Popolarismo, élite e classi dirigenti - M. Rosboch

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upperclassNel numero di novembre di quest’anno la prestigiosa rivista cattolica americana “First Things” (diretta da Rusty Reno) ha ospitato un interessante articolo di Robert C. Koons (professore di filosofia all’Università del Texas, Austin) dedicato alla dialettica fra “élite” e upper class”.

Prendendo le mosse dal noto (e sempre attuale) saggio del poeta T.S. Eliot “Note per una definizione di cultura” (edito in Italia da Bompiani nel 1952) l’Autore evidenzia la netta differenza fra il concetto di élite e quello di classe dirigente.

La classe dirigente si muove, infatti, nel solco della tradizione e dei valori delle comunità familiari o dei territori, in linea con le usanze e le manifestazioni popolari; al contrario, l’élite intende superare tali condizionamenti, prediligendo piuttosto valori cosmopoliti e considerazioni tecnocratiche.

Alla dialettica fra classi dirigenti ed élite, corrisponde quella fra “levelers” (letteralmente “livellatori”) e “populists”, i “populisti”, di cui oggi si parla a proposito e a sproposito. Anche qui la differenza di visione è assai netta: per i primi la società deve essere ugualitaria e non gerarchizzata, contraria alle autorità tradizionali (Chiese, nobiltà, ecc.); per i secondi va fondata, invece, sulle comunità locali e naturali, avversando i burocrati, i manager e gli ‘accademici’ in genere.

La griglia interpretativa è certamente interessante, pur se un po’ semplicistica. Consente infatti di mettere in evidenza alcuni nodi di oggi. Il primo è l’assoluta necessità della politica attuale di avere una classe dirigente credibile: non può esserci buona politica senza un ceto dirigente. Il punto delicato è dove possa essere attinta la necessaria autorevolezza: qui è utile riprendere il concetto di “upper class”. Una classe dirigente ben immersa nella tradizione e nella vita delle comunità (incluse le istanze “nazionali” e territoriali) può essere più facilmente realista e perciò accettata. In tal senso la presenza di simile classe dirigente può contribuire a saldare le istanze “populiste” con il “popolarismo” (a cui si devono molte delle più significative conquiste recenti, incluso l’avvio del processo di integrazione europea).

Al contrario, la crisi delle élite ‘liberal’ e progressiste, oggi abbastanza evidente in Europa e non solo, dipende in gran parte della loro autoreferenzialità e dall’incapacità di leggere i problemi quotidiani della gente. E’ proprio l’assenza di una “upper class” che lascia campo aperto al dominio delle élite tecnocratiche (ad ogni latitudine…) e alla “tirannia degli esperti”.

Il saggio prosegue poi individuando tramite le diverse “visioni del mondo” più che in termini economici le differenze fra élite e upper class: è questa una prospettiva feconda, lontana dalla visione marxista, che si connette all’ipotesi di lettura in termini “transpolitici” a suo tempo individuata da Augusto Del Noce.

Fra le ulteriori osservazioni significative proposte a suo tempo già da T.S Eliot e qui riprese, vanno menzionate quella sulla “antropologia atomistica” di tipo individualista che caratterizza i “livellatori”, cui si oppone una visione comunitarista propria sia dei “populisti” sia della “upper class”; inoltre, alla cultura come incarnazione della tradizione (di cui è parte preponderante l’elemento religioso) si contrappone una cultura secolarizzata.

Oggi viviamo in un periodo di crisi della globalizzazione e anche dell’idea di uno Stato “monopolista” della vita sociale, governato proprio da classi dirigenti elitarie con gravi difetti di legittimazione; al contrario, si stanno affermando visioni più attente alle tradizioni e alle stesse “sovranità”, riaffermando il ruolo della politica come espressione del popolo e della societas.

In tale direzione si colloca anche la questione aperta e di rilevante importanza circa i meccanismi di legittimazione delle autorità politiche nelle democrazie contemporanee; la tradizionale impostazione “proceduralista”, assai elitaria, volta a cercare la forza della democrazia unicamente nella presenza di regole di funzionamento. Così sono stati esclusi i riferimenti a ideali e valori nella definizione delle regole di legittimazione democratica e alla lunga le stesse classi dirigenti vengono a mancare di adeguata legittimazione.

Alla tradizionale alternativa fra le scelte “popolari” e la necessaria articolazione “elitaria” del governo della politica, si pone oggi l’urgenza di andare oltre per di sviluppare nuove forme di partecipazione e di rappresentanza; i partiti politici sono oggi in crisi, ma mantengono comunque la loro importanza e centralità, purché sappiano far crescere e formare nuovi ceti dirigenti colti e radicati.

Oggi occorre trovare in modo nuovo un possibile equilibrio fra diritti e doveri e fra libertà e responsabilità: una strada può essere quella di favorire il sorgere di una moderna “upper class”, capace di valorizzare, assecondare e – dove necessario – correggere le istanze popolari.


rosbochMichele Rosboch

professore associato di storia del diritto italiano

Università di Torino