I diritti umani e la politica - R. Cubeddu

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dirittiumani1Uno dei più significativi fenomeni del secolo scorso è stata la travolgente affermazione, nel mondo occidentale, dei cosiddetti Diritti umani (Human Rights). La svolta suole farsi decorrere dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, del 1948, ed inizialmente alcuni studiosi scambiarono tale dizione con un onesto assemblaggio dei Diritti naturali (i Natural Rights di J. Locke) con i Diritti politici, civili e sociali affermatisi a partire dal XIX secolo. In realtà non era così, ma pochi se ne accorsero. E di quelli, un numero ancora minore capì che l’affermazione dei Diritti umani avrebbe mutato il ruolo della politica in Occidente.

Come si sia passati dal Diritto naturale – espressione da intendete come comprensiva di Diritto naturale (quello dei classici), Legge naturale (quella tomista e, in generale, cristiana), Diritti naturali (quelli della tradizione liberale classica) e, in Italia, Giusnaturalismo (termine comprensivo delle varietà di Diritto naturale sviluppatasi nell’epoca moderna) – ai Diritti umani è stato ricostruito più volte. Non esiste un’identità conclusiva di vedute ma due principali ‘scuole’ storiografiche. Quella cosiddetta ‘continuista’ che vede un lungo e graduale passaggio dal Diritto naturale classico ai Diritti naturali moderni (H.J. Berman, B. Tierney), e quella ‘discontinuista’ che non soltanto interpreta questi ultimi come un fenomeno nuovo in cui i termini diritto e natura assumono significati nuovi e consoni all’idea di natura e di individuo che si stava affermando nella modernità, ma li vede anche come il prodromo dell’individualismo che sfocia nel relativismo (L. Strauss, M. Villey).

Al di là delle differenze, le due scuole condividono la credenza che la politica abbia bisogno di punti di riferimento costanti che consentano di fare valutazioni su azioni ed istituzioni e che ne limiti la fisiologica tendenza ad una espansionismo illimitato. Per questo, il Diritto naturale, inteso come non dato da Dio, né creato dagli uomini, è stato visto, e potrebbe esserlo ancora, tanto come quel limite che impedisce alla politica di trasformarsi in tirannide o in totalitarismo (forme politiche in cui tutto il Diritto è prodotto dal Sovrano) e come una garanzia della libertà individuale, quanto come la delineazione dell’ambito in cui la politica può, tramite ‘scelte collettive’, svolgere la legittima funzione di moderazione delle aspettative individuali e sociali, di produzione dei “beni pubblici” e, quando necessario e opportuno, di accelerazione dei processi sociali.

Ora, per dirla con estrema semplicità, a parte il fatto che quei Diritti naturali erano per il liberali quello alla vita, alla libertà e alla proprietà (che per alcuni erano ‘innati’ e per altri corrispondevano coi diritti dalla Common Law), quel che è importante è che in questo modo venivano delimitate le sfere di competenza tra gli individui titolari dei diritti e la politica intesa come loro garante e come produttrice di quei beni pubblici che non potevano essere prodotti dal mercato.

Che a questi Diritti naturali ne potessero essere associati altri: civili, politici, sociali, non rappresentava a ben vedere una rottura della distinzione delle sfere perché essi erano, in definitiva, loro specificazioni prodotte dalla politica. La cosa essenziale era che comunque la politica manteneva la sua funzione primaria di “produrre certezza” riguardo alle controversie sui diritti e di moderare, quando necessario, le aspettative individuali e sociali. Ambito in cui interveniva – molto spesso, senza che lo si ammettesse, in sinergia con la religione e con la chiesa – non soltanto con la repressione, ma soprattutto vigilando sull’educazione nazionale e sulla circolazione delle idee.

Dunque, se i liberali classici affidavano allo Stato il compito di tutelare un numero limitato e definito di Diritti, i Liberals e i socialisti pensano che lo Stato debba realizzare mutevoli Diritti umani/aspettative di cui non controlla né origine, né entità.

Sbaglia quindi chi sostiene che il mercato del liberalismo sia il responsabile dell’attuale relativismo e della conseguente situazione di incertezza diffusa. Esso indubbiamente nutriva fiducia nel cambiamento e nell’innovazione, ma pensava anche che i vantaggi e le conseguenze del diritto di ognuno di tentare di migliorare la propria condizione dovessero ricadere su chi ci provava e che altri, se avessero voluto, avrebbero potuto imitarli. Ma i fallimenti ricordavano anche che non tutti quei tentativi si sarebbero potuti realizzare, che la conoscenza e la prudenza avrebbero potuto aiutare a fare previsioni attendibili su quali e a quale costo, e che tutti avrebbero comunque avuto conseguenze inintenzionali di cui, quando la questione non era risolvibile dal diritto privato, doveva farsi carico la politica.

Era quella che viene definita la Great Tradition e, anche se le due componenti principali ogni tanto superavano i limiti delle reciproche competenze, si basava sulla convivenza di politica, diritto, religione e mercato.

Una convivenza che finisce non perché il mercato produce una pluralità infinita di aspettative individuali (che comunque non promette di realizzare) che, come tutte le istituzioni ‘umane’, non riesce a soddisfare tempestivamente, ma perché con la democrazia politica la definizione dottrinale o economica di “bene pubblico” sparisce e viene definito tale ciò che una maggioranza decide. Perché, ad un certo punto, la pratica religiosa declina e, con l’affievolirsi dei ‘valori identitari’, cessa la coincidenza tra credenze religiose e credenze etiche, politiche, etc.

Il fatto è che aumentando lo spazio della decisione pubblica e delle scelte collettive inevitabilmente si riduce lo spazio delle libertà, dei diritti e delle scelte individuali e, quel che è peggio, si afferma la convinzione che attraverso un’organizzazione politica sia possibile avere maggiore influenza sull’individuazione di quei beni pubblici e sulla ripartizione dei relativi vantaggi e costi. In altre parole, allorché si afferma la teoria che sia giusto di far pagare a tutti quel che interessa ad alcuni, la politica si riduce a strumento per realizzare le aspettative individuali e sociali della parte vincente il confronto elettorale. Quando poi ci si accorge che le qualità necessarie per vincerlo sono diverse da quelle necessarie non soltanto per sapere ‘ben governare’ ma per realizzare le promesse elettorali, il problema si complica ulteriormente.

Ma in questa trasformazione della politica da strumento per moderare le aspettative individuali e sociali in strumento per realizzarle che ruolo svolgono i Diritti umani?

La Dichiarazione Universale non aveva soltanto il difetto di non precisare quali e quanti con esattezza fossero ma ne affidava la garanzia e la realizzazione alla politica; agli Stati. E senza una specificazione dei diritti era per lo meno prevedibile che per tali si sarebbero spacciate tutte le aspettative che si riteneva troppo gravoso cercare di realizzare autonomamente e, più semplice, attribuirne la realizzazione alla politica tramite scelte collettive che erano motivate anche da specifiche caratteristiche che l’ondivaga opinione pubblica poteva riconoscere a particolari aspettative sulla base di convincimenti di vario tipo.

Di modo che quell’affidare alla politica la funzione di realizzare aspettative/diritti sulla cui genesi e diffusione si poteva ancora intervenire tramite processi educativi e, se necessario, repressivi, si trasforma in una dipendenza della politica dalle aspettative egemoni nell’opinione pubblica (il “politicamente corretto”). Da quel momento, sia per la rottura della sinergia con la religione, sia per la compresenza di più religioni, confessioni, e laici nello stesso ambito territoriale, sia, per il sostanziale fallimento dell’educazione di massa, sia, e soprattutto, per l’impossibilità di controllare i flussi di informazioni, credenze, mode, conoscenze, etc. che stanno a fondamento della formazione delle aspettative e delle opinioni, tali processi iniziano a sfuggire al controllo della politica.

Mentre il tanto deprecato liberalismo sosteneva e insegnava quella responsabilità individuale e sociali che si reggeva sull’assunto che per evitare l’espansione della politica era necessario che le aspettative individuali, quali che fossero, si dovessero realizzare (nel sanzionabile rispetto degli altrui diritti) tramite gli scambi e la cooperazione nel mercato, ora ha preso il sopravvento un’altra credenza. La credenza che fine e compito della politica sia di realizzare tutte le possibili aspettative degli individui, dei gruppi sociali, etnici, di genere, etc., e di elettori che possono mutare senza che se ne possa prevedere il motivo e comunque anche prima che intervengano norme e scelte collettive atte a regolarle e a realizzarle, e incrementando così l’inflazione normativa fonte di incertezza del diritto e di ulteriori aspettative.

Da ‘moderatrice’ la politica è così diventata schiava di aspettative spacciate per diritti e viene giudicata in base a quanto ci riesce (senza che le si riconosca neanche che ad impossibilia nemo tenetur). E, non riuscendo a farlo (per lo meno nel tempo atteso dagli insaziabili elettori) perché in ambienti diversificati le scelte collettive sono complesse, lunghe e comunque e perciò inefficaci, si trasforma in un’attività inutile quanto costosa e, soprattutto, in una fonte di ‘incertezza’ perché nessuno sa quali aspettative verranno realizzate, quali ne saranno le conseguenze e quali le reazioni di chi si sentirà leso in quelli che considera i propri Diritti umani o fondamentali.

In altre parole, potenzialmente, il rifiuto di legittime ‘scelte collettive’, o decisioni politiche, sulla base di presunti ed evanescenti diritti umani.


cubedduRaimondo Cubeddu

professore ordinario di filosofia politica

Università di Pisa