Dinamiche economiche e opzione sovranista - F. Manfredi

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globalizzazioneconomicaQuella che stiamo vivendo da più di dieci anni non è, a tutti gli effetti, una crisi economica o “solo” economica. Se così fosse, sarebbe già stata superata. Prima di essere economica, essa è una crisi identitaria e valoriale, politica e delle politiche, sociale e culturale dei Paesi occidentali. Sono quattro le crisi che stiamo attraversando, delle quali quella economica sarebbe paradossalmente la più facile da affrontare se non ci fossero le altre tre.

D’altronde, il benessere e lo sviluppo economico di una comunità non possono mai essere distinti e separati dal benessere e dallo sviluppo dei diritti umani, sociali e politici, per cui devono considerarsi inaccettabili norme, politiche e pratiche basate su un trade off tra crescita economica e tutela dei diritti, anche (se non soprattutto) quando vengono imposte da entità/istituzioni sovra-statuali.

La sfida del sovranismo in campo economico, la più difficile da giocare vista la portata degli interessi in gioco, sta proprio in questo: ricercare e trovare l’equilibrio, la coerenza, tra valori/identità/diritti e regole/dinamiche economiche.

Questo è con ogni evidenza compito delle comunità e degli Stati, compito che non può essere affidato, se non in minima parte, a entità sovra-statuali che rendono fluidi se non aleatori questi concetti impedendo così di perseguirne l’equilibrio e la coerenza.

Nello specifico.

Il processo di globalizzazione ha accelerato le dinamiche evolutive dei sistemi economici e quindi il livello della loro turbolenza, come conseguenza del modificarsi di una molteplicità di fattori.

Ricordo alcune tra le tante conseguenze.

La prima conseguenza è la sempre più rapida integrazione/omologazione delle diverse comunità, territoriali ma non solo, in un’unica grande società di mercato, in cui il mercato è il valore premiante e omogeneizzante di gran parte dei rapporti sociali, con un evidente ribaltamento della logica: si passa dalla prospettiva “valori-economia”, in cui le logiche e le dinamiche economiche devono trovare una loro intrinseca coerenza con i valori di riferimento, alla prospettiva “economia-valori”, secondo la quale i set valoriali si devono definire o ridefinire in funzione delle logiche e delle dinamiche economiche.

Due esempi tra i tanti possibili. La posizione “accogliere i migranti è un bene perché ci pagheranno le pensioni” riconduce il valore dell’integrazione degli ospitati a un mero interesse economico degli ospitanti; il presunto valore della flessibilità nei rapporti di lavoro, che prefigura null’altro che una condizione di semi-disoccupazione e di precarietà permanente del lavoratore, è in realtà contrario al valore della sua dignità. Due disvalori, quindi, che fanno fare al dibattito in questi campi un salto indietro di almeno due secoli.

Questo fatto spiega anche, seconda conseguenza, le rendite di posizione che hanno generato enormi sistemi monopolistici, sotto forma di network di carattere globale, che possono estrarre rendite gigantesche e garantire posizioni dominanti ai soggetti che ne fanno parte.

La terza conseguenza è un processo di deterritorializzazione del sistema produttivo e finanziario, che oggi è la regola, che ha finito con il mettere in discussione il capitalismo industriale e di mercato, e l’autonomia degli Stati, in nome di un capitalismo speculativo e finanziario, generando tra l’altro un crescente processo di deindustrializzazione e di sperequazione territoriale.

Quarta conseguenza. Si è affermata una cultura tecnicista che ci ha illuso raccontandoci che con la tecnica, magari quella finanziaria, si sarebbe potuta creare una moderna cornucopia in grado di soddisfare qualunque bisogno o capriccio, e che invece ha portato solo ad affermare un modello di società disgregata e antiegalitaria.

Chi sono i grandi perdenti di questa processo di globalismo economico?

Gli Stati e i cittadini.

Quale risposta concreta può dare l’opzione sovranista?

Difendere le comunità e i sistemi territoriali, tutelandone la storia, i valori, la cultura di riferimento, le dinamiche economiche sane, e rilanciarle sulla base di due caratteristiche fondanti.

In primo luogo, quella di essere comunità che combattono l’omologazione esaltando l’individualità delle persone, la libera intrapresa economica ma non solo (si pensi al tema della cittadinanza attiva e più in generale del volontariato e dell’imprenditorialità sociale); è ormai chiaro che essa non può svilupparsi fuori da questi contesti, né che le comunità possono svilupparsi se sopprimono le individualità e la libera intrapresa.

In secondo luogo, essere comunità d’intenti, cioè proattive e reattive rispetto al mainstream globalista, con valori definiti e identità forti ancorché aperte, che mirano alla massimizzazione distributiva del valore aumentando il livello di uguaglianza; l’esatto contrario delle comunità di consumo, piegate in una logica adattiva al mainstream, che sono fondamentalmente a-valoriali e senza identità e mirano alla massimizzazione aggregativa del valore aumentando il livello di disuguaglianza.

Dunque, comunità d’intenti perché intenzionalmente orientano i comportamenti delle persone, economici ma non solo, in base al patto generatore e ai valori condivisi di riferimento e perseguono uno sviluppo sostenibile, equo e resiliente.

In questo modo, sarà possibile costruire dal basso un percorso di deglobalizzazione selettiva che permetta di rimodellare consapevolmente e responsabilmente la vita sociale, di generare una nuova identità comune, di produrre capitale sociale e azione collettiva fornendo i mezzi per la massimizzazione produttiva e distributiva del valore.

Esempi di deglobalizzazione selettiva in campo socio-culturale sono il rifiuto di firmare il Global Compact sui migranti o la Brexit.

Esempi di deglobalizzazione selettiva in campo economico sono il rifiuto di considerare libero un mercato in cui la differenza del costo del lavoro tra aziende è superiore al 300% e la conseguente definizione di meccanismi di riequilibrio; il rifiuto di accettare accordi di scambio come il TTIP e il CETA.

Più in generale, sono definibili di deglobalizzazione selettiva tutte le azioni che mirano a fermare il processo di limitazione della sovranità e dei diritti degli Stati a legiferare e ad agire nell'interesse pubblico per proteggere:

  • la libertà, la sicurezza e la libera iniziativa dei cittadini (ad esempio rifiutando stravolgimenti socio-culturali dell’identità comunitaria);

  • la salute dei cittadini (ad esempio rendendo centrale il principio di precauzione);

  • l'ambiente;

  • i diritti dei consumatori (ad esempio contrastando le forme di monopolio globale);

  • i diritti dei produttori a competere in un mercato equo, cioè con regole del gioco uniformi (ad esempio rendendo obbligatorie le disposizioni relative al rispetto delle convenzioni internazionali sul lavoro) e con norme rispettose degli elementi caratterizzanti e distintivi delle produzioni (ad esempio rendendo obbligatoria la protezione delle indicazioni geografiche per tutti i prodotti tipici).

Quella sovranista è dunque un’opzione di governo che ambisce a essere coerente con i valori e massimizzante le opportunità per la comunità e quindi per il singolo, oppure per il singolo e quindi per la comunità.

E’ in quel “e quindi” che ci giochiamo un bel pezzo del nostro futuro civile, sociale ed economico.


manfrediFrancesco Manfredi

professore ordinario di economia aziendale Università LUM Jean Monnet

pro-rettore alla Formazione Manageriale Post-Graduate

direttore della LUM School of Management