Le metamorfosi di Angela Merkel. La Germania, l’immigrazione e le elezioni europee – R. Cristin

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germaniaeuropa1Annegret Kramp-Karrenbauer, succeduta ad Angela Merkel alla presidenza della CDU, ha annunciato una revisione della politica sui rifugiati e sui migranti ultimamente adottata dalla CDU e dal governo federale, dopo svariate capriole degli anni scorsi. Su tale questione, Merkel aveva infatti mostrato un radicale cambio di atteggiamento: da una netta chiusura, motivata anche con la difesa della Leitkultur, a una piena apertura sostenuta da una motivazione opposta, che rinunciava all’idea della cultura predominante in favore del multiculturalismo. Quest’ultimo, bandiera della sinistra, era sempre stato rifiutato dal centrodestra tedesco, al punto che per alcuni anni (all’incirca dal 1999 al 2005) il concetto di Leitkultur era stato al centro dell’elaborazione politica della CDU e della CSU (l’allora presidente bavarese Stoiber ne era stato, con grande intelligenza, uno dei  promotori), poi, soprattutto a causa delle intimidazioni politicamente corrette che provenivano da larghi settori della vita socio-culturale tedesca, è stato via via abbandonato dalla CDU, ma non dalla CSU, il cui peso tuttavia è pari a meno di un quarto di quello dei cristiano-democratici.

La Merkel del milione di migranti (africani, medio-orientali e asiatici) lasciati entrare nel territorio tedesco nel 2014 è un’altra persona rispetto a quella che nel 2010, in occasione del M100 Media Prize (premio assegnato annualmente da una rappresentanza dei direttori dei maggiori quotidiani e riviste d’Europa), riferendosi alle caricature del vignettista danese Kurt Westergaard su Maometto e alle rabbiose proteste islamiche, dichiarò che «l’Europa è un luogo in cui tutti i vignettisti satirici devono potersi esprimere», aggiungendo che «libertà di culto non significa che la sharia sia superiore alla costituzione tedesca», perché «nessuna differenza culturale può giustificare il disprezzo per i diritti fondamentali». 

Il senso di queste espressioni è stato poi parzialmente abiurato dalla sua stessa autrice. Infatti, minimizzando lo sconvolgimento che immigrati recenti e precedenti portavano nella società, sdrammatizzando la gravità delle aggressioni alle persone (alle donne soprattutto: secondo un rapporto della Polizia criminale federale, nei primi nove mesi del 2017 gli immigrati hanno commesso 3.466 reati a sfondo sessuale, una media di 13 al giorno), alle forme di vita e all’identità culturale, il governo Merkel ha disorientato i propri elettori. Ma la società tedesca non ha accettato passivamente questa svolta: all’ondata immigratoria che ha causato disordini e accresciuto la delinquenza, si è opposta una reazione che ha coinvolto e attraversato tutti i ceti e tutti (o quasi) i partiti, condensandosi soprattutto nei nuovi movimenti di estrema destra e attirando fasce cospicue dell’elettorato dei partiti tradizionali. La conseguente polarizzazione del dibattito sull’apertura o la chiusura nei confronti dei migranti ha sancito un tracollo della CDU e un ridimensionamento della CSU.


La formazione del movimento civico Pegida (Patrioti europei contro l'islamizzazione dell'Occidente), che in molte città dell’ex-DDR ha ottenuto adesioni ragguardevoli, e la stessa nascita dell’AFD, il partito della destra sovranista, con la sua recentissima scissione nell’ADP (Aufbruch deutscher Patrioten), sono prodotti della metamorfosi merkeliana, dello scivolamento verso posizioni lontane dalla sensibilità dei tedeschi di centrodestra, di quella vasta area di elettori che sono liberali in economia e conservatori nei princìpi, che considerano la tradizione un valore e vogliono difendere la loro identità nazionale ed europea (come del resto accade per l’area di centrodestra in tutti i paesi europei, Italia compresa).


Quando si modificano assetti consolidati, posizioni tradizionali e coerenti, e soprattutto quando lo si fa in una realtà come quella tedesca, dinamicissima e innovativa nel campo economico ma piuttosto lenta e tradizionalista in quello politico, si dà inizio a processi di sgretolamento molto rischiosi. La teoria del piano inclinato si combina qui con la teoria del caos: il dimostrabile determinismo della sfera che rotola sempre più velocemente su un piano pendente si coniuga con l’imprevedibilità del rapporto causa-effetto nei fenomeni naturali (il battito d’ali di una farfalla in Cina che può produrre un tornado in Texas). Nello scenario tedesco, siamo certi che queste scelte produrranno trasformazioni e possiamo anche calcolarne approssimativamente la velocità, ma non sappiamo quali forme assumeranno e quali ambiti colpiranno.


Fino a vent’anni fa, fedeli all’insegnamento di Franz Josef Strauß, uno dei maggiori cervelli politici tedeschi accanto ad Adenauer, Kohl, Röpke, Brandt e Genscher, la CDU e la CSU agivano in modo da non lasciare spazi a destra, non solo per proteggersi dall’insorgenza di mostri totalitaristici che dovevano giustamente essere banditi, ma anche perché ritenevano che solo una politica di centrodestra poteva contrapporsi a quella socialdemocrazia che, pur marcando una distanza siderale rispetto al comunismo dell’Europa orientale, proponeva ricette economiche, sociali e culturali che avrebbero portato al dissolvimento dei valori sui quali doveva continuare a reggersi la gran parte della società tedesca. Con l’abbandono della dottrina Strauß, la Germania si è avviata su un sentiero pieno di incognite.


Ora si annuncia un’ulteriore svolta sul tema migratorio, per fortuna restrittiva, che potrebbe rimescolare le carte e rimettere in gioco i cristiano-democratici. Già lungo il percorso che ha portato all’elezione di Annegret Kramp-Karrenbauer (chiamata con l’acronimo AKK) alla guida della CDU si erano segnalati smottamenti rispetto alla linea dell’apertura, al punto che gli altri candidati, Friedrich Merz e Jens Spahn, avevano centrato una cospicua parte della loro campagna proprio sulle critiche alla linea-Merkel. Con la vittoria di AKK, le tensioni sembrano essersi allentate, perché quest’ultima ha appunto annunciato di voler modificare la politica sui migranti, seguendo in ciò una tendenza che aveva già visto vincente il leader dei popolari austriaci Sebastian Kurz. Se dunque la CDU imiterà il suo omologo austriaco, allineandosi così anche alle posizioni della CSU, la prospettiva dell’emorragia a destra potrebbe forse ridimensionarsi, ma una cosa è certa: l’elettorato non può assistere a ulteriori cambi di passo, ad altre metamorfosi dei partiti che un tempo erano il centrodestra senza cedimenti. E, in tempo di elezioni europee, giova segnalare che l’insegnamento tedesco vale anche per gli altri paesi, per gli altri partiti liberalconservatori, per il centrodestra europeo in generale.

 

cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste