USA, chi ha perso le elezioni di midterm – C. Taddei

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midtermIn America le elezioni di midterm del novembre 2018 per il Congresso non sono andate bene. Potevano andare peggio, sì. Ma non sono andate bene, il che era inevitabile perché esse sono state il punto di arrivo di due anni di sovversione, e dunque del tentativo di delegittimare il governo Trump e di impedire le riforme chieste dal pensiero conservatore. Alla Camera, dove i Repubblicani avevano 23 seggi di vantaggio, ne hanno perduti 36, e dunque sono adesso in minoranza. Scarso conforto mi porta il dato storico che nelle midterm il partito del presidente quasi sempre perde voti (Obama perse 62 seggi alla Camera nel 2010, Clinton ne perse 53 nel 1994): il che accade, si dice, a causa della tendenza da parte degli elettori – tendenza gravemente inattuale e in questo caso stolta – a “bilanciare il potere”. Nel 2018 le elezioni di midterm avevano esigenze specifiche, anzitutto quella di poter governare il paese e di non premiare le politiche di calunnie, di incitamento all’aggressione (morale e in qualche caso fisica) e di false notizie condotte per oltre due anni dai Democratici e dal loro braccio armato, i media più diffusi. Di fronte a tali esigenze, i precedenti storici perdono peso. Al Senato, dove i Repubblicani avevano un seggio di vantaggio, ne hanno guadagnati due; ma il vantaggio poteva e doveva essere maggiore, perché molti stati dove si è votato per il Senato non sono di area Democratica e in essi Trump ha vinto nel 2016. Poi, tra i risultati di midterm vi sono le elezioni per i governatori, di cui dirò qualcosa.

I fattori che hanno condizionato l’esito di midterm sono quattro, di cui i primi due molto noti, gli altri assai meno (vi è poi un quinto fattore che ha condizionato il dopo elezioni, come vedremo). Il primo fattore è la quantità di denaro investita, in favore dei candidati Democratici, dai finanzieri e dai centri di potere che combattono Trump. Le cifre sono senza precedenti per elezioni di midterm, e paragonabili alle campagne presidenziali. Il candidato per il Senato in Texas, di poco sconfitto dal confermato senatore Repubblicano Ted Cruz, ha speso oltre 80 milioni di dollari. Per la Camera, i candidati Democratici hanno avuto a disposizione fondi che erano, in media, più del doppio dei loro avversari. Per esempio, in Virginia un congressman Repubblicano (Dave Brat), che ha perso con una differenza dell’1,8%, ha speso 3,2 milioni di dollari meno del suo avversario. In California, un altro Repubblicano (Steve Knight), che ha perso per il 2,6%, ha speso 5,8 milioni in meno del vincente. Alcuni dei finanziatori sono molto noti: a George Soros e Tom Steyer, si è aggiunto Mike Bloomberg, che ha scoperto in sé una vocazione Democratica e vi ha dedicato oltre 150 milioni di dollari (secondo le cifre ufficiali).

Il secondo fattore condizionante è la parzialità dei media più diffusi, con la conseguente corruzione nel gestire l’informazione e l’intenzionale alimentare una psicosi avversa al presidente Trump (e avversa, quando opportuno, al pensiero conservatore). Media come le reti TV MSNBC e CNN non esitano ad utilizzare legami operativi con gruppi estremisti come Moveon.org e Media Matters, che operano sui social media e con azioni teppistiche in luoghi pubblici. Una delle conseguenze dell’ostilità dei media verso il governo Trump è che anche l’economia, il suo buon andamento, i successi in termini di occupazione, di stipendi, di riduzione della povertà, di vantaggi per le minoranze etniche e i meno abbienti, contano poco. Si è sempre detto che la gente vota pensando al portafogli; nel 2018 lo ha fatto meno del solito.

Il terzo fattore, noto ma poco sottolineato, è che alla Camera, nel GOP, vi sono stati 43 ritiri. Benché un ricambio tra i congressmen del GOP sia usuale, esso non ha mai avuto questi numeri (nel 2016 uscirono in 20, nel 2014 in 16). Un congressman già noto parte in vantaggio nelle elezioni; per uno sconosciuto la strada è più difficile. Non vi è una motivazione univoca per i ritiri. Può trattarsi del mancato adattamento alle manovre politiche di Washington; in qualche caso vi può essere timore delle minacce; o altro. Non è avversione a Trump, perché i 5 o 6 congressmen che non erano allineati con il presidente (come Barbara Comstock in Virginia) si sono candidati e hanno perduto. In ogni caso per i Repubblicani, tra cui i presidenti di importanti Commissioni della Camera (Goodlatte, Gowdy), non era il 2018 il momento di fare le valigie.

Il quarto fattore, poco noto e pochissimo sottolineato, è il redistricting, cioè il cambiamento dei confini elettorali di alcuni distretti, condotto da governi locali Democratici con la copertura di giudici di parte. In modo esteso in Pennsylvania, in qualche caso in Michigan e a St. Paul in Minnesota, in misura critica in California, il redistricting ha significato che nei distretti modificati entrassero quartieri periferici di grandi città e che i distretti soltanto rurali, che votano per Trump e per il GOP, fossero ridotti di numero. Il potere dei Democratici è radicato nelle grandi città e nei quartieri suburbani. L’ultima volta che si è avuto un sindaco Repubblicano a Chicago fu nel 1931, a Newark nel 1915, a Filadelfia nel 1952, a Detroit nel 1962, e così via. Il peso dei quartieri etnici è decisivo, ma non si tratta solo di questo. A New York, a Los Angeles, a Seattle, anche i quartieri abitati dai ricchi votano Democratico. La maggioranza degli ebrei ricchi votava per Obama anche quando Obama denigrava il governo israeliano. I vertici delle grandi banche, le assicurazioni sanitarie, molti finanzieri, i dirigenti e forse le maestranze delle potenti società di Internet, votano come i quartieri abitati da neri o da immigrati illegali. Nelle midterm del 2018 il GOP ha perso seggi per la Camera a Denver, a Dallas, a Houston, a Kansas City, a Richmond, a Phoenix, dunque in stati di tradizionale area GOP; ha perduto seggi persino a Staten Island, l’unica isola Repubblicana a New York. Tutto questo fa apparire la vittoria di Trump nel 2016 per quello che è: un miracolo. L’immigrazione ha cambiato la società americana. Le politiche assistenziali e divisive di Obama hanno peggiorato lo realtà. Il Colorado sta diventando un’altra California, il Connecticut un altro New Jersey. Texas e Florida sono sul punto limite. Qualche voce tra i conservatori invoca: Americani, svegliatevi. Qualche altra dice: la demografia è destino. 

Questi dunque i quattro fattori. Poi vi è un quinto argomento: le frodi elettorali. Nelle elezioni che confermarono Obama alla presidenza nel 2012 e in altri casi, vi sono state frodi in quanto doppi voti (organizzati e gestiti da attivisti locali) e in quanto voti di immigrati illegali. Nel 2012 la denuncia riguardò i quartieri neri di alcune grandi città. Nel 2017 Trump nominò una commissione d’inchiesta, ma le autorità locali la bloccarono. Per le midterm del 2018 vi sono molteplici denunce di dolo. Secondo una causa legale (iniziata da Public Interest Legal Foundation), in Pennsylvania vi erano sui registri di voto circa 100 mila “non cittadini”, e il sindaco di Filadelfia ha detto che ciò accade “da due decenni”. In Michigan oltre la metà delle contee avevano più persone che hanno votato che non cittadini in età per votare. Analoga irregolarità è denunciata in altri stati. Quale peso abbia in California il voto degli illegali è impossibile dire, ma di certo è un peso rilevante. Dopo midterm il GOP in California ha il minor numero di deputati dai primi del Novecento. Per lo stato che aveva eletto Ronald Reagan due volte governatore e due volte presidente, è una realtà dolorosa. Già escluso dal governo, da Hollywood e dalle università, nel 2018 il GOP in California ha perso altri 5 seggi. I candidati Democratici vi hanno speso 150 milioni di dollari più di quelli del GOP. Vi sono ipotesi di frodi, e vi è certezza di mancata trasparenza: il mattino dopo le elezioni, i 5 Repubblicani che hanno perso il seggio erano in vantaggio, poi sono arrivati altri “provisional ballots” (cioè le schede preliminari con cui si vota prima del giorno elettorale), e il risultato è cambiato. A differenza della Florida, in California non c’era un governatore del GOP che almeno cercasse di controllare i casi più controversi.

L’argomento delle possibili frodi elettorali a danno del GOP è poco dibattuto in America: è quasi un tabù, perché chi lo avanza viene subito accusato di “razzismo”. Non ne parlano i maggiori media, gli stessi che per due anni hanno confuso il pubblico parlando di “ingerenze russe” nelle elezioni del 2016. Un altro tabù di cui non si può discutere è il favorire la rappresentanza in Congresso di distretti popolati da nuovi immigrati. Nelle midterm sono state elette alla Camera due donne provenienti da comunità islamiche ortodosse, almeno una delle quali nota per dichiarazioni anti-israeliane. Perché il massimalismo nemico di Israele deve essere rappresentato in Congresso? Esso non appartiene alla cultura americana, e l’America profonda non approva. Infine vi è il tema del voto concesso ai carcerati, che nell’ottobre 2018 il sindaco italiano di New York, l’indegno De Blasio, ha annunciato come una conquista civile. In California già nel 2016 poterono votare i carcerati che scontavano la pena in una prigione di contea (non quelli in una prigione federale). La stessa cosa avviene in New Jersey e Maine. Nel 2018, con un referendum, in Florida si è approvato il voto per gli ex carcerati, anche in libertà condizionata. Un analogo referendum si prospetta in Texas. Poiché i Democratici sono i promotori del voto ai carcerati o ex carcerati, vi sono previsioni (non saprei dire quanto fondate) che da tale voto, tra Florida e Texas, arriverebbero per il partito Democratico oltre due milioni di voti. E se anche il Texas passa ai Democratici, non serve più andare a votare, nemmeno per il presidente.

I Democratici si oppongono all’obbligo di identificare e di avere prova della cittadinanza per chi viene iscritto sui registri elettorali. Se qualche osservatore affronta l’argomento, lo accusano di voler “sopprimere il voto” delle minoranze. Lo slogan “Ogni voto deve contare”, pubblicizzato nel novembre 2018 dalle reti TV sediziose MSNBC e CNN, significa: anche i voti dei non cittadini, degli immigrati illegali e dei piccoli criminali. Chi chiede che la lista di coloro che hanno diritto al voto sia legale è indicato come “razzista” o “suprematista bianco”. Per non essere accusati di “soppressione del voto” bisogna accettare che non vi sia identificazione di chi vota. La prova di identità è necessaria per salire su un aereo, ma non per votare. La democrazia, sistema già in sé penosamente difettoso (pur ricordando ciò che diceva Churchill: “La democrazia non è un buon sistema, ma gli altri sono peggio”), traghetta verso ciò che un commentatore ha definito la “teppacrazia”. Da tre anni in America i media parlano di “resistenza” a Trump. In realtà, dopo aver ceduto per decenni troppi e decisivi centri di potere, sono il GOP e in ogni caso l’America profonda che devono trovare gli strumenti e la volontà per una resistenza. La Casa Bianca a Trump non basta.

Sul tema delle frodi elettorali, in vista di future elezioni la nuova leadership del Dipartimento Giustizia e i governatori Repubblicani, dove possono farlo, devono agire. Nel novembre 2018, a quasi certe frodi elettorali i Democratici fanno ricorso per due importanti seggi in Senato, in Florida e in Arizona. In Florida vi è stato un nuovo conteggio dei voti, che non si doveva concedere, perché le due contee (su 64 nello stato) che l’hanno provocato hanno agito in modo fazioso, tirando fuori – a elezioni chiuse da tre giorni – decine di migliaia di voti, forse falsi, da scantinati e camion privati. E hanno agito in modo illegale, perché non hanno rispettato i tempi elettorali previsti dalla legge (del resto il responsabile della Broward County, un’anziana burocrate nera, fu condannata nel 2016 per aver distrutto delle schede elettorali, e tuttavia ha conservato il posto; non capisco bene chi avrebbe dovuto licenziarla, ma una responsabilità ci dev’essere). Inoltre il nuovo conteggio nelle due suddette contee, entrambe di area Democratica, è stato caotico, perché migliaia di schede erano danneggiate e altre migliaia falsificate. Alla fine il recount non ha cambiato l’esito: con margine inferiore all’1% dei voti i candidati del GOP, sia il neo-senatore Rick Scott, sia il neo-governatore Ron DeSantis sono stati confermati. 

La vicenda delle due contee in Florida, recidive nelle irregolarità fin dalle elezioni del 2000, è avvenuta con larga attenzione mediatica. All’oscuro, invece, sono avvenuti i maneggi in Arizona, dove per il Senato concorrevano due donne, la Repubblicana Martha McSally e la Democratica Kirsten Sìnema. La McSally non era un candidato di alto profilo, però è persona onesta e poco enfatica (oltre che ex pilota di caccia); Sìnema invece, spregiudicata e bi-sex dichiarata, più che per il Senato è adeguata a un palcoscenico di burlesque e di lei si ricordano affermazioni dispregiative nei confronti dei cittadini dell’Arizona. Alle 9 del mattino del giorno successivo alle elezioni, la McSally viene dichiarata in vantaggio di circa 50 mila voti, con il 95% delle schede scrutinate. Due giorni dopo, apprendiamo che vi sono 370 mila voti ancora da contare, e che Sìnema è in vantaggio. I conti non tornano, perché l’Arizona ha 3,7 milioni di cittadini con diritto di voto, tra cui 1,2 milioni registrati Repubblicani, 1,1 Democratici. Ci si deve chiedere di chi siano quei 370 mila voti che mandano Sìnema in Senato. A rovesciare il risultato è stata la contea di Maricopa, che comprende la città di Phoenix. Nella contea il governatore Repubblicano, confermato, ha vinto con 328 mila voti di vantaggio; Sìnema ha vinto con 32 mila voti di vantaggio; dunque quasi 300 mila voti andati al GOP per il governatore si sarebbero spostati, nello stesso giorno, verso il candidato Democratico per il Senato: strano. Che cosa ne pensano i cittadini di Flagstaff, i boscaioli e i minatori nell’est dello stato, gli agricoltori del nord est e i Ranger, di avere come senatore Sìnema? È vero peraltro che Sìnema sostituisce il debole e anti-Trump Repubblicano Flake, che si è ritirato, e non potrà fare più danni di quanti ne abbia fatti Flake: povera Arizona!

Al di là delle possibili o probabili frodi elettorali, la realtà è che nel 2018 il GOP ha perso seggi in Texas, in Nevada, in Arizona, in Colorado, che per decenni sono stati bastioni del voto Repubblicano. Il Colorado era fino a 15 anni fa un baluardo del GOP: oggi ha un governo Democratico, perché è cambiata la società (la marijuana è stata legalizzata, l’immigrazione ispanica è pervasiva) ed è cambiato il voto. La stessa cosa vale per la Virginia, stravolta dalle ondate di immigrazione insediatesi nelle città intorno a Washington e a Richmond. La stessa cosa sta avvenendo in Florida. Se le città del Colorado o del Nevada o del Texas hanno cambiato tessuto, la causa è l’immigrazione, legale e illegale. Tre decenni di immigrazione senza limiti e senza restrizioni consentono oggi ai Democratici, che hanno incoraggiato e coltivato quei flussi immigratori con l’ausilio di giudici di parte e con i programmi di welfare, di avvicinarsi all’obiettivo di una maggioranza permanente. Soltanto un presidente “populista” (dei confini di tale definizione ho parlato altrove) come Trump può ostacolare tale tendenza.

Il risultato peggiore nelle midterm 2018 è venuto dalle elezioni dei governatori, che riguardavano 36 stati. Prima di midterm, il GOP aveva ben 33 governatori su 50; dopo le elezioni mantiene un leggero vantaggio, ma perde il governatore in sette stati: Kansas, Wisconsin, Nevada, Michigan, Illinois, New Mexico e Maine. I primi tre dell’elenco sono stati con tradizioni Repubblicane; in Wisconsin ha perduto Scott Walker, uno dei governatori più innovativi del GOP; in Kansas ha perduto Kris Kobach, un candidato con molte buone idee, anche se poco abile nel vendere la propria merce. Il GOP riesce a confermare tre importanti sedi di governatore, in Ohio, Georgia e Florida. Ma nel complesso la perdita dell’importante incarico di governatore, in stati dove Trump aveva vinto nel 2016, mette a rischio un decennio di riforme in materia di fiscalità, di scelta delle scuole, di tagli alla burocrazia e altro. Anche per i governatori, grande peso ha avuto il denaro arrivato da noti finanziatori. In Illinois il Democratico vincente, Pritzker, goffo rampollo della famiglia che controlla la catena di alberghi Hyatt e ha grandi interessi nella città di Chicago, ha investito nella contesa per essere eletto cifre di solito spese da un candidato alla presidenza. Una conseguenza negativa del perdere sedi di governatore è che saranno i governi locali, dopo il censimento del 2020, ad avere il potere di ridefinire i confini di molti distretti elettorali. E il GOP ha imparato a temere il modo in cui ciò viene realizzato.

Dunque il GOP esce da midterm perdendo la maggioranza alla Camera, guadagnando in Senato due seggi anziché i cinque o sei che erano alla sua portata, e perdendo sedi di governatore in stati non di area Democratica. Ho indicato i fattori che hanno determinato il risultato. Ho parlato anche delle possibili frodi. Ma ciò non cancella gli errori che il GOP ha compiuto nei due anni precedenti. Il sostegno a Trump non è stato sempre adeguato, né completo. Tra alcuni politici, tra pubblicisti e giornalisti, vi sono stati troppi casi di ostilità a Trump da parte dei cosiddetti “Repubblicani solo di nome”, che hanno esibito, con l’avversione a Trump, una contorta mancanza di lucidità. In Congresso i risultati legislativi non sono stati sufficienti. Tra le grandi riforme necessarie, soltanto quella fiscale è stata approvata. Non sono venuti il controllo del confine sud, il muro (benché fosse nei programmi con cui Trump aveva vinto le elezioni), la revisione di insostenibili e obsoleti programmi di immigrazione legale. L’immigrazione rimane un’emergenza nazionale. In materia di sanità, la sostituzione completa della Obamacare è stata bloccata da uno o due senatori Repubblicani ostili a Trump. Sì, due eccellenti giudici per la Corte Suprema e decine di giudici nominati da Trump per le Corti inferiori sono stati approvati in Senato, sotto la guida di McConnell, dando inizio all’impresa di ridurre il controllo della Giustizia perseguito per otto anni da Obama con la nomina di giudici di sinistra, anche estrema. Sì, la Camera ha approvato molte buone leggi – in materia di deregulation, di battaglia alla droga, di finanziamento alla Difesa, di trattamento equo per i veterani –, ma altre sue delibere si sono fermate in un Senato vincolato dall’ostruzionismo dei Democratici e da norme obsolete. Nonostante i progressi in materia di espulsioni di piccoli criminali e in materia di contrasto alle gang criminali, la piaga delle “città-santuario”, che sembrano intoccabili, condiziona la convivenza civile in decine di città. 

Chi ha salvato il risultato di midterm è stato Trump, con l’incredibile energia dei suoi rallies, che hanno portato a importanti vittorie per il Senato in stati del Midwest (Indiana, Missouri, North Dakota) e per le sedi di governatore in stati del sud (Georgia, Florida). Ma con un’economia in eccellenti condizioni per tutte le classi sociali, con la riduzione della povertà, con la piena occupazione quasi in ogni angolo del paese, i Repubblicani avrebbero dovuto tenere la Camera e fare meglio in Senato. I media contano più dell’economia? I pregiudizi e l’astio ideologico contano più del portafogli? Eppure molti americani non credono ai media, molti sono privi di astio. Forse è la demografia che conta più dell’economia.

Le conseguenze negative del voto sono molte. Con una maggioranza Democratica alla Camera, la possibilità delle riforme cercate dal pensiero conservatore si chiude. Per il GOP, il controllo per due anni del Congresso, con un presidente amico alla Casa Bianca, è stato un’occasione in parte perduta. Gli impedimenti – l’ostilità dei media, l’indagine-truffa di Mueller, gli attacchi distruttivi – hanno riguardato più il presidente che il GOP in Congresso; dunque il GOP doveva fare di più. Dopo midterm, fino alle elezioni di fine 2020, le leggi che potranno passare in Congresso riguardano interventi nelle infrastrutture, la prosecuzione della battaglia alla droga e poco d’altro. Su emergenze nazionali come l’immigrazione e la riforma del welfare, i Democratici non concederanno un centimetro di terreno. Il loro unico obiettivo sarà di distruggere Trump. Avrà inizio l’assedio delle indagini sugli affari privati del presidente, senza esito ma a uso dei media. I temi che invaderanno il dibattito pubblico saranno le dichiarazioni dei redditi di Trump, o i pagamenti a Stormy Daniels. Impeach Trump; impeach il giudice Kavanaugh; distruggere i commentatori vicini a Trump e al pensiero conservatore, e farlo anche usando i modi della teppa e i movimenti violenti come Antifa: questi gli obiettivi primari della nuova maggioranza alla Camera. Blindare la Obamacare e garantire i profitti delle assicurazioni sanitarie e delle grandi compagnie farmaceutiche; mantenere le discriminazioni e il potere del pensiero unico nelle università; bloccare il gasdotto Keystone; tenere aperti i confini e invariati i programmi di immigrazione legale; promettere la sanità e il college gratuiti per tutti: questi alcuni degli altri obiettivi. Personaggi screditati, o equivoci, o estremisti, come Adam Schiff e Maxine Waters, saranno a capo di importanti Commissioni della Camera, e faranno il possibile, con l’aiuto dei media, per diffondere confusione e sedizione.

Gli impostori, tra i Democratici e in alcuni ambienti Repubblicani, accuseranno Trump di violare la Costituzione per sue decisioni del tutto costituzionali: accuse che arrivano da parte di chi detesta la Costituzione e vorrebbe sopprimerla. Di fronte a tutto questo, Trump deve cercare di mantenere la rotta; non deve vacillare per le indagini strumentali e le azioni di giudici di parte; non deve cambiare gli obiettivi politici, approvati dagli elettori. E non sempre deve dare ascolto a chi da due anni gli consiglia prudenza su temi come la spesa per il welfare, la costruzione del muro sul confine, la denuncia nei confronti dei procuratori che tormentano suoi ex collaboratori; o, verso l’estero, su temi come il dialogo con la Russia. Se circondato da un ambiente mediatico-burocratico-accademico ostile, per un presidente non sempre la prudenza è la scelta migliore.

Al di là delle vicende politiche contingenti, il grande e non risolvibile problema americano è che la metà del paese vota per un partito, quello Democratico, che è divenuto il partito delle calunnie, dell’intolleranza nelle opinioni, delle aggressioni agli avversari, delle notizie false, delle cause legali false, delle frodi elettorali. Anche il tema delle frodi è divenuto così importante perché in molti stati e in molte contese elettorali le maggioranze sono di poco superiori al 50%. Nelle midterm di fine 2018, anche dove i Repubblicani hanno vinto, lo hanno fatto con un margine strettissimo. Persino in Texas, il plebiscito per il governatore Abbott non è andato oltre il 54% dei voti, e il senatore Cruz ha vinto con uno stretto 2% di maggioranza. O, in Florida, il governatore DeSantis ha vinto con l’1% di maggioranza contro un finanziatissimo ma estremista e, si dice, corrotto avversario. E la California è divenuta un disastro nazionale, dove gli incendi devastanti, con la distruzione di decine di migliaia di case e di foreste abbandonate all’incuria anche in nome di distorti dogmi ambientalisti, sono il segno infernale e la conseguenza del malgoverno e dei falsi obiettivi imposti dal partito unico, quello Democratico. Se metà degli elettori vota per i Democratici e in questo modo approva la svolta estremista e sediziosa di quell’antico partito, chi ha perso le elezioni di midterm 2018 è la nazione americana.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore