Voto cattolico e scelta sovranista – V. Pacillo

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rosario1Dal 1994, anno della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, dell’implosione del PPI e dunque – di fatto – della fine dell’unità politica dei cattolici, la Chiesa cattolica italiana ha elaborato diverse strategie dirette a definire l’essenza e la modalità dell’impegno e la partecipazione dei fedeli all’amministrazione della cosa pubblica.

Accanto alla posizione ufficiale della CEI, si sono mosse (e continuano a muoversi) galassie tutto sommato indipendenti e talora estremamente influenti: quella dei movimenti e della loro differente collocazione all’interno dello scacchiere politico; quella degli intellettuali, autori di manifesti o comunque capaci di chiamare all’uno o all’altro schieramento attraverso convegni, testate giornalistiche, programmi radiotelevisivi; quella dei cattolici impegnati nel sociale, che hanno costruito o contribuito a sviluppare realtà di aiuto concreto alle persone ma anche notevoli gruppi capaci di portare “in piazza” idee legate ad una precisa visione del magistero e del suo ruolo nella sfera pubblica (dal “popolo” del Family Day alle “Sentinelle in Piedi”).

La posizione della CEI è stata – negli anni – piuttosto oscillante, seppur sempre legata all’attenzione verso alcune tematiche valoriali assolutamente indefettibili. Dal progetto del Card. Ruini – che sintetizzeremo con la sua frase più celebre: “Se noi cristiani ci rassegniamo a essere una subcultura, in un mondo che guarda dai tetti in giù, niente potrà salvarci. E’ vero che la contestazione contro la chiesa aumenta. Ma è preferibile essere contestati che essere irrilevanti” – siamo passati alla sottolineatura della centralità della “questione della moralità dell’uomo politico”, espressa prima dal card. Bagnasco e successivamente dai Mons. Crociata e Galantino, e infine all’attenzione a temi specifici (famiglia, terzo settore, migrazioni) accompagnata da un richiamo forte antisovranista e ad un recente rimprovero contro l’utilizzo dei simboli religiosi in politica (si veda il recente articolo di Massimo Franco sul Corriere della Sera del 21.5.2019: “I due timori della Chiesa” e la reazione del Card. Bassetti al comizio di chiusura della campagna elettorale che ha visto protagonista, in Piazza del Duomo a Milano, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini).

Rimprovero che non pare peraltro aver impressionato più di tanto l’elettorato cattolico: secondo un sondaggio non molto risalente di Analisi Politica per Libero (https://www.termometropolitico.it/1319361_sondaggi-elettorali-analisipolitica.html) meno di un anno fa il 31% dei cattolici esprimeva la propria intenzione di voto per una Lega quotata intorno al 30%, e non si vede dunque come questa percentuale possa essere diminuita oggi che lo stesso partito viaggia oltre il 34%.

Se dunque un cattolico su tre sceglie di votare Lega nonostante questi ultimi richiami delle gerarchie, c’è qualcosa – nel voto cattolico e nel suo rapporto con un voto dichiaratamente sovranista – che va indubbiamente approfondito. E qui cercherò di porre alcuni punti per un’ulteriore discussione.

  1. 1)Esiste un voto cattolico che non necessariamente si identifica con quello dei praticanti assidui. I movimenti di secolarizzazione dell’Occidente hanno spesso portato a ritenere che l’allontanamento delle persone dalla pratica liturgica si traducesse in una scristianizzazione della società, ovvero dalla sempre più crescente irrilevanza del cattolicesimo nella vita pubblica. I fatti mostrano che in Italia la situazione è in parte diversa. C’è un significativo numero di persone che – pur non frequentando la pratica liturgica – continua a dichiararsi convintamente cattolico, perché si riconosce – a livello culturale e identitario – vicino alle posizioni della Chiesa di Roma, quantomeno su alcune specifiche tematiche. Questa vicinanza comporta che alcuni partiti – nella misura in cui si approcciano a quelle tematiche secondo la visione tradizionale del magistero ecclesiastico – sanno “intercettare” il voto di queste persone (che potremmo chiamare belongers) a prescindere dalla loro effettiva volontà di seguire il canone ufficiale in tema di pratica liturgica.
  2. 2)Un buon numero di questi belongers non pratica perché in polemica (non conta qui quanto giustificata) con le gerarchie ecclesiastiche: polemica che si esprime – magari non a 360°, ma certamente su tematiche specifiche – anche nella vicenda personale di alcuni praticanti: i quali mostrano una crescente insofferenza verso interventi diretti delle gerarchie all’interno di questioni che sono (o dovrebbero essere) giocoforza oggetto di un giudizio politico, e non esclusivamente morale.

Per essere espliciti, è difficile pensare che l’azione politica sulla gestione dei flussi migratori possa essere mediata esclusivamente da un giudizio morale che parte dal canone evangelico: se esso – per il cattolico – deve aver forza a livello personale, è più difficile convincere il cattolico che da tale giudizio morale debbano necessariamente seguire alcune conseguenze a livello politico e legislativo. Per cui, se la gerarchia correttamente pone il problema e lo pone a livello morale, occorre poi strutturare tale giudizio morale entro la più complessa questione politica.

  1. 3)Proprio per questo ebbe una certa fortuna, qualche anno fa, la categoria dei “principi non negoziabili”: esistono dei principi di tale importanza che essi – e solo essi – debbono ritenersi sottratti alla negoziazione politica e devono essere fatti propri dai politici cattolici in modo integrale. La nota dottrinale del 2002 sull’impegno dei cattolici in politica fornì esemplificazione delle esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, nelle quali è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguardano il bene integrale della persona: si tratta di quelle che emergono nelle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia, quelle che concernono la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso, protetta nella sua unità e stabilità; quelle che garantiscono la libertà di educazione ai genitori per i propri figli; quelle che garantiscono la a tutela sociale dei minori e la liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (come la droga e lo sfruttamento della prostituzione), includendo in questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà. E’ evidente che molti cattolici vedono nella Lega un partito che non è disposto ad una negoziazione politica su questi principi, e scelgono di sostenerla in nome di una fedeltà a un set di valori che si ritiene assiologicamente prevalente su alti. Ed è altrettanto evidente che possono esserci segni di devozione, come quello di esibire il rosario in una manifestazione pubblica, che rappresentano – entro le coordinate della religiosità popolare, che non può essere liquidata con una scrollata di spalle – la volontà di rifarsi a questi principi.
  2. 4)Del resto i canoni 212 par. 3, 222 par. 2 e 227 del Codice di Diritto canonico concedono ampia libertà politica ai cattolici, sottolineando come debba esistere sempre un dialogo tra popolo e Pastori in merito alle soluzioni più adatte per perseguire la giustizia sociale ed il bene comune. Perciò non si può tacciare il sovranismo come dottrina aprioristicamente anticattolica: la citata nota dottrinale del 2002 ricorda come «non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete – e meno ancora soluzioni uniche – per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno», ricordando peraltro – come detto sopra - che il fedele ha l’obbligo di «dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono negoziabili». Occorre perciò valutare entro una struttura dialogica i rapporti tra un programma politico e la sua compatibilità con la dottrina ecclesiastica, in nome di una libertà civile (quella di opinione politica) che – nel caso dei cattolici – comporta conseguenze precise anche nella prospettiva della libertà di contribuire al bene comune.
  3. 5)La Lega si occupa assiduamente di diritti dei popoli. E qui vale la pena ricordare il magistero di San Giovanni Paolo II.

Già nella prima Enciclica del suo pontificato - la Redemptor Hominis del 4 marzo 1979 - il Papa polacco dedica ampio spazio alla questione dei diritti dell'uomo, i quali vengono definiti come oggettivi, inviolabili ed inalienabili: il rispetto di tali diritti non è soltanto condizione necessaria per mantenere la pace, ma anche per la salvaguardia dell'ordine etico oggettivo e per la piena legittimazione dell'esercizio del potere.

Quanto espresso nella Redemptor Hominis viene ribadito nel Discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2 ottobre 1979, nel quale leggiamo:

L’insieme dei diritti dell’uomo corrisponde alla sostanza della dignità dell’essere umano, inteso integralmente, e non ridotto a una sola dimensione; essi si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali dell’uomo, all’esercizio delle sue libertà, alle sue relazioni con altre persone; ma essi si riferiscono sempre e dovunque all’uomo, alla sua piena dimensione umana.

Giovanni Paolo II, in questa sede, compie un passaggio successivo: il Pontefice giustifica l'oggettività e l'indisponibilità dei diritti umani sulla base del fatto che questi ultimi costituiscono un riflesso della dignità di ogni persona. Tali diritti - in questa prospettiva - si configurano come situazioni giuridiche soggettive necessarie per garantire il pieno sviluppo dei membri della famiglia umana e la realizzazione di quei valori che costituiscono oggettivamente il bene comune: e nel momento in cui quest'ultimo viene ad essere identificato con un ordine oggettivo capace di garantire alla collettività ed ai suoi membri uno status ontologico diretto al pieno sviluppo di un progetto esistenziale di pace, giustizia, libertà e dignità, i diritti fondamentali non sono relativizzabili e pertanto non suscettibili di libera ridefinizione né da parte del potere politico costituito né da parte del mercato.

Di qui, inoltre, l'indisponibilità dei diritti umani fondamentali e pertanto la loro irrinunziabilità, inalienabilità, imprescrittibilità : dal magistero giovanneo - paolino emerge con chiarezza l'idea che - in virtù del legame esistente tra dignità umana e diritti umani fondamentali - il titolare di questi ultimi non possa disporne a piacimento, ma debba - a motivo della necessità di realizzare l'ordine etico oggettivo su cui si fonda il bene comune - subire una diminuzione (o addirittura una totale deprivazione) della sua autonomia privata quando quest'ultima si volga a rinunziare - in tutto o in parte - ad essi.

Vi è tuttavia un ulteriore momento del magistero giovanneo-paolino sui diritti umani fondamentali dotato di grande originalità e che in questa sede non può non essere ripreso.

Riflettendo sul rapporto tra politica internazionale e tutela dei diritti umani fondamentali, Giovanni Paolo II auspica ed incoraggia (anche attraverso lo strumento concordatario) una vera e propria nouvelle coopération tra Stato e Chiese cristiane: cooperazione diretta alla tutela dei diritti umani, della libertà ecclesiastica e della libertà religiosa in un quadro tendenzialmente laico e pluralista, in cui viene enfatizzato il ruolo storico - culturale del cattolicesimo nei processi di costruzione dell'identità nazionale. A questo proposito, Andrea Riccardi parla di "teologia delle nazioni" di Karol Wojtyla: una teologia della storia che vede il cammino dell'uomo alimentato e sostenuto da quel patrimonio di cultura e di religiosità che costituisce l'identità del suo popolo.

In tale teologia delle nazioni un ruolo di primissimo piano viene svolto dalla tutela dei diritti umani, intesi non solo nella già delineata accezione di diritti dell'individuo - e come tali strumenti di affermazione e di rispetto della dignità umana - ma anche nella loro accezione di diritti dei popoli, tra cui figurano il diritto all'esistenza, il diritto alla propria lingua ed alla propria cultura, il diritto alla propria sovranità spirituale ed al rispetto delle proprie tradizioni.

Vi è in altre parole - secondo Giovanni Paolo II - un nesso indissolubile tra diritti fondamentali dell'individuo e diritti fondamentali dei popoli: nel senso che i primi, oltre ad essere situazioni giuridiche soggettive assicurate ad ogni persona a prescindere dalla cittadinanza, costituiscono elementi necessari per garantire il bene comune della società civile, mentre i secondi strutturano tale bene comune secondo le coordinate di una storia, di una tradizione e di una cultura che caratterizzano l'identità collettiva di ogni popolo. Da ciò discende, come nota correttamente Libero Gerosa, che il nesso profondo tra diritti umani e diritti delle nazioni (e dei popoli che le costituiscono) è uno dei cardini su cui costruire la pace nel mondo.

Tutte queste considerazioni non possono che essere lette in una prospettiva: quella della communio. I fedeli cattolici sono tenuti a mantenere in ogni caso la comunione con il Pontefice e con i Vescovi, e a cercare di evitare in ogni modo che le proprie preferenze politiche diventino un fattore di distacco da quell’unità che rappresenta – deve rappresentare – la cifra del popolo di Dio. E la comunione non si mantiene a colpi di fischi o di polemiche, ma dentro un dialogo che – abbandonato ogni pregiudizio – parta dalla concretezza dell’avvenimento di Cristo e dalla sua capacità di risvegliare la passione e l’impegno per il bene comune.

 

pacilloVincenzo Pacillo

professore ordinario di diritto canonico

direttore del Dipartimento di Giurisprudenza - Università di Modena e Reggio Emilia