Verso un dispotismo della libertà? Alcune note sulla critica dei diritti dell’uomo – M. Gervasoni

  • PDF

dirittiumani02L’appena trascorso anniversario dei settant’anni della Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’Onu è stata l’occasione per un profluvio di pubblicazioni. Quasi tutte in buona parte a senso unico, pronte a riconoscere l'intrinseca bontà e lo straordinario progresso rappresentato da questo concetto, e da tutte le politiche che in suo nome si ispirano.

Trattandosi di una delle ideologie, cioè di una delle religioni secolarizzate, del nostro tempo, chiunque muova critiche alla nozione di Human rights / Droits de l’homme e alle misure che vi prendono ispirazione, rischia così di essere relegato nel recinto del non uomo, o nel migliore dei casi guardato con fortissimo sospetto e malcelata riprovazione. Pensato, almeno nella sua formulazioni onusiana, con l'intenzione di neutralizzare il Politico, quello di diritti umani ha preso quindi la forma tipica del concetto polarizzante, in grado di discriminare il nemico dall’amico.

Per questo la quasi totalità dei volumi usciti nel corso dello scorso anno in Italia su questo tema formano un unico, grande coro, intonato a questa religione del nostro tempo; per non parlare poi della stampa quotidiana. Fortunatamente altrove la lunga e gloriosa tradizione di critica dei diritti umani sembra continuare.

Prima di fornirne alcuni esempi, però, vorremmo spiegare quale sarà il filo rosso del nostro ragionamento. E partiremo da una citazione di uno dei primi sostenitori, se non il vero iniziatore, della tradizione di critica dei diritti umani, Edmund Burke. Nelle Reflexions on French Revolution Burke spiega che la dottrina dei diritti umani, in quanto astratta e ostile alla natura dell’uomo come «animale politico» e «animale religioso», finisce per forzare in modo così evidente la società da produrre per reazione la restrizione della libertà: «You lay down metaphysic propositions which infer universal consequences, and then you attempt to limit logic by despotism». Di fronte agli effetti della «proposizioni metafisiche» della dottrina dei diritti umani, le conseguenze saranno tali che il potere sarà costretto a riportare ordine attraverso il «dispotismo».

Si tratta di una delle tante geniali intuizioni del filosofo e politico irlandese, che solo una letteratura ideologica prevenuta o semplicemente poco attenta alla lettura dei suoi testi ha potuto a lungo classificare come un nostalgico dell’antico regime (come se poi non fosse legittimo esserlo).

Come scrisse Hanna Arendt in On revolution, la critica di Burke alle «ambiguità» dei Diritti dell’uomo «non è né obsoleta né ‘reazionaria»: mentre i bill of rights della Costituzione americana, sostenuta da Burke, impongono una limitazione e un controllo al potere politico, i Droits de l’homme della Rivoluzione francese sono invece la «fonte» del potere politico, il suo principio legittimante: essi non hanno limiti.

E aprono quindi le porte a un possibile dispotismo dei diritti umani: nel voler realizzare sulla terra la perfetta eguaglianza dell’uomo, inteso non come membro di una comunità politica ma come individuo naturale, il dispotismo si manifesterebbe con leggi che finirebbero per sopprimere la libertà, allo scopo di difenderla.

Non a caso Burke, che scriveva nel 1790, prima del Terrore giacobino, aveva già individuato la dinamica in corso, che sarebbe stata poi molto simile in buone parte delle rivoluzioni successive, dentro e fuori d’Europa.

Ma se la retorica dei diritti dell’uomo è assente dalle rivoluzioni di stampo socialista e comunista, proprio il 1789, in quanto avvio della modernità politica, rappresenta appieno le contraddizioni e le ambiguità di tale concetto.

Marcel Gauchet è stato uno dei primi a capire, decenni fa, che la nuova retorica dei diritti avrebbe minato il senso della politica come gestione della comunità (Les droits de l’homme ne sont pas une politique, scriveva su «Le Débat» nel 1980 ora in La Démocratie contre elle meme, Gallimard, 2016). Ora non a caso si sofferma sulla figura di Robespierre, il testimone più importante e coerente del 1789 come rivoluzione dei droits de l’homme. (M. Gauchet, Robespierre, Gallimard, 2018)

Il Robespierre di Gauchet farà storcere il naso a molti storici della rivoluzione, peraltro rimasti ammiratori dell’Incorruttibile, ma la sua è una interpretazione filosofica, che ci mostra un Robespierre molto più vicino ai nostri attuali teorici della società dei diritti e del «diritto di avere diritti».

Il tema del potenziale dispotico iscritto nel dispositivo teorico dei diritti è presente anche nel breve ma concettualmente densissimo libro di Pierre Manent (La loi naturelle et les droits de l’homme, Puf, 2018), un volume fondamentale che resterà come pietra militare su questo tema per molto tempo. Per Manent i diritti dell’uomo non sono la continuazione della legge naturale ma una sua deviazione, se non un suo profondo travisamento. Ma il potenziale dispotico di tale teoria, Manent la intravede soprattutto nell’effetto di indebolimento e di distruzione della comunità politica che essa ingenera.

Manent non propone la tradizionale critica, comune sia a pensatori conservatori che socialisti e marxisti, dei diritti dell’uomo come dottrina individualistica, propria di un aggregato di atomi slegati tra loro e ostili alla società. In realtà, spiega Manent, i diritti dell’uomo non sono contro la società, ma vogliono costruirne una di tipo nuovo, totalmente artificiale, edificata attorno ai bisogni, ai conati e ai desideri degli individui di «essere tutto ciò che vogliono essere». E non si tratta di un progetto così lontano, visto che nel mondo occidentale è in corso perlomeno da mezzo secolo. Naturalmente tutto ciò richiede la necessità di cambiare la natura umana, di rigenerarla, come aveva intuito Burke e come aveva annunciato (e cercato già di imporre) Robespierre.

Il problema è che questa società contrattualistica, fondata sull’idea che i singoli possano giungere ad un accordo attraverso il «consenso» non può reggere a lungo, perché non fa i conti con la radice profonda del potere: che non è creato e non si regge sul consenso ma sulla coesione del corpo politico. Tra gli individui, macchine desideranti obiettivi diversi, e il potere, che tende a conservare la comunità politica, non potrà che scoppiare un contrasto: che alla lunga potrebbe condurre a una torsione autoritaria, necessaria per impedire la frantumazione della comunità.

Anche perché la nozione di diritti umani è potenzialmente illimitata e in essa storicamente è finito per rientrare di tutto: non sentiamo in questi giorni parlare di diritto all’aborto (fino al nono mese!) o di diritto dei «migranti» di migrare e di prendere dimora ovunque? Ormai diritti tout court sono considerati quelli «sociali», una nozione a cui giustamente i liberali classici e i loro ultimi testimoni, come von Hayek, hanno sempre guardato con molto sospetto.

Anche perché, come spiega Aaron Rhodes, in The debasement of human rights (Encounter books, 2018) nel corso degli ultimi decenni questi diritti sociali, intesi come più veri e «concreti», sono stati utilizzati per giustificare la repressione dei diritti originali, cioè quelli di habeas corpus, di parola, di stampa e di espressione.

I diritti sociali contro la libertà: e in questo caso il pericolo non viene solo dalle organizzazioni della società civile, ma dai regimi autoritari, di matrice socialista da un lato e di ispirazione teocratico islamista dall’altro, che giustificano la limitazione delle libertà individuali con la loro capacità di distribuire pane e case per tutti. Come dimostra però la storia dei regimi comunisti, e in questi giorni quella del Venezuela, quando non c’è libertà, a un certo punto comincia a finire anche il pane.

Non so se arriverebbe alle stesse conclusioni il filosofo francese Jean-Claude Michéa, uno dei più originali e inclassificabili pensatori degli ultimi anni, che riprende, in maniera aggiornata e creativa, la critica dei diritti dell’uomo di Marx, come ideologia che giustifica il mercato capitalistico. (J-C. Michèa, Le loup dans la bergerie, Climats, 2018)

Michéa non pensa che esista una frattura tra liberalismo classico (da Adam Smith a Hayek) e il nuovo liberalismo individualista e narcisista: in entrambi quello dei diritti dell’uomo è uno dei pilastri fondamentali. Tale ideologia però, nel legittimare l’attuale versione di iperliberalismo, finisce per distruggere la società e per ledere la stessa libertà degli individui, e a favorire solo una piccola élite globalista che prolifera, grazie al sistema economico, completamente sradicata dalla nazione e dalla comunità.

Se possiamo condividere la pars destruens del ragionamento di Michéa, un po’ meno lo seguiamo in quella construens: tutte le volte che si è usciti dal mercato capitalistico, infatti, la prima a finire sottoterra è stata proprio la libertà individuale.

Piuttosto ci appare più fecondo proseguire sul terreno conservatore inaugurato a suo tempo da Burke. Certo poi bisogna confrontarsi con gli agenti concreti, i fedeli adepti della religione dei diritti dell’uomo: che sono, oltre ai governi, le organizzazioni non governative, e poi i giudici e le corti. Ovvio: se la società dei diritti è composta da individui legati tra loro solo da contratti, il diritto, cioè le leggi positive, diventano la sola bussola di riferimento.

Ancora una volta torna attuale Robespierre, che sognava una società in cui le leggi plasmate ex novo dalla Assemblea nazionale e dalla Convenzione avrebbero cancellato per sempre costumi, tradizioni consuetudini, appartenenti al passato.

C’è però un problema; ad interpretare e applicare le leggi sono i giudici e le corti. Cioè, a parte gli Stati Uniti, figure non elette e autonome dalla rappresentanza politica e dal potere esecutivo. Non solo, queste corti, ormai sganciate dalla sovranità nazionale, perché sempre più internazionali, tendono, in particolare sui temi dei diritti, a riempire con le loro sentenze i vuoti lasciati della legge positiva, cioè dalla politica.

Il libro di Grégor Puppinck, tra le altre cose giurista dei servizi diplomatici della Santa Sede, Les droits de l’homme dénaturé (Ed. du Cerf, 2018), offre una serie di esempi molto puntuali, soprattutto puntando l’attenzione sulla Corte Europea dei diritti dell’uomo e sul modo in cui questa ha innovato creativamente nel campo dei cosiddetti nuovi diritti (aborto, eutanasia, omosessualità, eugenismo).

Proprio i pronunciamenti dei giudici contribuiscono in concreto al progetto di «liberare gli individui dalla natura umana», separando «la filiazione dalla biologia» e trasformando l'individuo nella «fonte dei suoi stessi diritti». La libertà di questa specie di uomo nuovo si trasforma però in alienazione e nichilismo, cioè l’opposto della libertà come concepita nelle tradizione occidentale dall’antichità in avanti.

Leggendo il resoconto delle sentenze della Corte europea prese in considerazione da Puppinck, si è colti dalla sconforto. Ma forse anche dalla chiara percezione di dover opporre una resistenza culturale, sociale e politica al crescente dispotismo dei diritti dell’uomo e dei moderni, e inconsapevoli, eredi di Robespierre.

 

gervasoniMarco Gervasoni

professore ordinario di storia contemporanea

Università degli Studi del Molise