Una nuova "metamorfosi" della gnosi. Roger Scruton e i censori del “politically correct” – L. Allodi

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SCRUTON“…Ci stiamo infilando in una pericolosa condizione sociale in cui la diretta espressione di opinioni che confliggono – o anche solo sembrano confliggere - con un ristretto insieme di idee ortodosse, viene istantaneamente punita da una banda di guardiani auto-proclamati…in tal modo si rischia un conformismo avvilente intorno ad una serie di discutibili dottrine ufficiali in cui ci viene ordinato di sposare una visione del mondo che non possiamo mettere alla prova per paura di essere pubblicamente umiliati dai censori. Questa visione del mondo può portare ad un ordine sociale nuovo e liberato, oppure può portare alla distruzione sociale e spirituale del nostro paese. Come possiamo saperlo se abbiamo troppa paura per discuterne?” (Roger Scruton)

Come ben sa chi abbia una qualche familiarità con le opere di pensatori del rango di Augusto Del Noce, Eric Voegelin ed Emanuele Samek Lodovici, quella malattia dello spirito che chiamiamo mentalità gnostica è una sorta di virus mutante, sempre pronto a rinascere in forme e stili di pensiero solo apparentemente assai diversi tra loro. Uno dei maggiori meriti di un libro di cui non si elogerà mai a sufficienza la pubblicazione, Politicamente corretto. Storia di una ideologia (Marsilio, 2018) di Eugenio Capozzi, è di aver colto nella ideologia del “politicamente corretto” una delle ultime incarnazioni della mentalità gnostica. Mentalità che nel corso del secolo scorso ha assunto soprattutto la forma del fanatismo utopico e del dualismo manicheo che ha alimentato la “speranza della rivoluzione” e le ideologie totalitarie. La “rivoluzione dei desideri” del ’68, nella quale si realizza l’incontro tra un marxismo in crisi e il freudismo (apertura che si rivelerà un abbraccio mortale), non solo ha determinato quello che Augusto Del Noce ha definito “suicidio della rivoluzione” (l’esito della lotta marxista contro la società borghese opulenta è stato il trionfo proprio della società borghese edonista e libertaria: la rivoluzione proletaria si è suicidata ed è deflagrato il principio di piacere), ma ha creato anche le condizioni perché questa ineliminabile e mai sopita tendenza dualistica del cuore e della cultura umana, lo gnosticismo appunto, potesse assumere una nuova e più sottile forma, apparentemente innocua, post-ideologica e post-totalitaria. Merito del libro di Eugenio Capozzi sta nel dimostrare, attraverso una ricostruzione storica puntuale e convincente, come l’ideologia del “politicamente corretto” non sia altro, alla fine, che la forma ultima e più aggiornata della mentalità neo-gnostica. L’utopia palingenetica del “puoi essere ciò che vuoi” (prescindendo gnosticamente dalla tua natura umana che ti è assegnata), che inaugura la “dittatura dell’autodeterminazione”, scrive Capozzi, costituisce l’indimostrato assioma dell’ideologia del “politicamente corretto”, una ideologia intrinsecamente relativistica e nichilistica.

Un’ideologia, tuttavia, che alla prova dei fatti mostra un volto che poco ha a che fare con quel pluralismo di cui si alimenta ogni autentica democrazia, un volto censorio e intollerante soprattutto nei confronti di idee e argomenti che non rientrano nel Mainstream corrente. Questo è esattamente quello che ci insegna una vicenda come quella che ha colpito di recente uno dei massimi filosofi europei contemporanei, Roger Scruton, al quale, in ultima istanza, il neo-progressismo intollerante e censorio del “politicamente corretto” non può perdonare l’illuminato conservatorismo e l’impegno, a tutto campo, in difesa della civiltà occidentale e della sua identità storico-culturale.

Quando Capozzi definisce l’ideologia del “politicamente corretto” come “ideologia dell’Altro” ci ricorda una definizione che Emanuele Samek Lodovici ha proposto nella sua opera sulle metamorfosi contemporanee della gnosi. Cercando di chiarire la differenza fra cristianesimo e gnosticismo, questi aveva osservato: “Il cristianesimo, come tutti sanno, è una religione storica, una religione che afferma che il mondo e la storia hanno un valore eminente perché in essi si incarna…. il Logos di Dio. Tra Dio e il mondo, pertanto, non può sussistere un intervallo assoluto, semmai una differenza di livelli, e il cristianesimo ha in comune con la grecità un certo sospetto per tutte le affermazioni su Dio, o il divino, come totalmente Altro del mondo” (Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1979, p. 11).

Il richiamo ad un quasi “totalmente Altro” e l’allofilia (il culto per tutto ciò che non è occidentale, bensì proviene da altre culture), è esattamente ciò su cui si regge la ideologia del politicamente corretto, che per Capozzi rappresenta la vera eredità di quella rivoluzione culturale prodotta dai movimenti giovanili degli anni sessanta, che egli considera “la forma di cesura più decisiva” della storia politica del Novecento. Fallita come rivoluzione politica, la mentalità gnostica si presenta ora come “un catechismo civile, una somma di ‘precetti’, di divieti, di censura, in cui si comprende la retorica di un’ideologia ben precisa: quello che possiamo chiamare neo-progressismo, ideologia dell’Altro, l’’utopia diversitaria’. Ossia l’ideologia che condanna in blocco come imperialista e discriminatoria la cultura euro-occidentale, e progetta di cambiare la mentalità dell’umanità per sostituirla con un radicale relativismo culturale ed etico. È una retorica che è diventata il tratto distintivo delle élite politiche, intellettuali, istituzionali, mediatiche e dell’intrattenimento di massa in Occidente tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, conquistando un sostanziale monopolio sul linguaggio e sull’etica pubblica, in assenza di ‘narrazioni’ contrapposte dotate di pari rappresentatività”. (Cfr.: Intervista ad Eugenio Capozzi, “Politically correct, ‘è colpa nostra’ come catechismo”, a cura di Aurelio Porfiri, in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 23/3/2019).

Il “politicamente corretto” non può accettare, né confrontarsi realmente con “narrazioni contrapposte”. Quando queste s’incarnano magistralmente in un’opera filosofica come quella di Roger Scruton, densa di argomentazioni razionali, illuministiche, fortemente protesa al libero confronto, le reazioni allora diventano scomposte, i censori della dittatura del politicamente corretto non escludono di ricorrere anche alla manipolazione giornalistica dei passi più significativi di una Intervista come quella che Roger Scruton ha ingenuamente rilasciato al giornalista progressista George Eaton, del New Statesman. Sulla base della versione manipolata e pubblicata, si giunge così alla decisione del Governo conservatore inglese di “rimuovere Sir Roger Scruton, con effetto immediato, dalla presidenza della commissione “Building Better, Building Beatiful”, a seguito delle sue dichiarazioni inaccettabili”. Estrapolazioni volte a costruire l’immagine di uno Scruton “islamofobo, omofobo, razzista e antisemita”.

Per Eugenio Capozzi l’ideologia del “politicamente corretto” non è altro che la pretesa di “eliminare ogni termine o concetto che possano essere considerati discriminatori’, ‘offensivi’, espressioni di una concezione gerarchica e di valori ‘forti’, per imporre un’idea di ‘rispetto’ che in effetti coincide con un totale indifferentismo nel quale la ‘verità’ politica è decisa volta a volta dalle élite che dettano la linea della società”. L’affermarsi di questa ideologia realizza, di fatto, una “svolta di tipo relativistico-nichilistico, soggettivistico, edonistico, antiumanistico” e un vero e proprio “parricidio delle radici culturali occidentali” e persino del logos greco-cristiano.

L’uomo occidentale deve essere “rieducato”, essendo il responsabile di tutti i mali del mondo. E come? Con una terapia rigorosamente relativistica che sopprima ogni ricerca comune di una verità da condividere (salvo poi dare la caccia alle presunte fake news che – spesso – sono quelle sgradite all’establishment e pretendere di detenere una superiorità intellettuale e perciò pretendere anche di giudicare le concezioni politically incorrect in nome di una Verità) “accogliendo indistintamente tutto i modelli culturali, tutte le condizioni esistenti, tutte le componenti minoritarie” che in passato l’Occidente ha “soggiogato”. Un rifiuto della storia in nome di una “ideologia dell’Altro”, introvabile luogo di una perfezione disincarnata e del tutto astratta: “L’Altro, ridotto ad un concetto astratto, diventa il salvatore, il redentore di una storia sbagliata e la radice di una nuova civiltà più gentile, tollerante, in cui i conflitti una volta eliminato il ‘peccato originale’ del dominio, della gerarchia, del ‘pensiero forte’, dovrebbero sparire”. Qual è il male da eliminare? Non un singolo male, non qualcosa su cui si possa intervenire migliorando i grandi risultati raggiunti da una cultura, da una civiltà. Semplicemente, dice Capozzi, la via diventa ora quella che vuole eliminare “la storia di una civiltà, tout-court”. Pensatori che denunciano questa “cultura del ripudio”, che si sforzano, con magistrali riflessioni sui valori dell’Occidente, di difenderne l’identità e anche le conquiste (universalmente valide), diventano così i veri “nemici dell’umanità”, sono il più grande ostacolo all’affermarsi di questa nuova “Ideologia dell’Altro”. La “Virtus Europaea” richiamata ne La Dichiarazione di Parigi del 2017 proprio da Roger Scruton, Robert Spaemann e Remi Brague (insieme ad altri pensatori), viene così bollata come risposta “fobica” nei confronti di ogni altra cultura.

L’analisi di Capozzi, tuttavia, intravvede anche i segnali positivi di un vero e proprio “ritorno alla realtà”: “Non a caso, il monolitico dominio della narrazione politico-correttista ha cominciato a mostrare le prime, serie crepe quando, a partire dalla grande crisi economico-finanziaria del 2008, quelle classi dominanti sono entrate in crisi e hanno cominciato ad essere sfidate dai perdenti della globalizzazione, con la crescita dei movimenti sovranisti, identitari, neo-nazionalisti”.

Ma anche una vicenda come quella di Roger Scruton, a ben vedere, sembra confermare paradossalmente una inversione di tendenza. In essa si manifesta la scomposta reazione di un neo-progressismo libertario che ora deve ricorrere alla “disonestà giornalistica”, come ha mostrato Douglas Murray sullo “Spectator”. A danno ormai prodotto (l’allontanamento di Scruton dalla Commissione governativa di cui abbiamo detto), l’intervistatore è stato costretto a pubblicare le frasi di Scruton non ritoccate.  

Circa il presunto “antisemitismo” di Scruton, Marco Respinti (Scruton nel mirino della censura dell’Impero di Soros, in “La Nuova Bussola Quotidiana”, 13 aprile 2019) ha ricordato come fra le frequentazioni intellettuali di Scruton ci siano molti ebrei e come nessuno “lo abbia mai sentito proferire mezzo verbo antisemita. Nulla in lui c’è di ostile agli ebrei”. Nel 2016 Scruton, ricorda ancora Respinti, ha difeso “l’Università dell’Europa Centrale di Budapest finanziata da Soros e minacciata di chiusura dal governo ungherese” e “nello stesso anno ha criticato l’antisemitismo ungherese in una conferenza all’Accademia ungherese della capitale magiara”.

La presunta “islamofobia” di Scruton viene in realtà impropriamente desunta da un’affermazione in sé del tutto legittima: il rischio cioè, che l’uso di una tale espressione “diventi un modo per chiudere ogni dibattito su una questione in cui è ammessa una sola visione possibile”. Ancor più evidente si è rivelata la manipolazione in ordine al richiamo di Scruton al popolo cinese: presentato come un attacco tout-court al popolo cinese, in realtà non era altro che “un attacco alle intenzioni del Partito Comunista Cinese di Pechino di trasformare i cittadini in replicanti”.

Noto è il coraggio civile che questo grande pensatore ha dimostrato. Negli anni Ottanta, infatti, Scruton “è stato l’anima di un fiorente circuito di ‘università clandestine’ in vari paesi oltre Cortina di ferro e ultimamente tra gli ispiratori di un tavolo permanente fra intellettuali conservatori europei attivo con il nome di ‘Center for European Renewal’” (Cfr. M. Respinti, articolo citato).

Per aver creato (anche rischiando di persona) una tale rete accademica e clandestina, nel 1998 Scruton è stato insignito della medaglia al merito della Repubblica Ceca dall’allora Presidente Vaclav Havel. Anche il governo polacco, in questi giorni, gli ha voluto conferire la massima onorificenza per uno straniero: la Gran Croce dell’ordine al merito della Repubblica. Nella motivazione, il Presidente Andrei Duda ha sottolineato “l’impegno intellettuale a sostegno della liberazione del nostro paese dalla morsa comunista e la difesa dei valori cristiani oggi minati da false ideologie moderne”.

Può essere utile, a conclusione di queste considerazioni, richiamare quelle che in Confessioni di un eretico (D’Ettoris Editore, 2018) Scruton propone come le sette caratteristiche–chiave del patrimonio culturale occidentale: la cittadinanza; la nazionalità (“nessun ordine politico può raggiungere la stabilità se non può fare appello a una lealtà condivisa, a una ”prima persona plurale, ad un ‘noi’, che distingue coloro che hanno in comune i benefici e gli oneri della cittadinanza da coloro che sono fuori da questo ambito”); il cristianesimo; l’ironia (l’ironia non si esime dal giudicare: riconosce semplicemente che colui che è giudice è anche giudicato e giudicato da se stesso”); l’auto-critica (“è come una seconda natura per noi, ogni volta che affermiamo qualcosa, dare spazio alla voce di chi sostiene il contrario”); l’idea di rappresentanza (il genio associativo, l’antico uso di associarsi liberamente); il bere (il lubrificante necessario del dinamismo dell’Occidente: “il bere pone gli sconosciuti in uno stato di aggressività controllata, li abilita e li dispone a impegnarsi in qualsiasi attività che scaturisca dalla conversazione in corso fra loro”).

Alla domanda “che cos’è una cultura?” Scruton propone una risposta sulla quale val la pena riflettere a fondo. Una cultura, egli dice, è uno spazio e un tempo. Cittadinanza, nazionalità, cristianesimo, ironia, auto-critica, rappresentanza, bere: le parole-chiave che hanno un senso soltanto se le si collega ad una storia, cioè, appunto, ad uno spazio e ad un tempo. Esattamente ciò che ogni mentalità gnostica pensa di poter rimuovere dall’esperienza umana e collettiva, con la sua astratta e indeterminata “ideologia dell’Altro” e con le sue sconclusionate censure “politicamente corrette”.


allodiLeonardo Allodi

professore associato di sociologia dei processi culturali

Dipartimento Scienze Politiche e Sociali

Università di Bologna