La politica USA verso la Cina - C. Taddei

  • PDF

usacinabandiereI maggiori studiosi di politica cinese concordano: la Cina ha l’obiettivo di sostituire gli USA come superpotenza leader. Lo strumento per raggiungere l’obiettivo è la ricchezza accumulata con i commerci e con le conseguenti acquisizioni in ogni continente: dalle miniere di rame e di carbone ai pozzi di petrolio, dagli immobili di lusso ai fondi finanziari, dai porti ai terreni agricoli. Con lo stabilire all’estero un potere finanziario e con progetti come la cosiddetta Belt and Road Initiative, in cui banchieri e diplomatici cinesi rastrellano paesi meno ricchi in cerca di mercati e investimenti (Malaysia e Pakistan sono tra i paesi più coinvolti), il governo di Pechino controlla in Asia vie commerciali e governi. Il tradizionale mercantilismo cinese si converte nel nuovo espansionismo. Poi è il congenito razzismo cinese a fornire radici al progetto del governo di Pechino di dominio in Asia. La Cina, che è di gran lunga il maggior inquinatore dell’ambiente (seguita dall’India), è anche il maggior consumatore di energia e di materie prime: acquista e consuma il 30% dell’export mondiale di petrolio, il 20% dell’export di grano. Per realizzare l’obiettivo di leadership, la Cina ha usato e usa come pratica ufficiale del governo il furto di proprietà intellettuale e di tecnologia militare e civile. Organi del governo cinese si vantano delle loro attività di spionaggio. Nel 2017 la “Military Commission” dell’esercito cinese dichiarò di aver aumentato lo spionaggio sulla Difesa USA con “strumenti di intelligenza artificiale”. Nel corso della presidenza Obama la Cina ha messo in atto un espansionismo anche militare, oltre che commerciale. Considerando gli USA una potenza in ritiro dalla regione Asia-Pacifico, la Cina ha preso il controllo di mari che non le appartengono, vi ha costruito strutture militari, ha occupato porti dal Pakistan a Gibuti in Africa.

Con l’allargare i confini di sovranità in zone del Mare della Cina dell’Est reclamate anche da Giappone e Corea, o su isole del Mare della Cina del Sud reclamate da Vietnam, Taiwan e Malaysia, o su zone marittime vicine alle Filippine e utilizzate per la pesca (e cercando di placare la reazione del governo di Manila con finanziamenti e investimenti), l’espansionismo cinese è divenuto una minaccia concreta. Benché il governo di Pechino fornisca in materia cifre fuorvianti, si ritiene che esso investa in armi e spese militari una quota del PIL tra il 10 e il 12%: cioè una quota enorme. L’esercito di terra ha oltre due milioni di truppe. Con gli acquisti di sistemi d’arma avanzati in Russia, la Cina ha colmato, secondo analisti militari, l’inferiorità rispetto agli USA anche in settori aero-navali. La Cina dispiega i missili terra-aria S-400 russi, i più avanzati e più efficaci al mondo. Possiede missili balistici terra-mare, di origine russa, in grado di colpire qualsiasi nave in movimento fino all’isola di Guam. Senza badare a spese, acquista non soltanto le ultime versioni dei caccia russi Sukhoi 35 e Mig 31, ma anche l’avanzatissimo (cosiddetto di “quinta generazione”) caccia russo Sukhoi 57, anche armato di un nuovo missile russo aria-aria a lunga portata, il più avanzato al mondo per velocità e raggio d’azione (300 km, mentre l’analogo americano arriva a 180 km). Negli ultimi dieci anni la Marina cinese ha costruito più di 100 navi da guerra e nel 2018 poteva contare su 316 navi da guerra in servizio attivo, contro 260 della Navy USA. La Cina ha 60 sottomarini in servizio, molti dei quali di attacco, e prevede di costruirne fino a 80. L’aviazione militare sta cercando di colmare, con gli acquisti dei caccia russi, il gap con quella USA, falcidiata dai dissennati tagli di programmi, fondi e addestramento negli anni di Obama.

Poiché, però, la Settima Flotta USA rimane una forza reale di cui tenere conto, e poiché i sia pur pochi F-22 schierati a Guam e Okinawa sono pur sempre in grado di cancellare dai cieli qualsiasi aggressore, mentre i nuovi F-35 iniziano ad arrivare alle portaerei USA e nelle basi USA del Pacifico e in Australia, l’impresa cinese di controllare, per esempio, il Mare della Cina del Sud può apparire un azzardo da verificare. In quel mare, molto frequentato dai commerci globali, la Cina ha occupato le isole Paracels, che distano 220 miglia dalla costa cinese (nell’isola di Hainan) e 200 miglia da quella del Vietnam; e ha occupato le isole Spratley, che distano 500 miglia (cioè 900 km) da Hainan e ancor di più dal continente cinese, mentre sono più vicine alla Malaysia o a Taiwan o alle Filippine. In quel mare la Cina ha costruito e militarizzato isole artificiali. La posizione di vantaggio della Cina è riconosciuta dai Comandi USA (per esempio, l’ammiraglio Davidson, che è a capo del Comando Indo-Pacifico, ha dichiarato in Senato: “Quel mare è di fatto cinese, perché nessuno è in grado di opporsi, se non con la guerra”). Non si può dimenticare, inoltre, che un obiettivo di Pechino è quello di occupare, in tempi da definire, Taiwan. Il giornale di stato cinese Global Times, che pubblica in inglese, parla di “riunificazione di Taiwan al continente, se necessario con la forza”.

Con il governo Trump l’attenzione verso le attività militari cinesi è cresciuta. L’ex ministro della Difesa Mattis ha parlato dei sistemi d’arma cinesi trasferiti nelle isole occupate, e dal Pentagono arrivano conferme riguardo ai missili cinesi anti-portaerei e alle difese dispiegate dalle unità navali USA. Il governo Trump ha rafforzato la presenza militare in Estremo Oriente. Vi sono 45 mila truppe USA in Giappone e 29 mila in Corea. Le difese dell’isola di Guam vengono rinsaldate. Contingenti di Marines sono schierati da alcuni anni a Darwin, in Australia. La Settima Flotta si fa vedere più spesso nella rada di Singapore. Le missioni anti-terrorismo nel sud delle Filippine proseguono. Nel 2018, unità navali della Settima Flotta sono entrate nel Mare della Cina del Sud e hanno navigato attraverso le isole Paracels e Spratley, tra grandi proteste del governo cinese. In quel mare a fine settembre 2018 la Navy e i Marines hanno condotto esercitazioni, aeree e marittime. Nell’ottobre 2018, quando un piccolo incrociatore USA si è avvicinato alle isole fortificate dalla Cina, alcuni cacciatorpediniere cinesi si sono accostati minacciosi, “fino a 40 metri dalla prua”, inducendo l’incrociatore a cambiare rotta per evitare una collusione, pur restando poi per 10 ore in quelle acque. Da parte USA si tratta di iniziative, ancora prudenti e di contenimento, per mettere in questione la rivendicazione cinese di controllo del South China Sea. Ma si avvicina il momento in cui il governo Trump e il Congresso dovranno decidere se accettare le esose rivendicazioni di sovranità della Cina nel Mare della Cina del Sud, o no.

Per attuare una politica espansionista, qual è la forza reale della Cina sul piano economico? Da decenni il governo cinese impone all’economia una struttura ibrida tra controllo statale di tipo socialista e capitalismo. Ne sono derivati enormi attivi commerciali, dunque afflusso di valuta pregiata, e una tumultuosa crescita economica, con un eccesso di capacità produttiva in industrie importanti come l’acciaio, sostenute da sussidi e prestiti di stato. Se la crescita non ha portato benefici diffusi, è anche a causa di una corruzione presente a ogni livello. Le grandi città splendono di luci, i nuovi edifici parlano di ricchezza, le stazioni e gli aeroporti sono eccellenti. Ma in un paese di 1,4 miliardi di persone, la maggior parte vive in povertà; vi sono regioni senza elettricità; vi è analfabetismo; il degrado ambientale è devastante. Per la nuova borghesia, la perdita di valore della valuta (il yuan) compromette la stabilità. Tra le classi vicine al potere, vi sono molti nuovi ricchi, ma – si dice – vi è anche fuga di capitali all’estero. Su questa realtà economica, le tariffe commerciali varate da Trump hanno avuto un impatto. Da luglio 2018 in poi il governo Trump ha imposto tariffe su 250 miliardi di dollari di merci cinesi importate annualmente dagli USA, e si è detto pronto ad applicare tariffe su altri 257 miliardi, in quel caso frenando con i dazi l’intero export annuale della Cina negli USA. La ritorsione cinese ha applicato dazi di uguale entità alle merci USA, cercando di danneggiare soprattutto l’agricoltura e gli stati che votano per Trump. Ma poiché l’import cinese di merci USA è di circa 220 miliardi di dollari l’anno, mentre l’export negli USA è di 550 miliardi, è il governo USA a poter penalizzare in misura maggiore. Le tariffe stanno riducendo la crescita cinese, perché l’export è diminuito. Tanto che il governo di Pechino, nonostante l’elevato debito statale (tra le cui cause maggiori vi è la spesa per armamenti), nel 2019 sostiene la crescita e cerca di impedire i fallimenti societari con finanziamenti pubblici, cioè con misure di stimolo economico impensabili alcuni anni prima.

Benché disturbata dalle tariffe di Trump, la Cina rimane una superpotenza economica. Per le infrastrutture, da decenni la Cina, ovviamente partendo da condizioni meno sviluppate, spende di più degli USA e dell’Europa, sia in cifra assoluta, sia in rapporto al PIL. La stessa Belt and Road Initiative è uno strumento per sostenere l’espansione economica. In nuove industrie, come quelle dei microchip e della microbiologia, la Cina è all’avanguardia. Le statistiche dicono che dei 500 supercomputer più potenti al mondo, circa 200 sono in Cina (130 negli USA). Gli studenti cinesi studiano ancora, in grandi numeri, nelle università USA, ma in quanto a ricerca scientifica la Cina è ai primi posti, aiutata da strutture che spiano e copiano. Le inattese tariffe messe in atto da Trump stanno modificando alcuni squilibri. Ma la Cina continuerà ad avere cospicui attivi commerciali. Quello che non può continuare è il sistema di furti di tecnologia e di imposizioni alle società estere affinché cedano proprietà intellettuale. Nonostante le dimensioni attraenti del mercato cinese, le industrie più accorte in Europa e in Giappone, oltre che negli USA, non possono che diffidare degli obiettivi cinesi riguardo ai nuovi settori industriali o all’impiego dei cosiddetti metalli rari, per arrivare al dominio in quei settori, con scadenza dichiarata il 2025.

Nel 2018 il governo cinese, sorpreso dalle tariffe di Trump, ha affiancato alle attività predatorie l’ingerenza nelle elezioni americane di midterm. Nell’ottobre 2018 il vice presidente Pence ha tenuto, presso l’Hudson Institute di Washington, un discorso che può divenire un punto di riferimento storico, nella misura in cui lo fu nel 1946 il discorso in cui Churchill a Fulton, Missouri, usò il termine “cortina di ferro” per definire la divisione dell’Europa nella guerra fredda. Pence ha reso ufficiale la denuncia dell’espansionismo cinese nei mari del Pacifico occidentale. Ha denunciato anche le “attività coordinate da parte cinese per influire sulle elezioni di midterm” in senso avverso ai candidati del GOP, e dunque a Trump. Vi sono indicazioni credibili che il governo cinese pubblica a sue spese annunci su alcuni media locali negli USA, per mettere in cattiva luce la politica delle tariffe (soprattutto negli stati agricoli e del Mid West che votano per i Repubblicani e per Trump) o per esercitare pressioni su industrie primarie e su ambienti universitari. Il governo cinese finanzia produzioni cinematografiche avverse a Trump. Si è anche affermato che abbia un piano per seminare discordia tra sindaci e autorità locali da un lato, il governo Trump dall’altro. Si tratta di ingerenze di un’entità tale, e così poco denunciate, da rendere l’enfasi sullo spionaggio russo una distrazione da minacce ben più consistenti.

Senza l’accesso incondizionato al mercato USA ed europeo negli ultimi 40 anni, e senza gli investimenti in Cina di imprese USA ed europee, la Cina non sarebbe la potenza economica che è oggi. La valutazione eccessivamente ottimista, in realtà sprovveduta e incauta, riguardo al muovere della Cina verso la democrazia, che ebbe inizio negli USA con la presidenza Carter, ha portato a concessioni senza condizioni. Quella valutazione era errata, perché oggi a Pechino c’è meno democrazia che negli anni Ottanta. Con la presidenza Carter, persino la CIA e il Pentagono ebbero istruzioni di collaborare con la Cina. La direttiva è rimasta in vigore fino alla presidenza Trump. Per quattro decenni i governi USA non hanno considerato la Cina un nemico, anche quando il governo di Pechino conduceva attività di fatto ostili agli USA. La Cina ha sfruttato quell’indebita benevolenza, e la tecnologia civile e militare è stata il primo campo di invasione. Da Carter in poi, ogni dipartimento del governo USA doveva avere una commissione congiunta e di fatto una partnership con gli omologhi cinesi. Per esempio nel campo della sicurezza dei reattori nucleari, oppure dei voli civili. La FAA (Federal Aviation Administration, l’autorità che regola l’aviazione civile) per anni ha istruito Pechino su come gestire in sicurezza le vie aeree. Lo scopo americano era di promuovere la crescita economica cinese, in antagonismo all’URSS. Anche con la presidenza Clinton, quando la guerra fredda era terminata, la linea politica fu di consentire i soprusi commerciali cinesi – che cominciavano a danneggiare molte industrie americane –, con il presupposto che la nuova ricchezza cinese avrebbe portato alla liberalizzazione. Anche quando, con Obama, la Cina diventò la seconda economia del mondo (o, secondo alcuni metri di valutazione, la prima) e quando in Cina vi furono, come dicono oggi le statistiche, più miliardari che negli USA, la linea non cambiò. Fino a quando arrivò un presidente, Trump, che decise di cambiare.

Il pio Carter, uomo di promesse universaliste, firmò un accordo secondo cui, in cambio di niente, ogni avanzamento tecnologico doveva essere condiviso con la Cina. Né Reagan, al culmine della guerra fredda, né i presidenti successivi, revocarono l’accordo. Le innovazioni furono condivise per decenni. Molte società USA si adeguarono, nell’attesa che il mercato cinese si aprisse ai loro prodotti. Apertura che poi fu condizionata da tariffe cinesi e imposizioni: grandi società come IBM ed Apple, per entrare nel mercato cinese, dovettero cedere tecnologia e spostare fabbriche in Cina. Fino al 2018 i trasferimenti di tecnologia da parte delle società occidentali sono stati la condizione per operare in Cina. In altri casi la richiesta di Pechino fu di sostenere le politiche del governo cinese: grave è il caso di Google, che è divenuto un fiancheggiatore del regime cinese, silenziando critiche e dissidenza, e persino consegnando su richiesta di quel governo – dicono fonti informate – gli indirizzi web dei cinesi che accedono a siti considerati ostili al regime.

Un altro accordo firmato da Carter aprì le università americane a tutti gli studenti cinesi che volessero studiarvi: tutti, cioè senza selezione di merito. La media annuale nei college USA è di 300 mila studenti cinesi, molti dei quali nei laboratori di ricerca. Terminati gli studi, essi tornano in Cina, attirati da incentivi e salari alti offerti dal governo di Pechino. Da parte loro, i comitati direttivi dei college USA parlano bene della Cina: i professori che si occupano di politica cinese devono farlo, perché altrimenti non ottengono i visti per entrare in Cina o i canali per vendervi i loro libri. Nei college USA si sono diffusi i “Confucio Institutes”, finanziati con milioni di dollari dal governo cinese, in teoria per diffondere la lingua cinese, in realtà per orientare le opinioni dei giovani in favore della Cina. Anche con le concessioni e i favori ottenuti nelle università, l’obiettivo del governo cinese era ed è di acquisire dati sulle nuove tecnologie e di togliere visibilità a ogni opposizione: per esempio al Dalai Lama e alle rivendicazioni del Tibet.

Con il crescere della ricchezza commerciale, anche grazie ad accordi sbilanciati in favore della Cina o alla mancanza di accordi e regole da rispettare, il governo di Pechino ha iniziato a cercare un ordine mondiale di cui la Cina fosse il leader. Esso ha impostato ciò che uno dei maggiori esperti di Cina, Michael Pillsbury (nel suo libro The hundred-year marathon) definisce una “marathon strategy”, cioè una marcia lenta e segreta per sostituire gli USA come superpotenza globale. Quando la politica estera USA era condizionata dalla guerra fredda con l’URSS, la Cina scoprì che poteva ottenere molto dagli USA. Quando l’America rinunciò a difendere i propri programmi militari e le proprie industrie (come in patria non difendeva i confini da un’immigrazione fuori controllo), i governi di Pechino pensarono che un dominio globale era alla loro portata. La dimensione delle ambizioni cinesi non fu compresa nemmeno in Russia: né quando la Cina cercò di controllare le società russe del petrolio con gli investimenti, né quando il governo di Pechino inviò 6 milioni di cinesi in Russia come “lavoratori”. La strategia della Cina di divenire la potenza leader globale ha fatto perno sulla condiscendenza delle altre maggiori potenze, e ancora ne dipende. Da 40 anni la disponibilità degli USA significa investimenti cinesi in America in società strategiche, libero corso all’export cinese mentre l’import era frenato e tariffato, indulgenza verso i furti di tecnologia. A motivare l’indulgenza vi era la convinzione “progressista” (ma condivisa da governi Repubblicani come quello di George W. Bush) che la Cina muovesse verso la liberalizzazione. Ancora oggi le grandi imprese della Silicon Valley, o i miliardari californiani a capo delle società di energie alternative, o potenti finanziatori (da Bloomberg ai fratelli Koch), chiedono di mantenere i programmi in favore della Cina, dove essi hanno costruito fabbriche e dove raccolgono gli utili del basso costo del lavoro.

Per gli USA la Cina è un avversario strategico. Il che rende tanto più incongrua la russofobia di Washington. Nel 2018 e 2019 i documenti della strategia di Difesa USA mettono in primo piano la competizione tra grandi potenze, e non più il terrorismo. Da alcuni anni il Pentagono manifesta allarme riguardo ai furti cinesi di programmi militari e alle acquisizioni cinesi di piccole società americane che operano nel settore Difesa. Il Pentagono ha chiesto anche alle agenzie di intelligence azioni di contrasto. Durante il secondo mandato Obama, la CIA diretta da Brennan è rimasta sorda alle richieste. Il governo Trump vuole cambiare direzione, tanto più da quando è divenuto evidente che la Cina ha le strutture informatiche per attaccare centri nevralgici delle forniture di energia e delle comunicazioni negli USA. O che ha i sistemi d’attacco per colpire i satelliti USA nello spazio (ricerca spaziale e comandi militari sono integrati in Cina, a differenza della NASA che è struttura civile e non legata all’Air Force). Con il governo Trump la consapevolezza del pericolo è cresciuta. L’ex ministro della Difesa Mattis diceva: “Stiamo emergendo da un periodo di atrofia strategica”. Una revisione complessiva del rapporto con la Cina è in corso. Per capire dove essa condurrà, importante è l’esito del contenzioso commerciale. In ogni caso, a Trump si deve dare credito di una più che necessaria correzione di rotta.

Trump disorienta il governo cinese. Che si arrivasse alle tariffe, e nella misura prospettata, non era previsto dal governo di Pechino. Il fatto che un presidente americano metta in questione i molti vantaggi di cui la Cina beneficia da quattro decenni è a Pechino – e peraltro anche a Washington – uno sviluppo inatteso. Trump non è il primo presidente i cui consiglieri avvertono del pericolo: è il primo ad agire. Può darsi che l’opposizione al cambiamento messa in atto da grandi società USA, da una parte del Congresso e dai maggiori media, renda impossibile a Trump (come è accaduto per il boicottato dialogo con la Russia) proseguire sulla strada intrapresa. Ma anche il superamento del trattato NAFTA con Messico e Canada, da un quarto di secolo sbilanciato e lesivo degli interessi di lavoratori e industrie USA, era molto difficile, e Trump è riuscito ad attuarlo, con un nuovo trattato che spetta al Congresso di ratificare. Come su altri temi, la parzialità dei media più diffusi è un ostacolo. Essi non denunciano il governo cinese nemmeno quando si presenta come guida globale in favore del libero commercio (lo ha fatto il presidente Xi tra le rispettate pareti del Forum economico di Davos), con insolente mistificazione. Chi controlla quei media sa bene che, se gli USA non cambiano la politica verso la Cina tenuta da Carter a Obama, cioè per 40 anni, i governi cinesi arriveranno a controllare i commerci e la finanza, e in qualche misura l’ordine mondiale, con l’assistenza USA. Non poche voci in America, soprattutto nelle università, vedono con favore tale prospettiva. A Pechino gli ambiziosi politici cinesi scommettono su tale atteggiamento mentale poco nazionalista. Scommettono che il cosiddetto progressismo dei Democratici avrà la meglio: quello stesso progressismo che vuole i confini aperti, l’immigrazione senza limiti, il cambio di demografia, il silenzio imposto ai conservatori, l’indulgenza verso i traffici di droga, la giustizia politicizzata e, come si è visto nei confronti del giudice Kavanaugh, la condanna sulla base di accuse infondate e di calunnie, dunque la fine – per i soli conservatori, ovviamente – della presunzione di innocenza in assenza di colpa documentata. Trump prova, e proverà ancora, a cambiare il rapporto con la Cina. La misura di ciò che è necessario fare per riuscirvi è enorme.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore