La lezione nazional-conservatrice che viene dagli Usa – M. Gervasoni

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bandierausa2Che il nazionalismo sia un sentimento regressivo, condiviso solo da chi è a corto di diplomi o dal clintoniano basket of deplorables, è una autentica stupidaggine molto condivisa in Europa: dettata anche da ignoranza. Si informino i liberali nostrani che quelli d’oltreoceano, come Martha Nussbaum, hanno ritratto le loro idee cosmopolitiche, considerate fallimentari (cfr. il suo ultimo libro, The Cosmopolitan Tradition) Un’ennesima conferma la si ha scorrendo la lista dei nomi dei partecipanti alla Conferenza sul nazional-conservatorismo, svoltasi a Washington lo scorso luglio e organizzata dalla Edmund Burke Foundation; l’immagine caricaturale dei nazionalisti come sdentati in preda alle pulsioni più elementari svanisce come le tenebre all’apparire dell’alba.

John Bolton, allora ancora Consigliere in politica estera del presidente Trump, il fondatore di Pay Pal, Peter Thiel, l’anchor man Fox Tucker Carlson, lo storico di Harvard esperto di Medio oriente Daniel Pipes, tutti «nazionalisti esasperati»? E abbiamo citato solo i nomi più noti in Italia, ma la conferenza ha riunito il meglio degli accademici e degli intellettuali pubblici, chair di importanti fondazioni del mondo repubblicano, quasi tutti autori negli ultimi anni di testi sulla crisi del liberalismo, del progetto politico occidentale e della società americana: da Patrick J. Deneen a F. H Buckley, da Mary Eberstadt al filosofo ed eurodeputato polacco del Pis, Ryszard Legutko, dal direttore della rivista cattolica « First things » R. R. Reno al direttore di « National Affairs » Yuval Levin. Anche se l’ideatore in capo, autore dello speech di riferimento (Why National Conservatorism) è il teologo israeliano-statunitense Yoram Hazony, com il suo libro seminale The Virtue of nationalism, ora tradotto in Italia per Guerini e Associati.

L’evento ha acceso l’interesse della stampa americana prima e poi di quella di molti paesi europei, mentre quasi nulla è apparso nel nostro paese, che di solito si sdilinquisce per ogni minimo sospiro proveniente dall’America, purché sia progressista e liberale. Non credo che il motivo vada ricercato nel carattere in larga parte americano-centrico delle questioni e nella relativa scarsa notorietà presso il pubblico italiano dei relatori: non si spiegherebbe altrimenti l’intesse della stampa tedesca, inglese, spagnola e persino francese.

Il disinteresse italiano è da cercare piuttosto nei due concetti chiave proposti dal Convegno, il nazionalismo e il conservatorismo, che nel nostro paese hanno avuto sempre vita difficile. Dopo il 1945 la politica e la storiografia hanno costruito una damnatio memoriae non solo della ricca esperienza del nazionalismo di Corradini, Volpe, Rocco, ma anche della stessa idea nazionale, che aveva fatto grandi il Risorgimento e l’Italia liberale; soprattutto attraverso un’artificiosa e antistorica contrapposizione tra il concetto di patria, buona, e di nazione, cattiva. Peggio ancora per il concetto di conservatorismo, che nessuno, dopo il 1945, se non il tardo Prezzolini e pochi altri, ha voluto rivendicare: basti dire che nella più importante impresa conservatrice in termini culturali e politici nata in Italia dopo il 1945, « Il Giornale », quasi nessuno, a cominciare da Montanelli, osava definirsi conservatore.

Eppure la sfida del presente, e del futuro, consiste proprio nel far crescere un corpo culturale e ovviamente politico di carattere nazional-conservatore. Se comprendiamo che, sulla breve distanza, i leader politici possano riscontrare difficoltà a rivendicare il termine, il compito degli studiosi e degli analisti dovrebbe invece consistere nel fornire significato a questa formula. Per questo ci appare utile riflettere sul convegno americano, per tentare di capire se alcune delle idee lanciate possano essere introdotte in Italia.

Anche se il repertorio di temi nell’iniziativa della Burke Foundation è stato assai ricco, possiamo isolare alcuni punti chiave che ci permettono di parlare di un nuovo conservatorismo americano: nuovo, attenzione, e non neo. Anzi il nuovo conservatorismo sembra nascere in aperta polemica con quello che negli anni tra Clinton e Bush si era ribattezzato come neo conservatorismo; tanto che lo stesso Bolton, presente alla Conferenza, erroneamente viene in Europa considerato un sostenitore di questa tendenza.

Il primo e più evidente elemento di contrasto tra il nuovo conservatorismo, nazionale, e il neo conservatorismo, riguarda la politica estera degli Usa: tanto erano wilsoniani e interventisti i neo-con, quanto è fondato sulla teoria del realismo politico il nazional-conservatorismo; la democrazia e il liberalismo non si esportano con guerre rivoluzionarie, come volevano i consiglieri di Bush, molti dei quali trotzkisti da giovani. Anzi, non si esportano proprio, essendo la democrazia e il liberalismo il prodotto di secolari trasformazioni proprie dell’Occidente e che forse, ma molto gradualmente, potranno verificarsi anche fuori, ma non su pressione militare e neppure politica - da qui per esempio la scarsa fiducia dei nazional-conservatori nei confronti dello strumento delle sanzioni.

Questo elemento discende da una visione del mondo nat-con e potemmo dire da un’antropologia che si sono allontanate dai neo-con da un punto di vista filosofico politico. Mentre l’uomo dei neo-con era un individuo, l’uomo dei nat-con è persona. Il primo era l’atomo isolato dalla società, con cui entrava in rapporto attraverso un contratto, l’uomo dei net-con è invece immerso (o almeno dovrebbe) nella comunità, sia il little platoon di Burke, sia la comunità politica rappresentata dalla nazione. Se l’uomo dei neo-con ricerca il proprio interesse in termini utilitaristici, l’uomo dei nat-com persegue (o dovrebbe perseguire) il bene comune.

La rottura con i neo con è, come tutte quelle importanti, anche di matrice religiosa. Tra i nat-con vi sono ebrei, luterani, calvinisti, evangelici, e ovviamente atei o agnostici, ma assai più nutrita è la presenza di cattolici: sia praticanti, aderenti alla Chiesa cattolica americana (e docenti nelle università cattoliche Usa) sia seguaci della tradizione filosofico politica del cattolicesimo. Da qui un deciso recupero del pensiero neo tomistico e attraverso quello, del classico aristotelico. Cambia anche il rapporto con la religione: mentre per i neo con, in cui prevaleva la presenza protestante messianica ed ebraica, la religione era intesa come un fatto di civiltà e di cultura, da contrapporre all’islam non occidentale, senza interrogarsi se da un punto di vista filosofico essa fosse dotata di verità, per i net-con la visione cristiana (cattolica) del mondo e della società è portatrice di verità. Il nazional-conservatorismo è fondato su una ontologia di carattere cristiano, mentre quella neo-con su un’ontologia di carattere individualistico-contrattualistico. David Hume (neo con) vs Aristotele (nat con), nominalismo vs realismo ontologico.

Da qui anche la contestazione alla dottrina liberale. Dopo il crollo del muro di Berlino essa sembrò trionfare, tanto che il cleavage si era organizzato contrapponendo liberali progressisti e liberali conservatori (e i neo con appartenevano a questa seconda schiera). Le differenze tra i due campi erano enormi (i lib prog durante l’era Bush jr. accusavano i neo-con di essere fascisti) ma il punto comune su cui poggiavano era appunto il liberalismo. I nat-con invece sottopongono a severe critica il liberalismo, soprattutto quello che uno di loro, Deneen, chiama il « liberalismo di seconda ondata », impostosi a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Un liberalismo individualistico e nichilistico, conseguenza delle aporie presenti nel liberalismo classico: da qui la ricerca di una via post liberale da parte del nazional-conservatorismo.

Se la comunità politica non è semplicemente la sommatoria dei singoli individui ma un intreccio di persone legata dalla tradizione, dall’appartenenza a un luogo, dalla identità culturale, linguistica (ma anche etnica) oltre che dagli interessi, viene meno nella visione net-con il cosmopolitismo multilateralista neo con, che pensava il mondo in termini di impero, con capitale sulle collina di Washington. I nat-con rigettano invece radicalmente, anche per gli Usa, la forma impero e ritengono, come scrive Hazony, che la nazione sia la dimensione naturale (nel senso aristotelico) della comunità politica, quella più virtuosa in senso classico.

Cambia anche profondamente la visione dell'economia dei nat-com: se i neo con erano essenzialmente free marketer e libertarians, vista l’antropologia individualistica, per cui tutta la società è il frutto di un contratto tra singoli, i nat-con sono molto più attenti alla compatibilità del corpo sociale, fino a recuperare una certa critica del capitalismo presente nella tradizione conservatrice e repubblicana statunitense fino agli anni Sessanta (si pensi, per citare il caso più famoso, al presidente Theodore Roosevelt) Ecco cosi le critiche net-con nei confronti del big business, che spinge gli individui a perseguire essenzialmente guadagno e profitto; portando però alla distruzione o all’indebolimento della cellula fondamentale della società, la famiglia. Alla Conferenza di Washington è stato il giornalista Fox, Tucker, a farsi portavoce di queste tendenze, in forma rumorosa ma assai intelligente. Da qui altre due revisioni che investono il progetto politico di un partito conservatore, quale ad avviso dei net-con dovrebbe essere il repubblicano: non più pro immigrazione e non più pro business.

La campagna elettorale di Mitt Romney contro Obama del 2012 è stata in questo senso una caricatura di ciò che, secondo i nat-con, non dovrebbe essere il Gop: pro immigrazione libera, silente su temi come aborto e matrimoni gay, Romney non sembrava troppo diverso da Obama, tranne sul welfare, che l’esponente repubblicano voleva ridurre (molti ricordano la sua gaffe contro i food stampers, coloro che utilizzano i sussidi federali per il cibo) mentre Obama voleva conservare o ampliare.

Come scrive uno dei partecipanti alla conferenza, J. D. Vance, autore nel 2016 di un bestseller necessario per capire la vittoria di Trump, Hillibilly Elegy, le politiche pro business dei lib prog e dei lib con hanno prodotto la distruzione del capitale sociale, e i nat con, come scrive Buckley, altro relatore alla conferenza, devono tornare a rappresentare, come è stato a lungo nella loro storia, l’interesse dei lavoratori.

Nazionalismo democratico, tutela della identità e della comunità locale, rispetto e conservazione della tradizione, critica del predominio del mercato e soprattutto delle derive del capitale finanziario, patto tra produttori, cioè imprenditori e lavoratori. Tutti temi a cui i nat-con europei ed italiani dovrebbe guardare, come stanno facendo in Italia molti del blocco cosiddetto sovranista, che quindi potremmo cominciare a chiamare nazional conservatore.

 

gervasoniMarco Gervasoni

professore ordinario di storia contemporanea

Università degli Studi del Molise