema di offerta formativa, gli accertamenti richiesti dal dpr 175/1994 appaiono obsoleti, e rischiano di esporre colui che abbia conseguito il titolo ecclesiastico ad una procedura aggravata (e sostanzialmente diversa) di riconoscimento secondo quanto si dirà al punto b); ciò costituisce certamente una complicazione amministrativa non prevista e non voluta dalle Parti contraenti nel 1994. Di fatto, oggi ben difficile parlare di un riconoscimento (che sembrerebbe automatico, o perlomeno semiautomatico) come sembrerebbe suggerire il testo dell’articolo 10,2 dell’Accordo di Villa Madama.
  2. b)Secondo l’Intesa del 1994, i titoli accademici in discipline diverse dalla “Teologia” e “Sacra Scrittura” conferiti dalle facoltà approvate dalla Santa Sede possono aver valore secondo quanto disposto dall’art. 2 della Legge 148 del 2002, il quale stabilisce che la competenza per il riconoscimento dei cicli e dei periodi di studio svolti all'estero e dei titoli di studio stranieri - ai fini dell'accesso all'istruzione superiore, del proseguimento degli studi universitari e del conseguimento dei titoli universitari italiani - è attribuita alle Università ed agli Istituti di istruzione universitaria; questi la esercitano nell'ambito della loro autonomia e in conformità ai rispettivi ordinamenti, fatti salvi gli accordi bilaterali in materia. In virtù di ciò, ogni Ateneo appartenente al sistema universitario nazionale può riconoscere in autonomia un valore a tali titoli o agli esami svolti per conseguirli, a meno che non esistano specifiche norme convenzionali che garantiscano uno status certo e determinato a coloro che – essendo in possesso di un titolo rilasciato da un Ateneo straniero – intendano farlo valere in Italia. L’attribuzione di tale status costituisce, ovviamente, un’operazione di semplificazione amministrativa, e subordinata ad una specifica azione di riconoscimento di elementi e standard di qualità comuni tra l’istituzione universitaria italiana e quella straniera. E’ del tutto evidente che la riconosciuta e storica qualità delle Università pontificie, il fatto che esse siano dotate di un sistema di controllo di qualità e l’indiscutibile contributo da esse dato allo sviluppo di alcune discipline (si pensi alle Scienze religiose e al Diritto canonico) apre ad un’ampia valutazione di opportunità in merito alla stipulazione di norme bilaterali di riconoscimento automatico o semiautomatico di titoli accademici diversi a quelli in “Teologia” e “Sacra Scrittura”.
  3. c)Il riconoscimento dei titoli ecclesiastici in Teologia o Sacra Scrittura non comporta l’equipollenza automatica degli stessi a quelli conseguiti in altra disciplina che siano richiesti per la partecipazione a concorsi pubblici. In assenza di un’esplicita specificazione, anzi, l’equipollenza dovrebbe essere esclusa, dal momento che le norme che la disciplinano rivestono carattere eccezionale e non sono suscettibili di applicazione analogica. Peraltro, la possibilità di un’analisi dettagliata del percorso di studi al cui termine vi sia un atto dichiarativo che conferisce valore legale al titolo e riconosce la validità del titolo straniero in Italia, assimilandolo una tantum a un titolo italiano e consentendone tutti gli usi ad esso collegabili, viene espressamente prevista dall’articolo 5 della Legge 148 del 2002 di ratifica ed esecuzione della Convenzione di Lisbona sul riconoscimento dei titoli di studio dell’insegnamento superiore nella regione europea. Non può pertanto escludersi – ad oggi – l’esistenza di una procedura (complessa e singolare) di equipollenza dei titoli ecclesiastici all’interno degli Atenei italiani: procedura che sarebbe forse il caso di rendere più trasparente e legata a criteri oggettivi e validi erga omnes.

In virtù di queste considerazioni, vale la pena di chiedersi se l’intero sistema di attuazione dell’art. 10,2 dell’Accordo di Villa Madama non possa essere ripensato secondo i criteri generali della semplificazione amministrativa, del valore che – in una Repubblica in cui la laicità deve essere considerata aperta e non ostile – deve essere riconosciuto alla cultura ed alla formazione religiosa, della garanzia di qualità dell’insegnamento e della ricerca scientifica che caratterizzano le istituzioni accademiche ecclesiastiche, soprattutto dopo la promulgazione della Costituzione apostolica “Veritatis gaudium” di Papa Francesco (2018). Un documento che il legislatore concordatario non può certamente ignorare.

 

pacilloVincenzo Pacillo

professore ordinario di diritto canonico

direttore del Dipartimento di Giurisprudenza - Università di Modena e Reggio Emilia