Sovranisti e popolari: le ragioni profonde di una futura alleanza - R. Cristin

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PPEGROUPUna propaganda diffamatoria che vede uniti, in forza di una precisa comunanza di interessi, la sinistra che si riconosce nel Partito Socialista Europeo e l’apparato burocratico delle istituzioni eurocomunitarie, demonizza con il marchio di anti-europei i partiti sovranisti di impostazione liberalconservatrice che esprimono una posizione radicalmente ma razionalmente critica nei confronti di quella deriva centralista tanto ferrea da sfiorare il totalitarismo, di cui sono vittima tutte le istituzioni dell’Unione Europea. Nulla di strano in questa esecrazione da parte dei sinistro-burocrati, perché i valori e gli obiettivi dei liberalconservatori declinati sul registro sovranista sono antitetici ai loro e rappresentano il maggior pericolo per la loro sopravvivenza al potere. A questa vulgata si associa però, di frequente, un analogo disprezzo da parte di esponenti del Partito Popolare Europeo, e ciò invece suscita sconcerto, perché i popolari dovrebbero, secondo la logica politica che li ha formati e alla luce di quelli che dovrebbero essere i loro interessi storici, essere vicini ai sovranisti e distanti dalla sinistra.

Come si spiega dunque questo livore? Sembra dettato da opportunismo o da esigenze tattiche frutto di una ottenebrazione che ci si augura momentanea, ma è del tutto ingiustificato sul piano degli ideali politico-culturali e perciò sbagliato sotto il profilo strategico. A questo errore i popolari dovranno cercare di porre rimedio al più presto, sia procedendo a ripensare la loro linea e a troncare il nefasto accordo con le sinistre, sia facilitando il rapporto con i sovranisti, che da parte loro dovranno fare ogni sforzo in vista di un obiettivo inaggirabile: la riforma profonda delle istituzioni e, quindi, la rigenerazione politica e culturale della UE su nuove basi.

L’interesse dei liberalconservatori a realizzare questa nuova alleanza non è strumentale, non riguarda cioè la loro crescita elettorale, ma è tutto ideale (e proprio perciò il consenso democratico degli elettori aumenta), perché tale collaborazione consentirebbe di raggiungere quella finalità metapolitica che consiste nella difesa dello spirito europeo e nel rilancio della nostra identità nel quadro di persistenza delle nazioni europee. Questo fine superiore vale lo sforzo, tutto sommato non impossibile, di lavorare per l’alleanza con i popolari.

L’interesse dei popolari dovrebbe essere identico a quello dei sovranisti, ma se a forza di accordarsi con i socialisti avessero smarrito alcuni dei criteri della loro essenza politica tradizionale, dovrebbero almeno perseguire l’interesse elettorale quantitativo, dato che tutte le ultime tornate di elezioni nei vari Paesi hanno evidenziato perdite, gravi in alcuni casi, del loro consenso, causate proprio dalla loro politica molto sinistra e molto burocratica, molto progressista e poco conservatrice, che di fatto rappresenta un parziale tradimento dei loro pilastri teorici fondativi.

Fra sovranisti e popolari la distanza è dunque causata dalle posizioni che il PPE ha assunto, nelle ultime due legislature dell’Europarlamento, su temi cruciali teorici come i concetti di identità e di nazione o concreti come l’immigrazione e le questioni finanziarie, e che hanno portato i popolari a governare con le sinistre.

Ma poiché queste posizioni non sono coerenti con lo spirito e, più concretamente, con la teoria politica da cui i partiti del PPE sono, per lo più, sorti, la torsione dei popolari a sinistra sta giovando a quest’ultima e nuocendo ai primi, e cosa infinitamente più grave sta nuocendo all’Europa come spirito e come azione. L’avvicinamento dei popolari a sinistra non era un esito necessario, né storicamente né politicamente. E’ stata una scelta assunta in questi ultimi anni dai dirigenti del PPE, ma non condivisa da tutti i suoi maggiori esponenti, con la quale si è retoricamente voluto ammantare di realismo politico una situazione che invece nascondeva un miserevole consociativismo su temi della massima importanza, finendo con il ridurre le decisioni strategiche a mera amministrazione (e da qui l’accordo ferreo con la casta degli euroburocrati). E’ stata però una scelta che i popoli, in generale, hanno respinto.

Perciò, se non vogliono rinnegare la loro storia e i loro padri fondatori (Adenauer e De Gasperi in primo luogo), i popolari devono ritornare a una visione organicistica e perciò federalistica dell’Unione Europea, a valori identitari e autenticamente conservatori, a una prospettiva che è sostenuta da quei partiti liberalconservatori che oggi si definiscono sovranisti, come il partito di Viktor Orbán, il polacco Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński, lo spagnolo Vox (che ha ottenuto oltre il 10 per cento alle recenti elezioni nazionali), la Lega e Fratelli d’Italia, e molti altri ancora.

Come sosteneva Sandro Fontana, che nel centrodestra italiano riuniva in sé l’anima liberalconservatrice nazionale e quella autonomista della Lega, e che da europarlamentare nel PPE ha sempre posto la distanza rispetto al PSE come il criterio primario di azione, il fine del centrodestra dev’essere quello di «costruire un’Europa non statalistica, non burocratica, non socialista». Se il PPE non vuole dunque favorire un’Europa socialista e progressista, che dissolva le nazioni e comprometta così la stabilità stessa del continente (sì, perché oggi il pericolo del caos e della disgregazione viene dai centralisti, dai funzionalisti e dagli internazionalisti, non dai sovranisti che difendono l’esistenza e la legittimità delle nazioni e dei loro popoli, e che non sono nazionalisti, nel senso deteriore con cui i loro avversari diffamatoriamente li additano), e se non vuole accentuare l’emorragia di voti che da qualche anno lo ha drammaticamente colpito, deve invertire la rotta e accettare la linea critica rappresentata dai sovranisti, e riconoscere così che le critiche irriducibili provenienti dagli ambienti conservatori di tutti i Paesi europei non sono solo di carattere politico in senso stretto, ma coinvolgono la più ampia sfera spirituale e culturale, e che si tratta di critiche ben fondate, che non derivano da un sentimento anti-europeo, come sostiene, in totale malafede, la propaganda politicamente corretta, ma scaturiscono proprio da un sentimento di amore per l’Europa, per la sua tradizione e la sua identità.

Il futuro dell’Europa, non solo della UE ma del continente come insieme plurale di popoli e di nazioni, dipende dunque da quanto i sovranisti e i popolari saranno disposti a fare per allearsi. Lasciare per un’ulteriore legislatura il Parlamento e la Commissione nelle mani della coalizione popolar-socialista rappresenterà l’estinzione o quanto meno il forte ridimensionamento del PPE, ma questo non sarebbe in sé un grave problema, perché i suoi voti verrebbero in parte assorbiti dai vari partiti sovranisti, gli autentici liberalconservatori di oggi. Il problema gravissimo è che un protrarsi di questa innaturale consociazione implicherà l’implosione della UE e, cosa ancor più grave, la dissoluzione dell’Europa come entità politica e perfino economica. In questa prospettiva, la responsabilità del PPE è dunque gigantesca: dinanzi alla loro tradizione, dinanzi ai popoli e alla storia d’Europa.

In Ungheria, il partito Fidesz del primo ministro Orbán fa parte del gruppo del PPE e se anche fosse costretto a uscirne non perciò rinuncerà ad allearsi con esso. Ciò significa che oggi i leaders politici più acuti e più coerenti con la storia dei popolari europei sono a tal punto antagonisti rispetto alla sinistra, che rifiutano anche qualsiasi accordo di governo con essa. Una parte del merito di questa posizione di inconciliabilità con le sinistre è certamente di questi leaders popolari, ma la parte maggiore, sia pure indiretta, va ascritta ai partiti sovranisti, al loro successo elettorale e al crescente consenso democraticamente espresso che le loro idee e le loro proposte riscontrano nella popolazione, che nella sua maggioranza è ormai pienamente consapevole di come l’Europa potrà salvarsi soltanto in opposizione alle sinistre. E’ dunque grazie a questa benefica pressione sui popolari, che questi ultimi, in molti Paesi, sono rimasti antitetici alla sinistra. Il Parlamento europeo è rimasto l’ultimo bastione di quella tragica alleanza, che speriamo venga presto abbandonata sia per volontà dei popolari sia per la forza che acquisiranno i sovranisti.

Quanto l’alleanza fra popolari e socialisti è innaturale sotto il profilo politico puro e innecessaria o meglio dannosa dal punto di vista storico-culturale, tanto invece la collaborazione fra popolari e sovranisti è naturale politicamente e necessaria storicamente, perché entrambi hanno una medesima radice di destra liberalconservatrice, i primi in forma oggi sbiadita, i secondi in forma compiuta; entrambi difendono, con scarsa energia i primi ed esplicitamente i secondi, l’identità europea (tradizione, cultura e religione); entrambi hanno una visione federalistica che collega fra loro in modo armonico le singole nazioni, visione oggi poco praticata dai primi, convertitisi al funzionalismo centralista, e invece sostenuta convintamente dai secondi.

I sovranisti, che non sono populisti (malgrado la definizione diffamatoria che gli viene scagliata dal politicamente corretto), rappresentano in verità uno stadio più elevato del popolarismo ovvero di alcuni suoi aspetti originari, quell’evoluzione che i popolari non sono riusciti a raggiungere perché, principalmente, hanno ritenuto che il crollo del sistema comunista dell’Europa orientale implicasse la fine dell’ideologia che lo reggeva e hanno, quindi, abbassato le difese e fallito l’interpretazione di alcuni dei principali dati della realtà storica, quello della globalizzazione in primo luogo, e di aspetti fondamentali della nostra epoca quali l’identità, la concezione dell’altro, la pressione immigratoria, il problema islamico, la pericolosità del multiculturalismo, la violenza ideologica del politicamente corretto, il veleno pervertitore delle teorie di genere, il rifiuto del nucleo religioso ebraico-cristiano, la fragilità del liberalismo dinanzi alle nuove aggressioni della vecchia ideologia comunista, l’attacco alle nazioni e ai popoli da parte dell’internazionalismo immigrazionista targato ONU e del burocratismo eurocomunitario: tutti fenomeni che i sovranisti hanno lucidamente colto e ai quali stanno fornendo risposte precise, sebbene ancora da migliorare soprattutto in ambiti come la politica estera o quella economica e fiscale. Se il liberalconservatorismo sovranista esprime la risposta più adeguata alle questioni cruciali del tempo presente, e se il popolarismo europeo vuole continuare ad essere all’altezza della propria storia e dei propri princìpi fondativi, non c’è alternativa all’alleanza.

Ma sopra ogni altro motivo spicca una necessità storica ineludibile e indifferibile: poiché la difesa dell’identità, in tutti i suoi aspetti, va realizzata ora senza più alcun indugio (e di ciò i sovranisti sono pienamente consapevoli), e poiché dalla riuscita di questa difesa dipenderà non solo il successo concreto dei partiti sovranisti, ma anche il futuro storico dell’Europa ovvero la sua sopravvivenza come insieme identitario, appare evidente che le componenti del polo di centrodestra europeo devono collaborare in modo stretto e organico, come già accade in Italia nelle realtà regionali e come Lega e Fratelli d’Italia hanno annunciato di essere disposti a fare, per la salvezza dell’Europa, nel prossimo Parlamento europeo. Se così non accadesse per volontà dei popolari, sarà chiaro il mutamento genetico di questi ultimi e sarà palese che essi, contro la loro stessa identità storica, stanno agendo con tatticismi e non con ideali, e stanno lavorando a favore della struttura euro-burocratica e non per lo spirito e per l’identità dell’Europa.


cristinRenato Cristin

professore di ermeneutica filosofica

Università di Trieste