Sbarchi di migranti e decisioni del Governo: tre buone ragioni per la linea della fermezza - G. Cerrina Feroni

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migrantibarcone1Conclusa la questione della Sea Watch, con i suoi 47 migranti distribuiti tra alcuni Paesi europei, non si è concluso però il dibattito sulla legittimità dell’operato del Ministro dell’Interno Salvini (anzi taluno ha, addirittura, auspicato che possa essere nuovamente indagato, come già avvenuto per il caso della Nave Diciotti) e, più in generale, dell’intero Governo. La vicenda è quanto mai delicata e destinata a ripetersi, a meno che non vengano approvati provvedimenti radicali, come ad esempio - se ne sta discutendo in queste ore - l’interdizione alle ONG a varcare le acque territoriali italiane. La linea della fermezza del Governo di non consentire lo sbarco alla Sea Watch, ormeggiata di fronte alla costa di Siracusa e che chiedeva un Place of Safety (POS), è stata molto criticata. Fortissime le pressioni in senso opposto: dalla stampa ai talk, dalla Conferenza episcopale italiana, al volontariato. Vi sono stati pure interventi della magistratura che hanno chiesto l’immediato sbarco dei (presunti) minori presenti sulla nave e staffette di parlamentari in visita. La parola è stata, ancora una volta, una sola: aprire i porti italiani. Aprirli a tutti. Anche a chi non ne ha diritto. Incondizionatamente. Ma la linea della fermezza ha prevalso. E ragionevolmente. Per almeno tre buone ragioni.

1) La coraggiosa politica del Ministro dell’Interno Salvini (e, in parte, del suo predecessore) ha risolto, quasi integralmente l’emergenza sbarchi. Ma ogni minimo cedimento a tale linea può oggi essere letale. Perché può ingenerare il convincimento che, alla fine, aldilà dei proclami dei porti chiusi, di fronte al fatto compiuto di una nave carica di migranti-naufraghi arrivata davanti alle coste italiane, le frontiere saranno, inevitabilmente, destinate ad aprirsi. E perché incentiva le partenze che sono causa, sovente, di tragedie, come quella dei 100 disperati affogati poche settimane orsono in acque libiche. Peraltro tale linea ha avuto l’avallo della Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale, investita d’urgenza della questione, ha chiarito che il Governo italiano è tenuto sì ad adottare tutte le misure necessarie per fornire ai migranti a bordo cure mediche, cibo, acqua e generi di prima necessità, nonché per i minori non accompagnati adeguata assistenza legale, ma non anche a quello di dare seguito alla richiesta di sbarco. Da considerare, inoltre, che il Place of Safety è il luogo sicuro di sbarco e non il luogo più vicino. E il salvataggio da parte della Sea Watch (nave tedesca, battente bandiera olandese), era avvenuto fuori dalla zona SAR (Search and Rescue) italiana e il luogo più vicino di sbarco sarebbe stata la Tunisia, non l’Italia. Nessuna norma, in sintesi, poteva obbligare l’Italia allo sbarco. E neppure la Convenzione di Montego Bay del 1982 sul diritto del mare obbliga il Paese di Stato costiero a consentire l’ingresso a stranieri irregolari.

2) Il dibattito che ha accompagnato la vicenda della soluzione della Sea Watch (come del resto nei casi precedenti) si è caratterizzato - come giustamente rilevato da C. Nordio - da un uso strumentale delle norme sul piano interpretativo. Ed infatti tutta la disciplina del c.d. diritto del mare, in particolare le Convenzioni internazionali che disciplinano l’obbligo di soccorso dei naufraghi (la già citata Convenzione di Montego Bay, la Convenzione di Londra, la Convenzione di Amburgo), la cui inosservanza è pure sanzionata penalmente (vedi Codice della Navigazione) presuppongono il naufragio. Ovvero un evento assolutamente imprevedibile e non dolosamente provocato. Ben diverse le fattispecie di cui ci stiamo occupando. Risulta acclarato, infatti, che siamo in presenza di vere e proprie organizzazione criminali di scafisti che imbarcano a pagamento, talvolta con la forza, i migranti, precostituendo le condizioni per il naufragio. Opaca - come è emerso in questi anni - pure l’attività di alcune di tali ONG rispetto al traffico criminale dei migranti. Non solo legittimo, ma doveroso per il Governo combattere, dunque, le organizzazioni criminali che agevolano l’immigrazione clandestina (fattispecie penalmente sanzionata) e difendere la sicurezza dello Stato attraverso i propri confini. E i confini, aldilà di utopiche ricostruzioni che evocano ineluttabili processi verso un nuovo ordinamento post nazionale cosmopolita caratterizzato da un diritto al “nomadismo planetario”, vanno difesi. Ragionando diversamente, ovvero frontiere aperte per tutti, si arriverebbe all’assurdo che gli Stati avrebbero rinunciato alla propria politica sull’immigrazione, non potendo più selezionare e regolare i flussi in entrata.

3) Al fondo del ragionamento vi è il tema della sicurezza dello Stato. La sicurezza, quale valore giuridico che evoca il diritto naturale, quale presupposto per il godimento degli altri diritti, non è un valore come tutti gli altri. Il concetto giuridico di sicurezza è sempre stato alla base di ogni forma di convivenza sociale. Esso connota il concetto stesso di “forma di Stato”, da intendersi come il rapporto che si determina tra i governanti e i governati. Ed è anche un valore forte del costituzionalismo, talvolta riferito all’individuo, nel senso di rafforzamento della sua libertà personale, talaltra interpretabile come dovere di protezione da parte dello Stato. Il rapporto tra diritti e sicurezza non può essere ricostruito come un momento di conflitto, poiché diritti e sicurezza non sono tra loro negoziabili. La sicurezza non dovrebbe essere mai un fine in sé, ma piuttosto uno strumento per accrescere le libertà democratiche. Se la sicurezza è un valore superprimario, se la sicurezza esprime un valore che attiene alla nostra stessa esistenza e alla qualità della nostra vita, se ne devono trarre le opportune conseguenze. Ciò non significa che in nome della sicurezza le garanzie costituzionali divengono del tutto cedevoli: opera sempre il principio di proporzionalità nel senso che si deve valutare con rigore la necessità delle misure restrittive. Di conseguenza la garanzia dei principi dello stato costituzionale di diritto finirà per concentrarsi sulla consistenza ed efficacia dei controlli affidati alle giurisdizioni come pure sui controlli che, su altro piano, potranno esercitare le rappresentanze politiche parlamentari.

 

cerrinaferoniGinevra Cerrina Feroni

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Firenze