Politiche e strategie per l'innovazione: lezioni da tre ecosistemi internazionali - D. Peirone

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innovation1Nella cosiddetta “economia della conoscenza” l’innovazione gioca un ruolo fondamentale per la competitività dei Paesi e delle imprese, attraverso la rivoluzione portata dalle tecnologie digitali. I processi e i prodotti che incorporano o implementano le tecnologie digitali sono caratterizzati dalla possibilità di essere riprodotti e condivisi generando economie di scala a costi praticamente nulli. Ciò consente alle imprese che si basano sul digitale di servire mercati di grandi dimensioni molto più rapidamente, raggiungendo la "scala senza massa" (OCSE 2018), facilitando contemporaneamente sia la concorrenza dei nuovi entranti che le tendenze monopolistiche degli innovatori. Questa flessibilità del digitale è in contrasto con la manifattura tradizionale, soggetta a vincoli fisici di produzione e distribuzione.

Le tecnologie digitali hanno drasticamente ridotto i costi marginali della produzione e di lancio sul mercato di nuovi beni e servizi, in particolare quelli ad alto contenuto informativo e di conoscenza, nonché i costi di ricerca, verifica e comunicazione di informazioni e conoscenze. Per queste ragioni, le tecnologie digitali sono sempre più incorporate nei sistemi di produzione e fornitura di servizi, ma anche di molti prodotti derivanti dalla manifattura tradizionale.

Da un punto di vista “locale”, è ormai assodato che il processo innovativo trova il suo sviluppo all’interno di aree specifiche, definite come “ecosistemi”. Grazie alla menzionata riduzione dei costi collegati allo scambio di informazioni e conoscenze, nello scenario contraddistinto dall’open innovation le imprese non innovano più isolatamente. Durante il loro sviluppo, infatti, le imprese passano attraverso diverse fasi, ognuna caratterizzata da uno specifico processo di apprendimento e acquisizione di risorse e competenze. Il processo si nutre della conoscenza proveniente dalle continue interazioni tra gli attori presenti all’interno dell’ecosistema (grandi imprese multinazionali, startup, PMI, università ecc.) che, creando e mantenendo reti per supportare l'innovazione, aggiungono progressivamente afflussi di conoscenza man mano che l'impresa si sviluppa. Questa collaborazione potenziata può assumere forme diverse e seguire percorsi diversi: condivisione dei dati, piattaforme (hub), fusioni e acquisizioni (spesso motivate dalla necessità di combinare vari tipi di competenze) e catene del valore globali. La creazione e l’espansione di queste reti può essere molto complessa e costosa per una singola impresa, ecco quindi che si rende necessario un intervento pubblico per incentivare (e, all’inizio, direttamente finanziare) la creazione e lo sviluppo di un ecosistema, dal quale ciascuna impresa può “nutrire” la sua rete.

Il Science, Technology and Innovation Outlook dell’OCSE (Novembre 2018), mostra i dati sulle spese per ricerca e sviluppo di Stati e imprese.


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 Figura 1 Trend nei finanziamenti della ricerca e sviluppo industriale da parte di imprese e governi

L’analisi indica che questi due soggetti agiscono non in maniera concorrenziale ma complementare. Lo Stato finanzia la ricerca di base, mentre le imprese private si concentrano sulla ricerca applicata e sullo sviluppo sperimentale. Mentre il sostegno pubblico diretto appare ovunque in diminuzione negli ultimi anni, in molti paesi sembra crescere il sostegno indiretto agli investimenti per la ricerca, attraverso incentivi fiscali.


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  Figura 2 Finanziamento diretto del governo e sostegno fiscale per la ricerca e lo sviluppo delle imprese, 2015 e 2006

Questo però comporta sempre meno fondi per la ricerca di base, cioè quella che può portare ad innovazione tecnologiche radicali.

Dal rapporto si comprende che una parte del sostegno pubblico all’innovazione è diretto ormai verso politiche di stimolo all’imprenditorialità, divenute una priorità a seguito dei dati che mostrano le nuove imprese come gli unici soggetti creatori di nuovi posti di lavoro netti (ovvero, ne creano più di quanti ne perdano). Il rapporto riconosce che vi è una comprensione molto limitata di quali leve politiche debbano essere attivate. Dato l’alto tasso di fallimento delle startup, alcuni suggeriscono di concentrarsi a sviluppare solo quelle con un alto potenziale di crescita. Altri ritengono invece che il policymaker non dovrebbe tentare di "scegliere i vincitori", ma lasciare che sia il mercato a scegliere, incentivando solo la creazione di più startup possibile, semplificando sia l'ingresso che l'uscita dal mercato. Un'altra questione irrisolta riguarda gli investimenti pubblici nel venture capital, che dovrebbero incentivare l’afflusso di capitali privati. In realtà, il rapporto mostra come l'esiguità del mercato privato del Venture Capital sia spesso un sintomo piuttosto che la malattia, ovvero il segnale di una difficoltà nel rendere appetibile agli investitori il cosiddetto trasferimento tecnologico delle idee "dal laboratorio al mercato". In tale situazione, il policymaker dovrebbe valutare attentamente i colli di bottiglia che ostacolano lo sviluppo di un ecosistema imprenditoriale dinamico, piuttosto che investire direttamente nei fondi di venture.

Tre casi-studio sono esposti nel presente articolo: Regno Unito, Cile e Israele. Questi paesi presentano tre approcci diversi che affrontano ciascuno di questi problemi. Rispettivamente, il Regno Unito gli investimenti in ricerca ed il trasferimento tecnologico, il Cile il sostegno all’imprenditorialità, Israele la valorizzazione dell’innovazione attraverso gli investimenti di venture capital.


REGNO UNITO

Il Regno Unito è passato da un approccio incentrato sull'eccellenza della ricerca e la sua diffusione tra la comunità accademica, a politiche basate sull’idea di un ruolo sociale delle università per aumentare la competitività economica, incoraggiando lo sviluppo di incubatori per costruire un'economia basata sulla conoscenza in grado di competere nel mercato globale. L'incentivo per le istituzioni accademiche a generare maggiori entrate da fonti non governative attraverso finanziamenti "di terza missione" è stato determinato dal significativo calo dei finanziamenti pubblici delle università britanniche, avvenuti tra il 1989 e il 1997. Specifici finanziamenti per la terza missione sono stati istituiti nel 1999, attraverso lo University Challenge Fund, il Science Enterprise Challenge Fund e l’Higher Education Innovation Fund (HEIF) in Inghilterra, il Fondo per l'innovazione in Galles, il Fondo di innovazione per l'istruzione superiore nell'Irlanda del Nord. In particolare, l’HEIF fornisce sostegno finanziario diretto a progetti che rafforzano i collegamenti tra università e imprese, con l'obiettivo a lungo termine di migliorare le prestazioni dell'innovazione regionale come elemento chiave per l'innalzamento produttività e crescita economica. Nonostante questo pesante intervento pubblico, però, il Lambert report del 2003 evidenziava la mancanza di domanda da parte del settore privato per gran parte delle conoscenze sviluppate dalla ricerca universitaria. La promozione degli spin-off accademici aveva portato a un numero eccessivo di spin-off non competitive, senza infrastrutture in grado di supportarle nel loro processo di crescita. Il rapporto mostrava che queste imprese si concentravano troppo sulla tecnologia, mentre erano molto deboli dal punto di vista manageriale. Tale evidenza ha modificato gli indirizzi della politica verso un incentivo alle università a sviluppare un impegno più diretto ed efficace di accompagnamento manageriale, anche attraverso collaborazioni con imprenditori esperti. Tale cambiamento, però, è stato da molti criticato come uno snaturamento della funzione dell’accademia, aggravato dall’ingente stanziamento di fondi per queste attività a scapito della ricerca. Per potenziare le “reti di conoscenza”, nel 2016 il governo del Regno Unito ha creato il Connecting Capability Fund (CCF), per stimolare la collaborazione strategica tra le università di tutta l'Inghilterra, consentendo loro di mettere in comune competenze, costruire capacità di connessione e condividere buone pratiche in le aree del trasferimento tecnologico e della commercializzazione della ricerca. Infine, nel 2018 è stata istituita la UK Research and Innovation Authority, che mette definitivamente insieme la gestione dei fondi (circa 6 miliardi di sterline) per ricerca, didattica e terza missione. La discussione sull’efficacia e sui risultati di tali misure è tuttora aperta.


CILE

Start-up Chile è un programma avviato nel 2010 dal Governo cileno, con l’obiettivo di attirare nel Paese imprenditori stranieri, così che sviluppino imprese nel paese. La decisione sui criteri di selezione e l’identificazione dei progetti con il maggior potenziale di successo fu complicata, e le prime critiche accusarono il programma di utilizzare fondi pubblici per premiare gli imprenditori stranieri, avendo escluso dalla partecipazione, in prima battuta, gli imprenditori cileni. Nel 2013, 1700 imprenditori provenienti da 58 Paesi diversi, avevano beneficiato del supporto del programma Start-Up Chile, creando 825 start-up. Ad oggi circa 40 milioni di dollari sono stati spesi per il programma. La valutazione effettuata dal Ministero dell’Economia cileno nel 2015 mostrò che il programma non aveva ottenuto dei risultati significativi per quanto riguardava la crescita delle startup e la loro sostenibilità nel tempo, poiché nella gran parte dei casi non vi erano stati significativi incrementi di fatturati, ottenimento di utili, aumento di esportazioni o del livello di occupazione nel Paese. Veniva però riconosciuto che Start-Up Chile era riuscito a promuovere una cultura imprenditoriale, ma che le deboli alleanze tra le varie istituzioni non consentono di generare effetti che possano avere un forte impatto. Manca, insomma, un vero ecosistema in grado di assistere gli imprenditori, anche con l’apporto di investitori privati locali. Questo accade perché spesso le imprese selezionate dal programma non operano nei settori in cui il Cile può offrire dei vantaggi competitivi. L’80% delle imprese, dopo il periodo finanziato dal programma, decidono di lasciare il Cile, poiché mancano gli investimenti privati nelle prime fasi di sviluppo. Perché allora è considerato un caso di successo? Perché ad oggi le startup presenti in Cile contano un “unicorno”, ovvero un’impresa con un valore pari ad un miliardo di dollari, 4 imprese con un valore compreso tra il miliardo e i cento milioni di dollari e 31 imprese con una valutazione tra i dieci e i cento milioni di dollari. Inoltre, l’immagine del Cile come centro favorevole alle startup innovative ha cominciato ad affermarsi al livello internazionale. In altri Paesi sono stati investiti centinaia di milioni, se non addirittura miliardi, nella creazione di cluster innovativi senza, però, ottenere questi risultati.


ISRAELE

Negli anni ‘80, con un paese ad altissimo debito pubblico, bassa produttività e crescita e alta disoccupazione, il Governo israeliano ha emanato la “Legge per l’incoraggiamento della ricerca e dello sviluppo industriale”, che ha creato l’Office of the Chief Scientist, attraverso il quale vengono organizzate tutte le attività di ricerca e lo sviluppo e di promozione industriale, attraverso i Fondi per la ricerca e lo sviluppo, il Programma degli incubatori tecnologici, e altre linee di investimentoGrazie a questa nuova normativa il Governo israeliano ha iniziato a gettare le basi per i programmi sull’innovazione degli anni ’90. Il programma Inbal è stato il primo tentativo del Governo per promuovere lo sviluppo di fondi di venture capital in Israele, garantendone gli investimenti. Questo meccanismo fu reso possibile grazie alla creazione di una compagnia assicurativa statale, Inbal per l’appunto, che forniva una garanzia del 70% dei fondi VC negoziati nella borsa israeliana. Furono creati così quattro fondi di venture capital, che riscontrarono però problematiche a livello burocratico; inoltre, la valutazione dei fondi era molto bassa e ciò compromise il successo del piano.

Imparando da questi errori, nel 1992 nacque il programma Yozma, che ha creato l’industria e il mercato del Venture capital (VC) in Israele. Il programma si basava su un fondo di VC di proprietà dello Stato, chiamato appunto Yozma, che doveva investire in dieci fondi VC privati i quali, per ottenere l’investimento, dovevano obbligatoriamente prevedere una partnership con un investitore straniero. Inoltre il fondo doveva essere organizzato secondo le regole internazionali, così da garantire maggiormente gli investitori, e veniva data la possibilità ai finanziatori privati di esercitare una call option sulle azioni del Governo. Questo stimolò ulteriormente l’entrata di VC professionali e manager. In tutto Yozma portò alla creazione di 10 fondi privati raccogliendo 263 milioni di dollari. Dopo dieci anni, i fondi Yozma valevano quasi 3 miliardi dollari. Oggi, il mercato israeliano del venture capital è uno dei più sviluppati a livello globale, con investitori provenienti da tutto il mondo, coprendo tutte le fasi di sviluppo delle imprese ed agendo in piena sinergia con gli incubatori e i centri di ricerca universitari. L’evoluzione del sistema israeliano vede l’assorbimento dell’ufficio del Chief Scientist nell’Israel Innovation Authority, che intende concentrarsi maggiormente sull’applicazione delle innovazioni alla manifattura, creando delle vere e proprie PMI “tradizionali”, ma in grado di competere a livello globale grazie alla produttività fornita dalle tecnologie.


OPEN INNOVATION ED ECOSISTEMI PER L’INNOVAZIONE

Questi tre casi mostrano successi e criticità, in particolare riguardo alla strategia di utilizzo dell’open innovation e verso la creazione di un mercato in grado di sostenersi anche senza fondi pubblici. Le politiche sono tutte orientate all’innovazione, ma con obiettivi diversi. Nel caso del Cile (stimolo all’imprenditorialità) e di Israele (valorizzazione del trasferimento tecnologico) si può dire che l’obiettivo sia stato raggiunto. Nel caso del Regno Unito (riduzione dei fondi pubblici all’università ed aumento dell’autofinanziamento attraverso la valorizzazione del trasferimento di conoscenza verso il mondo produttivo) l’obiettivo non appare conseguito. Dal punto di vista della creazione di un sistema di open innovation, Israele appare un caso di successo a livello globale, ma mostra poca interazione con il resto del sistema economico nazionale, tanto che la nuova Autorità per l’innovazione intende sostenere finanziariamente l’open innovation fatta solo tra imprese israeliane. Startup Chile non è stato in grado finora di realizzare un sistema di innovazione aperta, ed anche per questo non ha creato un mercato dell’innovazione sostenibile nel tempo senza i fondi pubblici. Il Regno Unito ha sicuramente investito molto nella costruzione di un sistema di open innovation tra ricerca e impresa, ottenendo alcuni “champion” nazionali. Il sistema però risulta ancora estremamente condizionato dall’apparato statale, sia nelle modalità che negli obiettivi da perseguire, con risultati che spesso vengono giudicati al di sotto delle aspettative.

La scelta determinante appare quindi quella tra due approcci di politica economica. Da un lato, un modello concentrato sulla creazione di incentivi economici ai diversi soggetti dell’ecosistema, consentendo loro di sperimentare e, nel tempo, costruire “dal basso” un vero e proprio sistema di mercato per l’innovazione. Questo è stato il sistema che, dopo vari tentativi, è stato adottato in Israele portando alla creazione di un ecosistema di open innovation competitivo a livello globale, che ha dato una spinta decisiva a tutta l’economia del paese.

Dall’altro lato, politiche governative tese a creare direttamente “dall’alto” il mercato. Questo è l’approccio usato in Cile e nella maggior parte dei paesi europei, oltre che dalla Commissione UE. Nel primo caso, si punta su sperimentazione e competizione. Nel secondo, per forza di cose il sistema diventa burocratico, attraverso bandi, controlli ed agenzie ad hoc. Il sistema inglese ha cercato di unire i due approcci, ma alla fine l’impronta dirigista appare predominante. La maggior parte dei paesi europei utilizza approcci top down verso l’innovazione, spendendo grandi quantità di fondi (pubblici) con scarsi risultati, come ormai denunciato da diversi rapporti economici. La costruzione di un mercato che parta direttamente dagli operatori economici e dai soggetti coinvolti nell’ecosistema, incentivandone l’interazione e la sperimentazione, può sicuramente apparire una modalità meno immediata di intervento, ma i risultati sono solidi e duraturi, incidendo in maniera determinante sul futuro sviluppo dei sistemi economici.


peironeDario Peirone

ricercatore di economia e gestione delle imprese

idoneo seconda fascia

Università degli Studi di Torino




* Questo articolo è una versione ampliata dell’intervento nella sessione “How to Achieve Accelerated Economic Growth: International Best Practices” del V Forum della Financial University di Mosca, Novembre 2018.