USA, il rapporto Mueller - C. Taddei

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bandierausa1Dopo la conclusione dell’indagine Mueller, negli USA la cospirazione e la guerra civile, sia pure non combattuta con le armi, proseguono. Nell’aprile 2019 la pubblicazione del rapporto Mueller, le cui conclusioni il ministro della Giustizia William Barr aveva reso note alcune settimane prima, non mette fine (com’era prevedibile) alla cattiva informazione da parte dei media più diffusi né alle aggressioni dei Democratici. La “Parte 1” del rapporto afferma che non vi fu “collusione” in nessuna misura o modo tra Trump o suoi associati e agenti russi; dunque la “Parte 1”, che è quella rilevante perché riguarda l’incarico ricevuto da Mueller, risulta essere un atto d’accusa verso chi – politici, media, figure pubbliche – per oltre due anni ha affermato il contrario. Per Mueller la conclusione era inevitabile, perché “collusione” non vi è mai stata e si è sempre trattato di una tesi costruita con intenti cospiratori. 

Molto grave è che Mueller, il quale sapeva direi da sempre, in ogni caso da inizio 2018, che non vi era collusione, abbia tenuto in piedi l’indagine consentendo accuse indebite al presidente, consentendo il massacro mediatico che ha accompagnato l’indagine, e consentendo che le elezioni di midterm ne venissero influenzate. Questo, i media più diffusi non lo dicono, come non dicono che il risultato cruciale dell’indagine Mueller, benché condotta da procuratori di parte, schierati con i Democratici, è il seguente: la collusione non è mai esistita. Si è trattato di uno spudorato abuso di potere, gestito dai vertici del DoJ (Dipartimento Giustizia), dell’FBI e dell’intelligence usciti dalla presidenza Obama, e sostenuto dai vertici del partito Democratico e dal loro strumento operativo, i media più diffusi. Obama era al corrente del complotto e lo ha autorizzato. Non vi è mai stata una giustificazione per un’indagine. Chi l’ha sollecitata (il direttore dell’FBI Comey), chi l’ha iniziata (il viceministro della Giustizia Rosenstein) e chi l’ha tenuta in piedi (il procuratore Mueller), lo sapeva. Diffondere per oltre due anni il termine collusione riferito al presidente fu il primo crimine. Un altro crimine, occultato dai media, fu il non chiarire che, se un procuratore leva delle accuse, non per questo esse sono vere: il giudizio spetta a una giuria, dove la tesi del procuratore viene contestata, i suoi testimoni vengono interrogati. L’accusa era l’ultima parola nei processi sovietici, ma non è così in Occidente. In ogni caso, dopo due anni di indagini, al costo di 35 milioni di dollari, di vite e reputazioni rovinate, e di una lacerazione del paese, a Mueller servono 200 pagine per dire ciò che si può affermare con poche parole: non vi è mai stata alcuna collusione. 

La “Parte 2” (altre 200 e più pagine) del rapporto Mueller, che riguarda l’accusa di “ostruzione” della giustizia, è lo scopo del rapporto. Mueller conclude di non poter accusare, ma di non poter nemmeno “esonerare” il presidente. In questo modo il giudizio viene lasciato al ministro della Giustizia Barr il quale, letto il rapporto, comunica con chiarezza che non vi è stata alcuna ostruzione. In realtà l’accusa era priva di fondamento. Non solo perché Trump non ha licenziato Mueller, o Rosenstein, come poteva fare; non solo perché per due anni non ha messo fine né ostacolato in alcun modo il lentissimo procedere dell’indagine; ma anche perché Trump non ha esercitato in alcun modo il “privilegio esecutivo”, a cui ha diritto come capo dell’esecutivo, negando documenti o impedendo che il legale della Casa Bianca (McGahn) o altri membri dello staff parlassero con i procuratori di Mueller per tutto il tempo e su tutti gli argomenti richiesti. Gli avvocati di Trump, Rudy Giuliani e Jay Sekulow, consegnarono a Mueller oltre un milione di pagine di documenti. Trump decise che il modo di proteggere l’esecutivo era di rendere tutto disponibile. Dal tempo in cui la Casa Bianca di F. D. Roosevelt occultò i soprusi compiuti verso gli avversari politici, Trump è il primo presidente a non esercitare il “privilegio esecutivo” in situazioni in cui la presidenza poteva essere sotto accusa. Quanto al licenziamento di Comey nel maggio 2017, esso era del tutto nei poteri del presidente ed era, con quello che si è saputo poi di Comey (il “poliziotto corrotto” e vanaglorioso), del tutto giustificato, anzi tardivo; e poiché il licenziamento di Comey ha condotto alla nomina di un procuratore speciale, esso ha danneggiato, non favorito, Trump. 

Riguardo infine all’intervista con Trump che Mueller per mesi cercò di ottenere e che il presidente, su consiglio di Giuliani e di Sekulow, rifiutò di concedere, si trattò di un tentativo di ingannare Trump e attirarlo nella trappola di una falsa testimonianza (definita tale nel confronto artefatto con la deposizione di altri testimoni), e la decisione del presidente di evitare l’intervista non fu in alcun modo “ostruzione” della giustizia. La “Parte 2” del rapporto è dettata dal procuratore d’assalto di Mueller, Weissmann (noto in America come un “legal thug”, un “mascalzone legale”) e non è basata su fatti, bensì su chiacchiere e pettegolezzi (“quello staffer ci ha detto, quell’altro ci ha detto…”). È un’operazione di calunnia, scritta per gli attivisti depravati travestiti da conduttori delle reti TV e per i turpi presidenti Democratici delle Commissioni della Camera. Osservatori credibili hanno denunciato la conclusione di Mueller (“non possiamo esonerare”). Mark Levin la vede come un abuso di potere nei confronti dei diritti costituzionali del presidente, come lo sarebbe per ogni cittadino, perché egli non può cancellare gli effetti faziosi dell’affermazione. Altri osservatori la considerano poco professionale, perché un procuratore deve giungere a una delibera. In ogni caso alla delibera è giunto Barr, con piena motivazione.   

L’operazione Mueller non è stata un’indagine, bensì parte di un colpo di stato. Una volta che essa, alla sua conclusione, si rivela come la frode e il tentativo di rovesciare il presidente che è sempre stata, le menzogne per distruggere Trump proseguono. L’obiettivo rimane invariato. Lo “stato profondo” vuole mantenere il potere e per farlo prosegue nel sovvertire il governo Trump e le sue politiche. Nell’aprile 2019 in un articolo dal titolo J’accuse, Joe DiGenova ha paragonato l’indagine Mueller all’Affaire Dreyfus, cioè alla condanna motivata da obiettivi politici del capitano francese di origine ebraica Dreyfus nel 1894. Dreyfus pagò con 5 anni di carcere duro nella Guyana francese, prima di essere scagionato a seguito di una denuncia iniziata dall’articolo J’accuse del giornalista Emile Zola. Per Trump, se non la Guyana, è l’impeachment la fantasia dei suoi nemici. Purtroppo la denuncia di DiGenova ha un ascolto limitato. I media asserviti al potere globalista controllano gran parte dell’informazione. Essi hanno costruito un pubblico che vuole credere a luoghi comuni e bugie. Il rapporto Mueller dice che la collusione non è mai esistita? A quel pubblico non importa, esso vuole altre fake news. E i leader Democratici e i loro media sono pronti a nutrire la bestia. Essi hanno mentito per anni, e quando Mueller esce di scena proseguono la cospirazione con altri mezzi, come quello di usare l’IRS (Agenzia delle Entrate) per rovistare nelle dichiarazioni dei redditi di Trump, senza mai menzionare che, da quando è presidente, Trump non ha preso un solo dollaro di stipendio, che elargisce in beneficienza. 

I politici responsabili della cospirazione non possono rimanere al vertice delle Commissioni della Camera, non devono ricevere informazioni di rilevanza per la sicurezza nazionale e non dovrebbero rimanere in Congresso. La diffusa corruzione radicata nel DoJ durante gli anni obamiani dev’essere estirpata. L’ex direttore della CIA di Obama, Brennan, che ha reso possibile e protetto l’intero schema della cospirazione, non può restare a piede libero. Obama, che riceveva da Brennan rapporti regolari, non può essere ancora accettato come il santo della sinistra. Gli osservatori credibili hanno indicato che, per restituire integrità al DoJ, all’FBI e ai vertici dell’intelligence, è necessaria un’indagine nei confronti dei promotori del complotto. Aggiungerei che i casi più gravi di menzogne nei media non dovrebbero restare impuniti. Per non restare sotto assedio, Trump deve muovere all’attacco: non collaborare con le nuove indagini iniziate dalle Commissioni della Camera e ribaltare le accuse chiedendo di vedere i documenti delle Commissioni, che non sono esenti dalla sorveglianza dell’esecutivo. Il ministro della Giustizia Barr deve mettere sotto accusa gli autori del complotto, e non credo che possa farlo da solo, cioè senza nominare una struttura per indagare. Gli attacchi che egli riceve dai Democratici e dai centri del potere globalista sono furiosi. Intanto, nella primavera e inizio estate 2019, la battaglia mediatico-giudiziaria è una distrazione, gradita a quei centri di potere, dai reali problemi del paese, anzitutto dalla devastante invasione di immigrati, soltanto intaccata dalle nuove misure di controllo sul confine sud.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore