La Cina, il commercio e Trump – C. Taddei

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bandierausacina1La Cina è una potenza finanziaria, ma il reddito pro capite è di 9 mila dollari su base annua. La Cina ha più miliardari della California o di New York, e continua a produrne; ma gran parte del paese rimane un campo di lavoro forzato. Lo stato è ricchissimo, ma la crescita marcia sul debito e su un ibrido capitalismo predatorio e assistito dallo stato. L’economia è un sistema mercantilista totalitario. Hong Kong è piena di soldi e di banche, ma è una pentola a pressione a rischio di scoppio. In Cina non vi è libertà di espressione, né di religione. Il 60% del petrolio arriva per vie marittime che gli USA possono ancora controllare. Bloccare quelle vie significherebbe una guerra di proporzioni sconosciute; ma evitare ciò non significa lasciare alla Cina il controllo dei mari asiatici, dove passano affollate vie commerciali e dove vi sono risorse di pesca importanti per i paesi della regione. Qualche voce (Steve Bannon) afferma che il modello di mercantilismo cinese non può continuare, o che può continuare soltanto se l’Occidente non vi si oppone. Gli USA e l’Occidente possono indebolire quel modello fermando, quanto più è possibile, i trasferimenti forzati di tecnologia, i furti di proprietà intellettuale e lo spionaggio industriale cinese. Se ciò avvenisse, la Cina sarebbe spinta a divenire una vera, e non furtiva, potenza industriale. Ma l’impegno della grande finanza e della grande industria occidentale sarebbe necessario; e non c’è. Nonostante ciò, la crescita della Cina a potenza economica egemone non è ancora, come dice Bannon, un principio della termodinamica, cioè non è una realtà irreversibile.

Fino al 2018, nei confronti della Cina la Difesa USA non ha una politica di contenimento. I vertici del Pentagono si limitano a dire: ci aspettiamo che la Cina rispetti le regole. Difficile però è non vedere che il governo cinese vuole spingere gli USA fuori dal Pacifico occidentale. Un pericolo reale è che la Cina possa condizionare la libertà di navigazione nel Mare della Cina del Sud, dove i cinesi hanno costruito basi militari. Dal 2012 in poi la Cina ha dispiegato sulle isole Spratley e Paracels missili anti-nave, missili terra-aria e strumenti di guerra elettronica, come ha testimoniato in Congresso l’ammiraglio Davidson, che è a capo del Comando Indo Pacifico. Voci autorevoli, come quella dell’ex generale e studioso militare Jack Keane, dicono che la Cina ha colmato il divario tecnologico con gli USA e che, già nel 2018, ha più navi da guerra degli USA, o che ha missili avanzati anti-nave e anti-aereo che gli USA non hanno. Si tratta di missili in grado di colpire bersagli distanti in mare oltre 500 km, dunque in grado di colpire anche le portaerei USA: non facilmente, ma invadendone lo spazio di difesa con uno sciame di missili. Tutte le basi americane nel Pacifico possono essere colpite da un attacco cinese prima che il Comando USA faccia alzare un solo caccia, in una versione aggiornata di Pearl Harbour. Per tutto ciò, Keane parla della necessità di una solida strategia di Difesa nel Pacifico occidentale, che includa il dialogo con i maggiori alleati (Australia, Giappone) anche riguardo alle offensive cyber cinesi.

Gli obiettivi della Cina, divenuti espliciti con il presidente Xi, sono: 1) dominare la regione Asia Pacifico, indebolendo la relazione degli USA con gli alleati e convincendo quest’ultimi che l’America non ha il potere finanziario per gestire una leadership; 2) sostituire gli USA come leader globale nella tecnologie avanzate; 3) usare gli investimenti per prendere, anche in Occidente, il controllo di infrastrutture, incluse le telecomunicazioni; 4) dotarsi di forze armate di grandi dimensioni e, tra altre cose, controllare lo spazio a fini militari: da anni la Cina ha strumenti anti-satellite (ben più avanzati, si dice, di quelli USA) in grado, per esempio, di interrompere le comunicazioni GPS, vitali per molti sistemi militari, inclusi i missili da crociera.

Di fronte a tali obiettivi, il cedimento non è la soluzione. Come nel 1941, per gli USA il “perimetro di difesa” non passa al largo della costa californiana, ma nei mari della Cina del Sud e dell’Est. Dunque le missioni di “libertà di navigazione” condotte in quei mari dalla Settima Flotta USA sono necessarie affermazioni di contenimento. Più volte, dal 2018 in poi, unità della Settima Flotta sono entrate in acque su cui la Cina reclama un controllo esclusivo e vi hanno navigato, motivando sorpresa e rabbia a Pechino. Nel 2019 incrociatori USA hanno attraversato più volte anche lo Stretto di Taiwan, che Pechino vorrebbe considerato come un canale interno della Cina, in vista di una futura presa di possesso dell’isola antagonista di Taiwan. Alla fine del 2018 Trump ha chiesto al governo cinese di rimuovere i missili e le armi d’attacco schierate su isole reclamate da altri paesi, oltre che dalla Cina, e ha reso pubblica la richiesta. L’esito del contenzioso è legato a quello di un accordo sul commercio, che per il momento è l’unico campo di battaglia reale.

Gli sbilanci commerciali tra gli USA e la Cina sono ingenti da oltre due decenni, durante i quali non sono stati denunciati. In generale, un silenzio dettato da opportunismo è stato la regola riguardo ai deficit commerciali USA, che – insieme agli impegni di polizia globale svolti dalle forze armate USA – hanno consentito a molti paesi dell’ex terzo mondo di uscire dalla povertà e ad altri di arricchirsi. Nei confronti della Cina quei deficit sono stati di oltre 300 miliardi di dollari l’anno. A ciò si sono aggiunte le attività predatorie cinesi, con il furto di proprietà intellettuale e di tecnologia Made in USA per centinaia di miliardi di dollari. I governi di George W. Bush e di Obama l’hanno tollerato con miope benevolenza, lasciando che i cinesi nascondessero il loro operato dietro la clausola di essere un paese in via di sviluppo. Per esempio, i cinesi hanno sottratto agli USA, con sistemi hacker e con spionaggio anche di semplici studenti, la tecnologia del solare e dell’eolico, e poi l’hanno sviluppata con prodotti più economici. Trump ha avuto il merito di affermare la necessità di una correzione e di portare la Cina al tavolo del negoziato mediante le tariffe, che hanno rallentato, in alcuni settori, la corsa dell’economia cinese. Trump parlò della necessità di una correzione già nel 2000, in libro dal titolo The America we deserve. Egli è il primo presidente a dire con chiarezza ai cinesi: squilibri commerciali di queste dimensioni non possono continuare; e a dire: vi sarà una risposta se i furti di tecnologia, per centinaia di miliardi ogni anno, proseguono; e a dire: se voi mettete tariffe del 25% sui nostri prodotti (come Pechino fa da sempre, per esempio, con le automobili USA), perché non dovremmo noi fare altrettanto? Grazie al potere decisionale che il Congresso in passato ha delegato ai presidenti in materia di commercio con l’estero (potere che essi non hanno in altri campi, come l’immigrazione), Trump ha imposto sulle merci cinesi tariffe efficaci, non soltanto perché hanno fatto incassare al Tesoro USA alcuni miliardi di dollari. Già nel dicembre 2018 The Hill (quotidiano insider di Washington) scrive: “Le tariffe funzionano. Nei quattro principali settori in cui sono applicate, acciaio, alluminio, pannelli solari e lavatrici, le imprese USA hanno aperto oltre 40 mila nuovi posti lavoro. La sola Steel Dynamics ha impiegato 3600 nuovi lavoratori dell’acciaio”. Di fatto l’America è tornata a produrre acciaio, anziché comprarlo all’estero. Per mezzo delle tariffe, l’obiettivo è di arrivare a un accordo credibile e verificabile.

Trump non cerca una guerra fredda con la Cina. Non vuole un’economia cinese destabilizzata. Come per il nuovo trattato con Messico e Canada, egli pensa a benefici reciproci. Non vuole tagliare i profitti delle società USA che hanno investito in Cina. Però egli chiede conti commerciali più equilibrati e avverte la necessità di salvaguardare, per quanto possibile, la tecnologia USA, contestando il progetto cinese di leadership tecnologica raggiunta con la complicità degli USA. Durante i mesi di ricerca di un accordo, tra il dicembre 2018 e il maggio 2019, Trump per due volte impone una tregua al contenzioso, decidendo di non aumentare dal 10 al 25% le tariffe su 200 miliardi di dollari di export cinese. Intorno a lui, in minoranza sono le voci – come quella del suo ex stratega Steve Bannon, o di Lou Dobbs – che consigliano di alzare le tariffe per indurre la Cina ai cambiamenti richiesti. Per lo più, invece, i consigli che gli arrivano – anche da voci nel suo governo, tra cui il Segretario al Tesoro Mnuchin – sono di accettare le concessioni cinesi in quanto a maggiori acquisti di merci negli USA. Tra febbraio e aprile 2019 vi è intorno a Trump un battere di tamburi mediatici (con il Wall Street Journal in prima fila) che ripetono: un accordo con la Cina è necessario. Anche se quell’accordo continua a favorire i cinesi, anche se non garantisce piccole imprese e artigiani americani. La fazione moderata del globalismo si impegna a fondo: il mondo degli affari, le società di Internet, ascoltati senatori. Ma un patto che non preveda la protezione dello spazio informatico USA e la fine dei furti di tecnologia, non è l’accordo di cui l’America ha bisogno. I colloqui sul commercio tra il governo Trump e la Cina non hanno lo scopo di assicurare la stabilità dei mercati finanziari o di favorire il rialzo delle quotazioni a Wall Street. Come le tariffe, essi hanno lo scopo di mettere condizioni al cammino della Cina verso il dominio finanziario, nella misura in cui quel cammino si fonda su furti hacker e su benevolenza fuori dalla realtà da parte dei governi USA. Il terzomondismo del pensiero liberal, e in qualche misura anche la teoria del libero mercato quando diviene ortodossia, per molti anni hanno reso debole la leadership USA.

Chi nelle società o nel mondo del business USA (la Chamber of Commerce, la Round Table, i fratelli Koch, i magnati di Internet, quelli di Wall Street) guarda con indulgenza al mercantilismo imperialista della Cina, o anche lo corteggia, ha adottato il pensiero dei leader di Pechino, per i quali il furto di programmi civili e militari occidentali è un diritto acquisito – acquisito al tempo, forse, della rivolta dei Boxer (1899). In realtà non vi può essere un accordo senza cambiamenti da parte cinese e senza verifiche. In passato i cinesi hanno violato gli accordi conclusi con i presidenti USA; e del resto, nel 2019, durante i mesi di trattative con gli inviati USA, gli attacchi cyber e i furti da parte di Pechino (spesso ad opera di strutture controllate dai militari) sono proseguiti. Per tutto ciò i conservatori non globalisti dicono a Trump che egli deve tenere aperta la possibilità di ulteriori tariffe, che sono la principale leva in mano al suo governo.

Il nuovo e inatteso atto del lungo confronto con la Cina prende avvio nel maggio 2019, quando l’accordo sul commercio sembra pronto. Già da alcune settimane i delegati cinesi erano impegnati a rendere meno precisi gli impegni da sottoscrivere nel segretissimo documento di 150 pagine negoziato da mesi. A inizio maggio il governo di Pechino fa marcia indietro e si ritira da impegni specifici. Benché il capo dei negoziatori cinesi, il vice premier Liu, sembri cercare davvero un accordo con Lighthizer e Mnuchin, il governo di Pechino, abituato a trattare con gli USA senza completa onestà, si prepara a rompere l’accordo ancor prima di averlo firmato; e lo fa senza pubblicità. Trump dice no. Il 5 maggio Trump annuncia che le tariffe su 200 miliardi di dollari di merci cinesi salgono dal 10 al 25%, e che sul resto dell’export cinese negli USA (325 miliardi di dollari) verranno messe tariffe in mancanza di un accordo. L’annuncio di Trump consente ai media più diffusi in America – con larga e sprovveduta, oppure in malafede, copia in Italia – di imputare l’ovvio, temporaneo calo delle Borse alle “minacce” di Trump. In realtà, lo stop al negoziato deriva dal prevalere a Pechino di quanti considerano i furti in Occidente una parte non rinunciabile del loro progetto egemone, tanto che il presidente Xi parla di “una nuova lunga marcia” a cui deve essere pronta la Cina: il che per i cinesi è un messaggio di battaglia e di sofferenze in arrivo. Quanto alla risposta di Trump, egli una volta di più sorprende i cinesi, mettendone in questione le aggressioni economiche. Chi a Pechino pensava che questo giorno non sarebbe mai arrivato, deve rifare i conti.

La Cina dipende di più dalle vendite di merci negli USA che non viceversa: 525 miliardi di dollari l’anno l’export cinese negli USA, 130 miliardi l’export americano. La Cina ha bisogno di esportare in America. Dunque, da parte USA, il mantenere le tariffe è uno strumento cruciale del negoziato. Le tariffe sulle proprie merci sono l’unica cosa che il governo cinese non può ignorare. Uno dei massimi esperti di Cina, Michael Pillsbury, scrive (Wall Street Journal, 6/5/2019): “È meno probabile che la Cina evada gli impegni se l’osservarli conduce a una riduzione delle tariffe. Se non vi sono tariffe a garantire l’accordo, la Cina lo violerà”. Nel maggio 2019, alle nuove tariffe imposte da Trump la Cina reagisce con l’annuncio di dazi su 60 miliardi di dollari di merci USA. Come già accaduto nel 2018, con le tariffe di rappresaglia la Cina cerca di colpire i farmers americani delle Grandi Pianure (che sono elettori di Trump) riducendo gli acquisti di derrate agricole. Molto opportuno è l’impegno di Trump a compensare in via temporanea il mondo dell’agricoltura, usando parte dei ricavi delle tariffe. Il governo Trump mette in atto un programma di sostegno al settore agricolo per 16 miliardi di dollari, benché i Democratici provino a fermarlo in Congresso. Il programma è tanto più necessario dopo le severe inondazioni che hanno colpito il Midwest nella primavera 2019, con gravi danni alle colture e ai silos del grano, e con perdite di bestiame, dal Nebraska all’Iowa, dal Kansas all’Indiana.

La scelta di Trump di non accettare un accordo difettoso è l’unica strada per provare a correggere squilibri che riguardano non solo gli USA, ma tutto l’Occidente. Piuttosto indecente è la reazione non soltanto dei media più diffusi, ma dei centri del potere finanziario, come Goldman Sachs e la Business Round Table (che rappresenta decine di multinazionali), i quali rendono pubbliche dichiarazioni contro “l’escalation delle tariffe” di Trump. Anche in Europa il potere globalista e i suoi media fingono di non comprendere che cosa significano ingenti deficit commerciali protratti per anni, o fingono di considerare le tariffe uno strumento antiquato. I media americani non spiegano il costo di 30 anni di massicci trade deficit per la classe media e gli americani non ricchi in termini di perdita di reddito, di salari e di lavoro. Però un argomento molto presente su quei media è che le tariffe sono “tasse pagate dai consumatori USA”, cioè che i dazi fanno aumentare i prezzi al consumo. In realtà le tariffe del 10%, in essere su merci cinesi per oltre un anno dalla primavera 2018 in poi, hanno causato un aumento minimo nel prezzo dei relativi prodotti e non hanno danneggiato, al contrario, l’economia USA.

Trump dice no a un accordo finto, nonostante le pressioni che arrivano da lobby influenti. Per lui sarebbe stato facile accettare un accordo con cui la Cina compra più grano o soia o automobili in America: avrebbe ottenuto i consensi di Wall Street, con il rialzo dei mercati globali. Quella di Trump è una scelta di leadership. Steve Bannon la vede addirittura come un punto di svolta per fermare il molto annunciato declino americano. Di certo, con l’impresa di cambiare la relazione con la Cina in materia di commercio e in materia di attività hacker, Trump non diviene un altro presidente (dopo Obama) che acconsente al declino nazionale. Trump sa che del declino fanno parte le fabbriche che chiudono e la droga che entra nel paese, i furti di tecnologia civile o militare e gli eccessivi sbilanci commerciali. La coerenza di Trump nel respingere un accordo difettoso è una sconfitta maggiore dei globalisti.

L’accordo commerciale possibile tra USA e Cina, che si riprende a negoziare nell’estate 2019, è soltanto un armistizio nella guerra economica. I suoi contenuti sono i seguenti: Pechino si impegna a ridurre lo sbilancio commerciale con l’acquisto di più merci USA, anzitutto derrate agricole ed energia (tra cui 18 miliardi di dollari di gas liquido); si impegna a ridurre le tariffe da sempre applicate su merci USA, tra cui le automobili, e a non eseguire svalutazioni competitive della valuta (il yuan); si impegna, con promessa personale di Xi gradita a Trump, a imporre controlli sulla produzione in Cina di fentanyl, la droga sintetica che ha invaso l’America: nelle parole di Xi, “qualunque entità cinese” trasferisca (il che spesso avviene via Messico) la droga negli USA va incontro in Cina a “pene capitali”, in base a una nuova legge. Meno definiti sono gli impegni cinesi in materia di spionaggio e furti hacker, che il governo di Pechino nega e su cui dunque è evasivo. Un’altra nuova legge cinese dovrebbe ridurre la pratica usuale delle pressioni su aziende occidentali che operano in Cina, affinché consegnino tecnologia a consociate cinesi; però i critici affermano che l’impegno non è formulato in modo convincente. E in ogni caso le leggi in Cina hanno un valore relativo, perché sono del tutto superabili dal volere politico di chi dirige il partito comunista: il sistema legale è una provincia minore e controllabile del potere.

Di fatto l’accordo è molto difficile. La Cina non vuole rinunciare ai vantaggi acquisiti. Trump ha denunciato un pesante squilibrio: ancora nel 2018, quando le tariffe hanno iniziato a rallentare l’export cinese, gli USA, in pieno rilancio economico, hanno un deficit commerciale con la Cina di quasi 400 miliardi di dollari, il più alto da 10 anni, che inizia poi a calare nel 2019. Il governo cinese fa alcune concessioni, altre le finge. Se Pechino non ammette le intrusioni cyber, o il furto di proprietà intellettuale, o le tecniche usate per sottrarre dati militari, e si limita a comprare più mais e soia, o più gas, l’accordo rimane parziale, cosmetico. Trump chiede, come condizione per un patto commerciale, che i cinesi mettano fine ai furti di programmi americani. Poi però, come nel caso dell’immigrazione legale e di quella illegale, egli non può governare da solo. In Congresso, per i Democratici il problema maggiore sembra quello di rovistare nelle sue dichiarazioni dei redditi. In ogni caso, con la sua resistenza alla Cina, Trump ha imposto la realtà che gli USA sono una nazione sovrana, e non l’anello di una catena in un’economia globalizzata le cui regole sono concordate da Goldman Sachs con il governo di Pechino. Da parte sua, il governo cinese vuole soltanto la revoca delle impreviste tariffe di Trump; e poi vuole aspettare un diverso presidente USA.

Che cosa si può davvero ottenere da un accordo commerciale con la Cina? La riduzione del deficit commerciale USA (o dei deficit europei, se i governi europei fossero schierati con Trump), con maggiori acquisti di merci da parte cinese: questo sì. Tutto il resto è incerto. Il governo cinese non vuole rinunciare ai furti e allo spionaggio che da decenni consentono di saccheggiare programmi ad alta tecnologia. Inoltre, solo in parte è possibile ridurre la pratica cinese di costringere al trasferimento di tecnologia le imprese americane (o europee) che entrano sul mercato cinese, anche perché la decisione finale spetta a quelle imprese. Quanto alle società cinesi, esse continueranno a essere controllate dallo stato. Quasi niente il governo cinese concede sulla riduzione dei sostegni per le società di stato, perché tali sostegni fanno parte del modello economico cinese e mantengono il potere del partito unico. Per esempio, il motivo per cui il maggior produttore al mondo di treni veloci è cinese (la società CRRC) si trova, oltre che nei furti di tecnologia in Occidente, nei sussidi che esso riceve dallo stato. Da ultimo, tutte le correzioni previste dall’accordo sono legate al permanere delle tariffe imposte da Trump, come strumento per forzare l’applicazione di quanto concordato. E poiché le violazioni da parte cinese restano probabili, l’obiettivo che si impone al governo Trump è di disimpegnare l’economia USA da quella cinese e di affidare all’intelligence la guerra contro le intrusioni cyber e lo spionaggio della Cina. Il dovere delle agenzie di intelligence americane e dei loro sofisticati strumenti non è quello di lasciarsi coinvolgere in finte indagini su collaboratori o familiari di Trump – finte indagini indegnamente promosse dai repulsivi politici Democratici che nel 2019 sono a capo delle Commissioni Giustizia, Intelligence e Sorveglianza della Camera –, bensì quello di difendere la nazione anche sul piano informatico e anche con ritorsioni.

 

taddeiClaudio Taddei

scrittore