Agli albori dell’Occidente: cosmopoli e identità. La globalizzazione bugiarda – E. Andreoni Fontecedro

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statuegreche1La prima volta che si parlò di cosmopoli questo avvenne con il crollo della civiltà ellenica che si era configurata nelle sue poleis o città–stato. Alessandro Magno (era Macedone) conquistata la Grecia e aperto l’orizzonte politico verso l’Egitto e la Persia, offrì ai Greci il mondo allargato di un impero. Con il chiudersi della breve vita di Alessandro lo spaesamento fu totale. Le filosofie ellenistiche (età ellenistica sarà poi detta la nuova era che ora si apre) cercano d’indicare un’etica che nasca dalla nuova realtà. Lontano il tempo degli eroi e delle loro gesta divenute poemi, come anche quello dei miti ammonitori che parlavano dalla scena tragica, non più l’epoca della costruzione delle cattedrali del pensiero, che innalzavano pinnacoli verso la metafisica, erette da Platone e Aristotele, la filosofia approfondisce ora il campo della morale, cioè discute sul comportamento (ethos / etica come mos, moris / morale) che l’uomo deve tenere non potendo più appartenergli l’etica del ‘cittadino’, ovvero di colui che per essere etico deve dedicarsi alla città e quindi essere ‘politico’. La constatazione comune è quella di essere ora individui, privati, singoli, soli di fronte al mondo. Epicuro consiglierà di ‘ vivere nascosti’ (lathe biòsas), nella cerchia elitaria della scuola filosofica del ‘Giardino’, consapevoli, come aveva già indicato Democrito, che l’Universo è costituito da atomi (estremo sussistere della materia non più oltre divisibile), singole esistenze che nell’aggregarsi danno luogo a espressioni vitali, che ritornano singole allo sfaldarsi dell’aggregato. Piccoli corpi, grandi corpi, il mare come l’uomo: grumi di atomi. Gli dei sono indifferenti all’umanità, negli intermundia sono larve che la pioggia atomica rigenera di continuo, perché non si disgreghino.

Gli Stoici offrono un’altra àncora alla solitudine degli individui, che cercano un’identità: la Cosmopoli. Essa risente solo marginalmente del ritorno allo stato di natura predicato da Antifonte, già all’epoca di Platone (ritorno che nei millenni si prospetterà ancora e sempre come estraniato vagheggiamento), perché di fronte all’ intenzione comunque anarchica del sofista, la Cosmopoli stoica è organizzazione, in quanto conserva l’idea dell’impero fugacemente intravisto, ed è concepita stabile nel tempo. Come la polis rendeva etico il suo cittadino, così il cittadino del mondo àncora la sua etica alla città-Cosmo, dove il Tutto è retto da una Legge universale provvidente e divina, e da tutti è riconosciuta. Un afflato ora sociale (l’uomo è ‘animale sociale’ di contro all’ ‘animale politico detto da Aristotele) che dona fiducia in questo Cosmo abitato da uomini e dei, dove il Fato prende il nome di Provvidenza, di Dio, di Logos o Ragione universale che è Natura, Legge, Spirito che tutto pervade. E’ un pensiero di Scuola, che con i suoi primi maestri nella Scuola rimane.

La Grecia sarà assorbita da Roma quando essa si estenderà per tutta l’area mediterranea. E qui, nella cerchia aristocratica di Scipione l’Emiliano, verrà allora il maestro dello Stoicismo Medio: Panezio, principe di Rodi, che adatterà a Roma, concreta Megalopoli in ascesa e quindi allo stato effervescente di guerre e conquiste, di arricchimento di terre e popoli, il verbo stoico di valore e virtù nuovamente misurati sulla ‘Città’, senza negare l’alito universale della proiezione cosmica. Il distruttore di Cartagine e di Numanzia, pur conoscendo che piccola cosa è la gloria, può per la sua vita dedicata in pace e in guerra alla Città, aspirare all’immortalità, collocata nei contorni della via Lattea. Così ancora, a distanza di generazioni, Cicerone lo esalta, condividendone la fede: vero e ultimo civis della res publica, e fautore della sua etica.

Ora non seguirò il prisma dell’ideologia del cosmopolitismo nello scorcio dei tempi, che si presenterà nelle forme dell’ecumenismo di Agostino, del giusnaturalismo di Grozio e Pufendorf, come aspetto dell’illuminismo e ancora. Ogni momento merita la sua analisi specifica ma comune è il denominatore che nasce dalla crisi di identità, dalla sconfitta del civis, come già nella sua prima formulazione. Il mondo antico propose il ‘rifugio’ nella Cosmopoli, che offriva l’àncora della divina Provvidenza sfaccettata nei suoi nomi altri, il mondo moderno accetterà anche separatamente Dio, la Ragione, la Natura. Comunque laico o religioso il Cosmopolitismo si propone come valore mistico.

Nulla ha a che vedere insomma con la globalizzazione – bugiardamente fatta intendere come cosmopolitismo - dei mercanti e finanzieri, e politici e personaggi ciarlieri al loro servizio, che oggi (ma già il mercantilismo del XVII secolo poteva usurpare il termine!) mascherano così il dominio economico che impongono, mescolando rozzamente popoli, credo, tradizioni con il solo fine che conoscono: comprare, vendere, produrre e che la tecnologia ha esaltato. L’Universalismo mistico della Cosmopoli è ben altro, virtuosamente consapevole inoltre che può essere illusione di Bene partecipato a tutti ma comunque cui vuole tendere con vigore di pensiero.                                              

Gli uomini sono oscurità e Luce, lupi ed agnelli. E chi perde l’identità è uno sradicato comunque, privato come è dei suoi valori: è un agnello da sacrificio.

Cosa sono le radici? Sono i nostri brevi confini entro cui riconosciamo il viaggiare di una lingua, i riti e le tradizioni, valori di un popolo: la sua identità. La lingua ‘è un guado attraverso il fiume del tempo‘ (come nell’immagine del glottologo russo V.M.Illič - Svitič che esortava a studiarla nella sua storia per tornare alla Casa dei Padri) e il fiume porta detriti millenari, le immagini o metafore, l’aggancio al reale che si tramuta in suoni, conservando lo sguardo sul mondo fin dai primi antenati. I riti, come voleva Eliade, confortano nella ripetizione che appare riflesso di un eterno ritorno. Non morire mai del tutto. La tradizione è memoria, è possesso del tempo che sempre vuole sfuggirci e che noi cerchiamo di trattenere: un profumo, un cibo, una preghiera, una nenia, sorrisi condivisi, fiori allargati, sono gesti di fede attorno al focolare di famiglia, della nazione.

Per questo l’omologazione culturale, questo prezzo di svendita della cultura senza memorie di un popolo va combattuta: ed è valida battaglia per ogni popolo. Non mancano cosmopoliti del ‘700 e dell’800 che coniugano spesso insieme l’identità della nazione e l’abbraccio spirituale. Noi con lo stesso animus potremmo parlare di federazione delle nazioni, dove venga sottolineata la comprensione del diverso, il confronto e la non mortificazione dell’identità, anzi il suo valore vitale. Un ideale da studiare. Né è mai da accettare passivamente la melassa atona dei manipolatori della globalizzazione.


andreoniEmanuela Andreoni Fontecedro

professore ordinario di letteratura latina

Università Roma Tre