La Pax Aethiopica e i suoi riflessi – D. Ceccarelli Morolli

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etiopiaeritreaQuasi del tutto sotto silenzio è passata la ratifica dell’accordo di pace tra Etiopia e Eritrea; i due paesi configgevano ormai da un ventennio in una guerra “dimenticata”, ma che è ha causato migliaia di morti da ambo le parti (probabilmente 80.000 anche se le stime sono difficili da stilare in questi casi) e nonché mezzo milione di sfollati.

A titolo di cronaca si deve ricordare che le origini di tale conflitto risiedevano nel fatto che l’Etiopia era stata ricompensata dalla conquista italiana dell’era fascista con l’Eritrea, territorio che consentiva così lo sbocco al mare agli etiopi. Successivamente una guerra di indipendenza eritrea ha fatto sì che queste due nazioni si separassero con l’effetto di vedersi contrapposte per ragioni di confini e quindi di negato sbocco al mare per l’Etiopia. Tecnicamente il conflitto era cessato dal 2000 (con gli Accordi di Algeri da cui è sorta una apposita commissione ONU) ma in realtà la disputa e la contrapposizione militare è continuata poiché il premier etiope precedente, Meles Zenawi, disattese gli accordi.

Lo “scoppio” della pace tra Etiopia e Eritrea - iniziato a luglio e poi ratificato il 16 settembre u.s.- potrebbe avere come effetto quello di di stabilizzare la regione del Corno dArica (Etiopia, Eritrea, ma anche Somalia, Gibuti e Sudan meridionale) nonché sui futuri rapporti economici dell’intero quadrante, in quanto Cina e Russia sono mostrano particolare attenzione all’area. Il maggior delear dello “scoppio” della pace è stata l’Arabia Saudita, che anch’essa nutre speranze nella regione. Dunque sembra che tutta la comunità internazionale, inclusi gli USA, veda di buon occhio tale processo di definitiva pacificazione.

Le ragioni del cambio di rotta di Addis Abeba si possono riassumere, in parte, come segue.

L’attuale nuovo premier etiope, Aby Ahmed Ali, appartenente all’etnia degli Oromo (un tempo detti Galla) che rappresenta più del 30% della popolazione etiope, sin dal suo accesso al potere aveva dichiarato di voler normalizzare i rapporti con l’Eritrea. Il motivo di questa nuova politica etiope è dato dal fatto che tale paese è in forte crescita demografica con una porzione di popolazione giovanile incredibilmente elevata. Tuttavia tale crescita non è stata armonica, bensì vi sono numerose criticità interne che ostacolano fortemente la diffusione del benessere; i moti di protesta dal 2016 in poi riflettono non solo un disagio socio-economico ma anche una percezione di marginalizzazione di etnie Oromo e Amhara rispetto a quel gruppo tigrino che dal 1991 al 2018 ha guidato il paese senza soluzione di continuità. Dinnanzi ad ad una situazione interna così difficile si inserisce il successo di Abiy Ahmed. Abiy ha da subito chiarito che intendeva invertire il senso di marcia del Paese per cogliere appieno il potenziale in ambito economico e salvare il Paese dalle tensioni sociali e inter etniche. A tal fine ha varato un ampio piano di riforme interne che ha già hanno ricevuto il plauso delle istituzioni finanziarie internazionali, lanciando così una campagna di pacificazione sociale. Dunque in tale ottica vanno lette le aperture verso l’Eritrea, che è il primo passo per l’Etiopia al fine di creare una una ben più ampia opera di distensione regionale fino ad un cambio radicale della politica etiope verso la Somalia.

Riguardo l'Eritrea si tratta di un paese ormai ridotto ad una popolazione esigua, senza vie per il futuro, che è posto sotto un regime de facto militare di Isaias Afewerki. L'impressione è che Afewerki sia rimasto spiazzato dall'iniziativa etiope e in fondo non si aiutasse tale svolta. Il suo regime si giustificava all'interno dalla guerra con L'Etiopia ed il venir meno di essa sta generando aspettative nella popolazione. D’altra parte molto probabilmente Afewerki non poteva rifiutare l'offerta etiope e spera di beneficiare di qualche effetto positivo in ambito economico e al contempo mantenere il controllo interno. Quindi il leader eritreo non si è fatto sfuggire l’opportunità di ulteriore legittimazione internazionale - visti anche i biasimi della comunità internazionale in materia di diritti umani - e con ciò far dimenticare anche gli aiuti a gruppi islamici fondamentalisti eritrei che erano di “sponda” alla stessa al-Quaeda (cosa che non piaceva di certo a Washington).

Le due nazioni si avviano ora a realizzare lo sviluppo di accordi commerciali e di comuni progetti per esempio in materia portuale. Ciò produrrà una maggior normalizzazione anche dei traffici marittimi, che nell’area sono da sempre intensi. Uno dei primi effetti è stato che le linee aree tra Addis Abeba e l’Asmara sono state riallacciate; così come i collegamenti telefonici e riaperte le frontiere, cosa che consentirà una sviluppo dei commerci locali.

L’Italia da parte sua ha sostenuto l’accordo, grazie al Primo Ministro prof. Conte che in Ottobre si è recato in ambo i paesi al fine di dare sostegno concreto da parte del governo italiano a tale iniziativa. Roma si dimostra così vicina a Pechino ma anche a Mosca nonché a Ryad. Occorre ricordare che Pechino nutre grandi interessi in Etiopia e quindi in Eritrea per la “nuova via della seta” (One Belt One Road). Allo stesso tempo Roma desidera ridurre il flusso migratorio, principalmente proveniente dall’Eritrea. La speranza dunque del governo italiano è chiaramente della sicurezza interna, ma allo stesso tempo l’Italia sembra voler iniziare a riacquistare una visibilità internazionale ormai da molti auspicata da tempo. Certamente gli effetti della pace si noteranno col tempo e con la durata della stessa.

L’Italia ha legami con l’Etiopia non solo per il passato coloniale, ma anche per ragioni accademiche e scientifiche. Alcuni tra i più grandi studiosi di lingue e archeologia dell’area sono stati italiani (solo per citarne alcuni: Carlo Conti Rossini, Lanfranco Ricci, Paolo Marassini, Rodolfo Fattovich e, vivente, Osvaldo Raineri). Speriamo che tra gli effetti a lunga distanza della pace vi sia anche quello di vedere rinverditi gli studi di etiopistica, in cui l’Italia ha eccelso con tanti studiosi di altissimo livello internazionale.

Ancora una volta oltre alla geostrategia si potrebbe parlare, a ragione, di “geopolitica della cultura”, settore in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo d’eccellenza.

 

ceccarelli morolliDanilo Ceccarelli Morolli

professore associato di istituzioni di diritto romano

Università G. Marconi - Roma