I moderati e il sovranismo – G. Valditara

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Il panorama politico dell'Occidente assiste ad una offensiva in grande stile delle forze "globaliste" contro il "pericolo sovranista". Qualcuno ha conseguentemente celebrato prematuramente la crisi del sovranismo. 

Ma intanto cosa si deve intendere per "sovranismo"? Come ho più volte sottolineato, sovranismo allude innanzitutto alla sovranità popolare, vale a dire alla istanza, rivendicata in questi anni da milioni di cittadini da Seattle a Varsavia, di non essere governati da oligarchie elitarie, ma di poter esprimere una volontà decisiva nelle scelte fondamentali per il Paese. In altre parole sovranismo richiama l'essenza stessa della democrazia. Appare dunque inquietante questa santa alleanza contro il sovranismo culturalmente inteso, che è in realtà una santa alleanza contro la democrazia. 

Va anche detto peraltro che non sempre la politica "sovranista" ha fatto chiarezza su cosa essa stessa intenda. Si è per esempio parlato da taluni in modo eccessivo di sovranità nazionale, lasciando ai margini il tema invece prioritario della sovranità popolare. È passata così nella rappresentazione mediatica la identificazione del sovranismo con una sorta di riedizione di vecchie forme di nazionalismo. Il tema della immigrazione, che è indubbiamente rilevante, non sempre è stato spiegato come una indiscutibile e oggettiva esigenza di ordine, di crescita economica e di rispetto della democrazia. In alcuni Paesi europei questa difficoltà a inquadrare correttamente il tema della immigrazione è apparsa evidente. Sono anzi riemerse in qualche realtà del Nord e dell'Est Europa inquietanti incrostazioni xenofobe. 

Venendo specificamente alla situazione italiana ci si trova di fronte alla necessità di un passo in avanti, per diventare stabilmente una alternativa di governo concreta e probabile al fronte globalprogressista.

Il punto di partenza deve essere una riflessione sulla straordinaria sovrapposizione statistica fra il risultato ottenuto dalla Lega alle Europee del 2019 e quello conseguito dalla Dc alle ultime politiche prima di Tangentopoli, vale a dire nel 1987: rispettivamente 34,3% e 34,2%.

Considerando che oggi vi è a destra un movimento capace di raggiungere ben il 6% e forse più dei consensi, è di tutta evidenza che di quel 34.3 % la gran parte è voto cosiddetto "moderato", direi meglio "benpensante". Si tratta cioè della classica maggioranza silenziosa o maggioranza morale che vuole ordine, stabilità, sviluppo, rispetto di valori tradizionali.

Si tratta, cioè, niente altro che di un fronte che con lessico politologico si può ben definire "conservatore". Per la provenienza del consenso, molto voto delle periferie e della provincia rispetto ai centri storici, molti operai e impiegati, meno élite, è anche un voto "popolare".

A questa riflessione va aggiunto che l'ansia di crescita che deve caratterizzare un grande movimento politico non ispirato a logiche regressive (sul tipo "decrescita felice") deve far acquisire alla sua classe dirigente una netta opzione di tipo liberale nel campo economico.

La Lega appare dunque naturalmente destinata ad essere un movimento liberalconservatore con un forte legame popolare. Quell'elettorato, nella sua maggioranza, rifugge peraltro da avventurismi e da estremismi.

Vi è poi un'altra considerazione. Non sempre i potentati finanziari sono politicamente prevenuti. Più spesso chi muove l'economia mondiale cerca solo stabilità, ha il terrore di salti nel vuoto.

Una Lega che voglia dunque candidarsi a guidare il Paese deve affrontare alcuni passaggi necessari. Occorre intanto fare chiarezza in modo definitivo sull'Europa. Ebbi a scrivere che qualunque sia stata la originaria convenienza del nostro Paese, uscire oggi dall'euro è più difficile che uscire dall'Europa. L'economia italiana è oggi intimamente inserita nel sistema euro, qualsiasi riflessione alternativa rischia di essere sterile e politicamente controproducente.

Occorre poi aver sempre ben presente che tutti i grandi Paesi perseguono innanzitutto i propri interessi. La facilità con cui Trump ha benedetto il nuovo governo Conte e il solido dialogo fra Putin e Macron, dialogo che certamente non considera istanze ideali, stanno a significare che l'Italia deve perseguire pure essa esclusivamente i propri interessi. Questi da una parte comportano buoni rapporti con gli Usa e politiche di non discriminazione verso la Russia, ma dall'altra la considerazione che il nostro futuro passa inequivocabilmente dall'Europa. La battaglia si sposta dunque proprio verso una Europa più forte, che deve cioè garantire i propri confini, avere una forte consapevolezza del proprio passato e quindi una forte identità, deve ispirarsi al principio liberale e democratico di sussidiarietà, deve abbattere la burocrazia di Bruxelles, deve concentrarsi sulle questioni importanti che attengono per esempio alla difesa (con finalmente un proprio esercito), alla immigrazione, alla ricerca, alla formazione, all'ambiente e non sviluppare un sistema asfissiante di regole di dettaglio. Deve cioè garantire una cornice solida, lasciando poi ai territori di riempire i contenuti.

Ciò che conta però è saper sviluppare in Europa una politica di alleanze che faccia pesare il nostro Paese, tradizionalmente non molto influente a Bruxelles e dintorni. Con questi presupposti, e cioè entro un dialogo forte e costruttivo, va promossa una revisione delle politiche di bilancio restrittive, che ormai sono impopolari persino in Germania, pur considerando che un conto è fuoriuscire per esempio dai limiti di spesa su infrastrutture e ricerca, un altro ritornare alle politiche di finanza allegra di un certo passato.

Occorre poi iniziare un dialogo con le forze popolari e liberalconservatrici del Continente. Ciò che propone Salvini in tema di immigrazione è già ampiamente attuato in molti Paesi europei. Talvolta è solo questione di toni e di sfumature. Il principio di sussidiarietà e quello identitario non possono essere spariti dal lessico di partiti come i popolari austriaci o la Csu, ma probabilmente di una parte della stessa Cdu. Occorre saper dialogare con queste realtà politiche.

Il tema della innovazione e quindi della ricerca è strategico per concepire una idea stessa di sviluppo dell'Italia. Così come la cosiddetta economia circolare e la economia sostenibile sono i presupposti di una nuova visione della società che non possono essere certamente lasciati ai globalprogressisti in nome di superati e inefficienti modelli di consumo e di fonti energetiche di importazione.

La partita per governare il futuro è dunque estremamente aperta. Occorre ora avere una visione strategica e sapersi attrezzare arricchendo di competenze la classe dirigente.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di giurisprudenza dell’Università Europea di Roma