USA, l'immigrazione e i muri al cambiamento - C. Taddei

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muromessico1La verità è che abbiamo perso il controllo del confine sud, e nessuna nazione può farlo se vuole sopravvivere”: così Ronald Reagan nel 1986, mentre accettava di concedere la cittadinanza a tre milioni di immigrati illegali che si trovavano da anni negli USA, in cambio dell’impegno, da parte del Congresso, a costruire barriere sul confine e a un cambiamento nelle leggi sull’immigrazione: impegno in gran parte non mantenuto. Trentadue anni dopo, nel 2018, quando la perdita di controllo del confine con il Messico è divenuta una condizione consentita e ricercata da chi vuole la discesa degli USA in un caos disgregante, l’immigrazione in America raggiunge un massimo storico: in un anno 1,75 milioni di arrivi, tra legali e illegali documentati. Benché tale flusso sia favorito da un’economia che offre ovunque posti di lavoro, le condizioni della società americana – della convivenza urbana, della criminalità, dell’istruzione, della sanità – e del bilancio americano – in relazione alla spesa per il welfare – dicono che i numeri dell’immigrazione non sono sostenibili. Non è più il melting pot di cui si parlava all’inizio del Novecento, cioè il “crogiuolo” di culture e di nazionalità. È un autoinflitto annientamento della propria cultura e nazionalità.

Il controllo del confine è una priorità per una nazione. Mantenere confini sicuri è una delle primarie responsabilità di un governo. Sull’argomento, Trump ha una corretta visione complessiva. Parlando per esempio all’ONU nel settembre 2018, ha detto: “Le minacce alla sovranità nazionale di un’immigrazione senza freni si concretizzano in crimine, violenza e povertà. Soltanto difendendo i confini e distruggendo le bande criminali possiamo mettere le fondamenta di una prosperità condivisa”. Ma i buoni istinti di Trump non bastano. I Democratici non vogliono il controllo del confine. Non sembrano preoccupati né dal crimine, né dai commerci di droga. Il loro obiettivo è una società impostata su un’ideologia liberal, cioè permissiva e di sinistra, di cui i confini aperti fanno parte. Da quattro decenni, e con uno spostamento su posizioni estreme nell’era Trump, essi vogliono definire gli USA come uno spazio senza confini (è di Hillary Clinton l’espressione “un emisfero senza confini”). Si rifiutano di vedere che il sistema di immigrazione USA è rimasto legato alle realtà di un secolo prima e che cambiamenti decisivi sono necessari nella legislazione, inclusi i programmi di immigrazione legale. Peraltro, non sono soltanto i Democratici a non volere il cambiamento. Chi dirige la Camera di Commercio, alcuni industriali, alcuni tra i maggiori finanziatori del GOP (anzitutto i fratelli Koch), le potenti imprese di Internet, gradiscono il lavoro sottocosto portato dall’immigrazione e non vogliono che sia introdotto il controllo elettronico sui datori di lavoro. Chi, tra questi ultimi, denuncia i furti di identità e i falsi numeri di sicurezza sociale, che sono tra le conseguenze di un’immigrazione fuori controllo, viene poco ascoltato.

La parola magica per attaccare chi chiede il controllo del confine è “razzismo”. È un modo per non dire la verità. Gli immigrati negli USA trovano spesso lavoro, sempre programmi sociali per l’abitazione, la sanità, l’istruzione. Gli emigrati messicani mandano 30 milioni di dollari l’anno in Messico. Gli emigrati da paesi centroamericani mandano cifre importanti per quei paesi. Il governo USA invia consistenti aiuti finanziari ed assiste in caso di calamità naturali. Negli USA, anzitutto tra i politici, vi è un pregiudizio favorevole in favore dell’immigrazione. “Siamo una nazione di immigrati”, è la frase strumentale usata da Obama, e che molti ripetono. In realtà gli immigrati europei, a partire dal Settecento, adottarono i valori dichiarati dalla Costituzione americana e si integrarono nella nazione che li accoglieva. Molto spesso gli immigrati di oggi non conoscono la Costituzione, rimangono legati alla loro cultura e talvolta nemmeno imparano l’inglese. Negli ultimi tre decenni molti dei nuovi immigrati non avevano legami con la cultura americana e non li cercavano. Al contrario, la storia dell’immigrazione in America fino a 30-40 anni fa è una storia di integrazione. Nelle città americane esistono Little Italy, o Chinatown, o le piccole Dublino dei pub dove la birra scorre a fiumi; nel Midwest ci sono contee dove ogni fattoria ha un cognome tedesco o scandinavo. Ma questi gruppi non hanno contestato le tradizioni sociali o imposto il bilinguismo. Da almeno tre decenni non vi è più il melting pot americano; non è più attuale la lealtà verso il paese che accoglie. L’immigrazione senza condizioni né selezione ha portato un multiculturalismo disgregante. Associazioni che difendono malintesi diritti civili, avvocati immigrazionisti, politici Democratici, dicono ai nuovi immigrati che essi possono conservare i loro usi e costumi. Lo dicono perché vogliono la confusione delle culture, non l’integrazione. I conflitti sociali e razziali che ne derivano non li spaventano, anzi sono uno strumento politico. Sanno, magari confusamente, che quando l’identità nazionale non viene rispettata, da ultimo la nazione cessa di esistere. E poiché sono nemici dell’America, è un esito che non avversano.

Già l’immigrazione legale negli USA, da decenni, ha dimensioni che osservatori credibili e il senso comune giudicano non sostenibili. Negli USA entrano un milione di immigrati legali ogni anno. La metà di questi entra grazie alla “catena migratoria”, in base a cui ogni immigrato può far arrivare negli USA congiunti e parenti (spesso anziani bisognosi di cure mediche). Altri entrano grazie a programmi risibili come la “lotteria”, a cui partecipano gli aspiranti immigrati. Solo alcuni dei programmi sono basati su criteri di merito e sull’istruzione dei richiedenti. Alla base della larga tolleranza vi è lo stereotipo che “la diversità è forza”. Eppure un’impresa, qualsiasi impresa, non è resa più facile se chi vi partecipa ha poco in comune. La diversità di valori o di interessi non è un vantaggio in un gruppo di lavoro o in una convivenza. San Francisco è divenuta migliore da quando i suoi marciapiedi sono coperti da siringhe di drogati e da mendicanti? Baltimora è migliore da quando lo spaccio di droga è l’attività ufficiale nei quartieri neri? E se la diversità è forza, perché nei campus di Berkeley, o di Stanford, o su Facebook e altri social media, il pensiero conservatore non trova accoglienza? Di fronte a un’immigrazione presentata comunque e sempre come un fattore positivo, non si può che approvare la volontà di Trump di respingere il dettato di organismi come l’ONU (dettato ripreso in Europa dai vertici della UE) in favore di un’apertura globale all’immigrazione. Non si può che approvare la sua volontà di affermare che la sovranità nazionale è intoccabile. Purtroppo le intenzioni corrette non sono sufficienti, a causa della renitenza del Congresso e dell’ostilità dei media.

Ai numeri di quella legale, si aggiungono quelli dell’immigrazione illegale. Secondo dati ufficiali della Homeland Security, già il mancato rispetto della scadenza dei visti significa che, per esempio nel 2016, su 52 milioni di persone arrivate con un aereo o con una nave, oltre 400 mila sono rimaste negli USA dopo la scadenza del visto. Poi vi sono le cifre sconcertanti degli attraversamenti illegali sul confine sud, a cui aggiungere certamente quelle di chi sfugge ai controlli. Dal 2008, 6 milioni di persone sono state fermate dalla Border Patrol per aver attraversato illegalmente il confine. Dal Messico arrivano i traffici di droga. Nella valle del Rio Grande, dunque solo in una regione del confine, la Border Patrol arresta ogni mese decine di portatori di droga, oltre che membri di gang criminali come la banda MS-13, e oltre a individui già deportati per reati gravi che cercano di rientrare negli USA. Una droga mortale come il fentanyl, che arriva dalla Cina e da laboratori clandestini in Messico e altrove, passa attraverso il confine messicano. Da quando Trump è presidente, il controllo del confine è migliorato, ma rimane parziale; le espulsioni di piccoli criminali ad opera dell’agenzia ICE (Immigration and Custom Enforcement) sono aumentate, ma rimangono insufficienti.

La cifra, che tutti ripetiamo da un decennio, degli immigrati illegali che si trovano negli USA è di 11 milioni. Uno studio del 2018 delle università di Yale e del MIT riporta che il numero più probabile è 22 milioni, e potrebbe essere maggiore, fino a 30 milioni. Tra le cause vi è l’abuso delle richieste di asilo da parte di migranti che sono in cerca di un lavoro e di welfare, ma non fuggono da alcune persecuzione politica o religiosa. L’abuso è reso più scandaloso dal fatto che è favorito e gestito da ONG e avvocati americani. Per le molte illegalità e gli abusi, un muro, cioè una barriera effettiva, sia pure con una porta, è l’unica soluzione. Senza confini rispettati non c’è una nazione, e per fermare traffici di esseri umani e di droga il muro aiuta. Con la presidenza Trump, fino al 2018 ne sono stati costruiti alcuni tratti; altrove si sono migliorati gli steccati esistenti; ma il Congresso non ha stanziato i 25 miliardi di dollari necessari per costruire il muro, ovunque sia necessario. Nel 2017 e 2018 per il confine con il Messico il Congresso ha concesso 1,6 miliardi di dollari l’anno. Cifre maggiori vengono spese per le operazioni anti-terrorismo sui confini di altre nazioni: Afghanistan, Siria, Irak. Tra i conservatori, alcune voci (Ann Coulter, Bill O’Reilly) affermano che per costruire il muro Trump dovrebbe usare, senza aspettare il Congresso, i fondi della Homeland Security o della Difesa, come il suo ruolo di presidente gli consente di fare in presenza di una minaccia alla sicurezza nazionale.

Le resistenze in Congresso impediscono di cambiare le leggi sull’immigrazione; giudici faziosi bloccano le decisioni di Trump in materia di controllo del confine; sindaci di sinistra assicurano le città-santuario; avvocati immigrazionisti garantiscono gli ingressi abusivi; politici Democratici chiedono di abolire l’agenzia ICE, incaricata di eseguire le leggi esistenti. Lo scopo ultimo è di disgregare la nazione e di privare dei diritti i 63 milioni di americani che hanno mandato Trump alla Casa Bianca. A inizio 2019, quando si avvia il Congresso uscito dalle elezioni di midterm, in Senato sono ancora bloccati un disegno di legge riguardo alle città-santuario, approvato nel 2017 dalla Camera a maggioranza GOP; un’altra legge, approvata nel 2018 dalla Camera, che richiede ai governi locali di non concedere il voto ai non-cittadini; la legge McCarthy, approvata dal GOP alla Camera nell’ottobre 2018 (ma perché così tardi, dopo quasi due anni di maggioranza?), che finanzia interamente il muro sul confine, blocca i fondi federali per le città-santuario, rende operativa la “Kate’s Law” (di cui ho già parlato), conferma la delega all’agenzia ICE per l’espulsione di illegali che aderiscono a gang criminali. Poiché i Democratici si oppongono e poiché in Senato sono richiesti 60 voti, nessuna di queste leggi viene approvata. Il segnale che arriva alle decine di milioni di persone che vogliono emigrare negli USA e ai loro avvocati è che le sia pur blande leggi esistenti in materia di immigrazione possono essere scavalcate. Il risultato è quello delle carovane che partono dal Centroamerica per entrare negli USA illegalmente, o delle centinaia di traffici illegali che avvengono ogni giorno sul confine. Oltre alle conseguenze sulla convivenza sociale, pesanti sono quelle sul bilancio federale: in un anno 130 miliardi di dollari vengono spesi in servizi e welfare per gli immigrati illegali entrati nel paese (la cifra ufficiale è di 72 mila dollari a persona), il più ampio programma di assistenza sociale mai esistito. Non ci si può sorprendere che nell’anno fiscale 2018 il numero di “famiglie” fermate sul confine sia stato il più alto di ogni tempo, superando quello del 2016. Molti gruppi familiari si dichiarano tali per sfruttare il garantismo delle leggi. Nei valichi di confine ufficiali, dove migliaia di migranti si presentano ogni giorno con la richiesta di asilo preparata dagli avvocati, i casi di famiglie finte sono continui. Ma, grazie alla penosamente inadeguata legislazione sull’asilo politico, gran parte dei richiedenti passa. In pratica, basta mettere un piede sul suolo americano per entrare nel paese.

Dopo la spaventosa campagna di disinformazione mediatica, arrivata fino in Italia, riguardo ai “bambini separati sul confine”, nel giugno 2018 un decreto di Trump chiede che le famiglie di migranti siano detenute, adulti e minori insieme, in attesa degli accertamenti. Poiché i minori devono per legge essere rilasciati entro 20 giorni, anche i genitori – o dichiaratisi tali – vengono rilasciati, con l’impegno a presentarsi a una data stabilita davanti a un giudice incaricato di esaminare la loro richiesta: impegno non osservato nel 90% dei casi. A meno che i database esistenti consentano subito di identificare individui con precedenti penali, procedendo dunque all’espulsione, non ci sono conseguenze per l’ingresso illegale né per le false motivazioni di asilo politico. Dopo il decreto di Trump e il rilascio di decine di migliaia di migranti arrivati sul confine con bambini o minori d’età, si è alzata una nuova ondata di immigrazione. Nell’autunno 2018 il portavoce della Homeland Security dichiara: “Chi arriva sa che, se fermato sul confine con un minorenne, verrà presto rilasciato e sarà quasi impossibile rintracciarlo. Vi è urgenza che il Congresso agisca per impedire i sotterfugi”. Qualche voce chiede di provare ancora a separare i minori dagli adulti, notando che i cittadini americani vengono separati dalle loro famiglie quando commettono reati, e l’attraversamento illegale del confine è un reato. Il governo Trump pensa invece a costruire “città di tende” sul confine, per poter detenere più a lungo chi viene fermato, in attesa della delibera di un giudice. L’agenzia ICE dichiara che i centri di detenzione sono così pieni, che gran parte delle persone detenute viene rilasciata dopo sommari controlli. Il governo Trump cerca anche di impegnare un maggior numero di giudici per ridurre i tempi dell’indagine preliminare, prima che avvenga il rilascio (il quale comunque è una pratica usuale, non il dettato di una legge).

La realtà è che soltanto il muro, cioè una barriera non superabile, sia pure con delle porte, è la soluzione. Soltanto il muro può tagliare i traffici illegali e i sequestri di minori, o le attività dei cartelli che controllano il flusso di persone verso gli USA. In attesa del muro, che non sarà di cemento bensì di doghe di acciaio tra le quali si possa vedere al di là, la soluzione provvisoria è quella che Trump applica in una sezione ristretta del confine, a sud di San Diego, a fine novembre 2018, cioè la chiusura totale del confine con il Messico, alle merci oltre che alle persone. Si tratta di una leva decisiva nei confronti del Messico, la cui economia non è in grado di sostenere quella chiusura (per esempio, nel grande port of entry a sud di San Diego, uno dei maggiori, vi sono decine di migliaia di attraversamenti ogni giorno, per traffico commerciale o per permessi di lavoro giornalieri). Chi arriva sul confine USA ha attraversato intere regioni messicane: il governo del Messico, che dispone di leggi sull’immigrazione molto più severe di quelle USA, può e deve fare di più per fermare traffici e flussi di persone. Chi negli USA, tra i Repubblicani, si oppone alla chiusura del confine, deve soltanto guardare ai risultati delle elezioni di midterm per cambiare idea: in gran parte a causa dei cambiamenti demografici, i Repubblicani hanno perso stati dove erano maggioranza da decenni, come Nevada, Colorado e Arizona, e il loro vantaggio è divenuto minimo persino in ex roccaforti del GOP come il Texas o il Kansas. Del resto, i “pensatori” Democratici lo dicono apertamente: gli uomini bianchi anziani, che votano per Trump e per il GOP, muoiono; i giovani immigrati votano per noi.

Oltre alle insufficienti risorse fornite dal Congresso e all’assenza di modifiche alla legislazione, l’ostacolo maggiore all’impresa di fermare l’invasione di migranti viene dalle delibere di giudici che operano in tribunali distrettuali (Circuit Courts) come il 9°, con sede a San Francisco, o il 4°, con sede a Richmond, dove avvocati immigrazionisti e di sinistra, negli anni di Obama, divennero giudici. Un caso esemplare è quello delle carovane di migranti che da Honduras e Guatemala, nel novembre 2018, giungono sul confine californiano. I media più diffusi minimizzano l’impatto della vicenda. Non dicono che la finzione di considerare i migranti come persone in fuga che richiedono asilo politico è smentita dal fatto che essi hanno attraversato l’intero Messico senza chiedervi asilo, perché il loro obiettivo è entrare negli USA, non il sottrarsi a persecuzioni politiche. Non dicono che il governo messicano ritiene che tra la folla di migranti vi siano “alcune centinaia di criminali”. Non dicono che le carovane sono uno strumento, organizzato e finanziato, per dare l’assalto al confine USA e magari provocare incidenti da attribuire al governo Trump. Non dicono che i migranti, da Città del Messico fino al confine sotto San Diego sono stati trasportati su autobus e camion, e che qualcuno ha pagato il trasporto. Non dicono che tra i finanziatori vi sono note ONG americane, sovvenzionate da George Soros o da Tom Steyer. Quando Bill O’Reilly riporta, nel suo podcast, che molti finanziamenti arrivano dalla “Familia latina unida”, con sede a Chicago, un gruppo che da un decennio è finanziato da Soros, i media non raccolgono la notizia. Trump, con buona leadership, dapprima invia 5 mila militari per supportare la Border Patrol, poi ferma le carovane al di là del confine, tramite un decreto che cancella la possibilità di chiedere asilo per chi non entra nel paese da un posto di confine, cioè legalmente.

A quel punto un giudice, nominato da Obama, del recidivo 9° Circuit Court si arroga il diritto di interferire con i doveri costituzionali del presidente, con una sentenza che rende illegale l’applicazione del decreto e ripristina l’accoglienza e il diritto d’asilo per chiunque metta piede sul suolo USA. Come è già accaduto con il travel ban, cioè le limitazioni agli ingressi da alcuni paesi islamici, sarà la Corte Suprema a dover decidere sul ricorso presentato dal governo Trump. Il travel ban fu dichiarato illegale dal 9° Circuit Court, e poi invece confermato del tutto costituzionale dalla Corte Suprema. Nel novembre 2018 il più che giustificato decreto di Trump sul diritto d’asilo viene bloccato. Ora, prima che la Corte Suprema deliberi passano mesi; e dover riportare le decisioni esecutive alla Corte è un ostacolo a governare. Davanti all’ingerenza di un giudice di parte, nel novembre 2018 una dichiarazione congiunta della Homeland Security e del Dipartimento Giustizia, la cui leadership è in via di rinnovo, afferma: “Il nostro sistema per la concessione di asilo è fallito e viene abusato da migliaia di persone ogni mese. È assurdo che gruppi di sostegno e tribunali locali possano avanzare cause legali nei confronti del governo quando questo agisce per impedire a cittadini stranieri di ottenere una qualifica a cui non hanno diritto”.

Un giudice di distretto – che può essere un attivista di partito, vestito con la toga nera, nominato a vita, senza dover rispondere agli elettori – non può decidere la politica dell’immigrazione e non può decretare per l’intera nazione. Sul confine con il Messico, del diritto all’asilo abusano decine di persone ogni giorno. Se un presidente, finalmente, decide di agire, un giudice non dovrebbe essere in condizioni di bloccarlo. Il presidente è il capo del potere esecutivo. Prendere decisioni per portare via la nazione dall’orlo del precipizio in cui si trova, è suo dovere. Ed è perché Trump prova a farlo, che egli viene combattuto e viene odiato. Che un giudice partecipi al boicottaggio, è ciò che Trump definisce correttamente “una vergogna nazionale”.

Il caso estremo dei danni dell’immigrazionismo è la California: la terra che era l’invidia del mondo, l’utopia dei migranti, la culla dorata della classe media; la terra che negli anni Trenta e Quaranta del Novecento diede ospitalità, fiducia e possibilità di lavorare a personaggi altrove perseguitati, e che accolse grandi tedeschi in fuga dal nazismo come Thomas Mann e Albert Einstein; la terra che durante gli anni del governatore Reagan divenne l’officina tecnologica del mondo; questa terra oggi si dibatte tra degrado della convivenza, incendi devastanti, diffusione della droga, frodi elettorali, intolleranza ideologica. Dal 2003 in poi, dal confine sud sono entrati in California, oltre ai flussi di immigrazione legale per lo più non dettati da criteri di merito, dagli 8 ai 10 milioni di illegali, quasi sempre senza conoscenza della lingua inglese e con scarsa istruzione. I controlli sanitari sono mancati. Nel 2018 a Los Angeles c’è stata un’epidemia di tifo. I marciapiedi di San Francisco sono ingombri di rifiuti. Come accade in Europa, sono comparse malattie estirpate da decenni. La striscia residenziale lungo la costa, dove sono le ville dei personaggi dello spettacolo, è un castello falso circondato dalla povertà. Il 20% della popolazione ha redditi sotto il livello di povertà. La classe media fugge via dallo stato. Le infrastrutture (secondo una classifica di Forbes) sono tra le peggiori degli USA. In California risiede il maggior numero di miliardari americani. Vivono in proprietà circondate da muri, perché il muro – afferma l’ideologia liberal – non si deve costruire sul confine, ma va benissimo a Hillsboro o a Santa Monica. Di solito votano per i Democratici e, come sulla costa est e tra le banche di New York, li finanziano. In una California divenuta uno stato con un partito unico, tutto è permesso per mantenere il potere. Quando concede una licenza di guida, l’ufficio patenti registra migliaia di non-cittadini sulle liste di voto. La concessione del diritto di asilo è divenuta uno scherzo o, con altra ottica, una frode. Se Trump prova a modificare le cose, da un ufficio di San Francisco un giudice si arroga il diritto di bloccare le decisioni del presidente, e la sua malintenzionata sentenza, assurdamente, ha valore sull’intero territorio nazionale. Un giudice può mettere il veto al presidente, affinché l’amnistia universale verso gli immigrati prosegua ed essi possano divenire elettori Democratici. Se il governo Trump prova a bloccare i fondi federali alle città-santuario che rifiutano di applicare la legge (lo ha fatto l’ex ministro della Giustizia Sessions), i sindaci di quelle città aprono una causa legale e un giudice (del 9° Circuit Court, per quanto riguarda la California) sentenzia che i fondi vanno ripristinati. Questa è una follia americana.

In materia di immigrazione Trump ha le idee giuste, ma ciò non basta. Se il Congresso, che dal 2019 ha una maggioranza Democratica alla Camera, non cambia le leggi che riguardano il controllo del confine, vi sarà una carovana al mese, un arrivo quotidiano di famiglie vere o finte, un abuso quotidiano del diritto di asilo, e dunque una smodata migrazione delle popolazioni povere dai paesi del Centroamerica negli USA. Né la società, né il bilancio USA possono sostenere l’urto. Riguardo al bilancio, nel 2019 uno studio del Center for Immigration Studies afferma che il 70% delle famiglie di immigrati arrivate dopo il 2008 si sostiene grazie ai programmi di welfare. Anche la controversa questione del diritto di cittadinanza per nascita negli USA richiede l’azione del Congresso. Quel diritto fu sancito dal 14° emendamento della Costituzione negli anni successivi alla Guerra Civile, cioè negli anni Sessanta dell’Ottocento, e aveva lo scopo di garantire la cittadinanza ai neri usciti dalle condizioni di schiavitù. Dunque il diritto non riguarda i figli degli stranieri che hanno attraversato illegalmente il confine, o i figli di chi rimane nel paese a visto scaduto. Il Center for Immigration Studies riferisce che chi è divenuto cittadino USA in nome del birth right, quando raggiunge la maggiore età ha un accesso preferenziale al college (in nome della “diversità”) e, se i genitori non sono più nel paese, può far loro ottenere la “carta verde” per la residenza negli USA. Riferisce anche il costo molto alto, che ho già citato, di 130 miliardi di dollari l’anno per istruzione, abitazioni e sanità, degli stranieri illegali presenti nel paese. Negli USA ci sono veterani senza una casa o un alloggio; ci sono anche scuole cadenti o ponti a rischio. Il welfare non può essere per tutti. Chi chiede, per esempio, un aggiornamento della cittadinanza per diritto di nascita non è un “razzista”, come lo si accusa di essere. Su quel diritto si sono formate industrie. C’è un turismo delle nascite negli USA. Ci sono cliniche specializzate. Ci sono pacchetti turistici, destinati a genitori ricchi, per andare a partorire negli USA. A quanto leggo, ci sono molti arrivi dalla Cina, o dalla Turchia. Ci sono arrivi anche dall’Italia.

taddeiClaudio Taddei

scrittore