Le identità nazionali e la costruzione dell’Europa – M. Paolino

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bandieraue5Quale rapporto esiste fra le identità nazionali, che per secoli si sono costruite nella coscienza dei popoli europei, e il processo di integrazione europea, così come si è sviluppato nel corso del Novecento? Sono le due realtà in contrasto tra di loro, come appare ad uno sguardo superficiale, oppure esse sono più legate di quanto si pensi?

Chi ci può aiutare in questo lavoro di chiarificazione intellettuale è Giovanni Paolo II, che ha riflettuto a lungo sui problemi delle identità e delle tradizioni nazionali, sottolineando come la costruzione europea non abbia annullato le differenze nazionali (Esortazione Apostolica Ecclesia in Europa, paragrafo 4) e come ciò si sia dimostrata una ricchezza per l’Europa: la conoscenza della storia e della cultura delle nazioni e dei popoli che sono entrati a far parte dell’Unione Europea ha consentito di costruire (anche se faticosamente) un humus civile comune (paragrafo 110). Ed è stato Benedetto XVI a ricordarci che è necessario, nella costruzione europea, saper tener conto delle differenti identità nazionali (Discorso ai partecipanti al congresso promosso dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea, 24 marzo 2007, «L’Osservatore Romano», 25 marzo 2007): non bisogna annullare la ricchezza e la varietà delle singole culture nazionali, bensì occorre saperle mettere in comunicazione fra di loro, per giungere ad un reciproco arricchimento e per «far nascere dalla varietà delle esperienze locali e nazionali una nuova e comune civilizzazione europea», come ha avuto modo di affermare Giovanni Paolo II (Discorso ai partecipanti al V Simposio del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, 5 ottobre 1982, «L’Osservatore Romano», 7 ottobre 1982). In altre parole, non si deve mirare a produrre una uniformità forzata dei popoli europei, bensì bisogna essere consapevoli che «le respect des caractères culturels de chacun des peuples provoquerait, par leur harmonieuse variété, une union plus facile et plus stable», secondo quella che è la tesi espressa da Pio XII nel 1948 (L’urgenza di una cordiale unione fra i paesi di Europa. Allocuzione in occasione del secondo congresso internazionale dell’Unione Europea dei Federalisti, 11 novembre 1948).

Da queste autorevoli affermazioni derivano una serie di importanti conseguenze. In primo luogo, le singole nazioni europee vivono nel rapporto con le altre identità nazionali, e questo rapporto di reciproca osmosi non può non passare attraverso l’identità cristiana. Il rapporto fra le nazioni europee passa per il cristianesimo, che ha contribuito in maniera determinante a fondare la comune identità europea: per definire le nazioni non possiamo fare quindi riferimento all’etnia, ma alla cultura, alla tradizione, ai valori che promanano dalla fede cristiana. In Europa ogni popolo realizza appieno la propria identità in un rapporto positivo, di reciproco scambio con le identità degli altri popoli.

Chi ci aiuta a comprendere questo delicato passaggio è il teologo e filosofo Romano Guardini. Per lui, il destino dell’Europa non può non essere il destino dei singoli popoli: solo in questi termini si può parlare di identità europea. Quando parliamo di Europa non intendiamo solo un continente geografico, ma un continente in senso antropologico: è il luogo dove storie, culture, tradizioni, società, sono impastate del cristianesimo, che produce la sintesi delle diversità nazionali. Scrive negli anni bui del nazismo che l’Europa è ciò che è grazie al cristianesimo: «Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo – allora, e nella misura in cui questo avvenisse, cesserebbe di essere sé stessa».

Come ci ha insegnato un grande esponente della cultura tedesca (che ha saputo essere al contempo un altrettanto grande esponente della cultura europea del XX secolo), e parliamo di Joseph Ratzinger, nel corso dei secoli il cristianesimo ha promosso in Europa la crescita culturale dell’uomo molto più delle altre religioni: questo è il motivo per cui la modernità nasce in Europa, dove il cristianesimo ha determinato in misura maggiore lo sviluppo della realtà umana (Interpretation-Kontemplation-Aktion. Überlegungen zum Auftrag einer Katholischen Akademie, in «Communio. Internationale katholische Zeitschrift», 1983, n. 12, pp. 167-179). Nel 2005, pochi giorni prima di essere eletto Pontefice, sosteneva a Norcia: «L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisca i sentimenti dei molti non-cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare». E si chiedeva: «Chi verrebbe offeso? L’identità di chi verrebbe minacciata?».

L’esperienza tedesca è indicativa del legame profondo fra identità nazionale, processo di integrazione europea ed eredità cristiana. Facciamo due esempi. Il primo è il leader della CSU Franz Josef Strauß, il quale ha sempre concepito la difesa dei valori e della identità della Baviera come una sfida per la costruzione europea e per il tradizionale europeismo di marca democratica-cristiana, assegnando uno spazio importante alle singole realtà regionali. Una sorta di Europa federata, quindi, che presentava (come ha argomentato Horst Möller) molte affinità con il modello proposto da De Gaulle. Il secondo esempio è il cancelliere Konrad Adenauer, il quale invocava - da tedesco - le radici cristiane dell’Europa non per imporre un confessionalismo agli europei, ma perché senza la memoria delle origini non ci potrebbe essere pace, civiltà e tolleranza.

Risulta incomprensibile quindi il rifiuto di menzionare nel testo che sarebbe dovuto diventare la Costituzione dell’Unione Europea le radici giudaico-cristiane dell’Europa, raffigurato dalla indisponibilità di Valery Giscard D’Estaing, l’ex presidente francese incaricato di presiedere i lavori della convenzione europea incaricata di elaborare il testo della costituzione, di accettare una lettera di Giovanni Paolo II che chiedeva di citare espressamente le radici cristiane dell’Europa.

Possiamo iniziare a trarre alcune conclusioni da quello che abbiamo finora esposto. Innanzitutto è doveroso riscoprire le nostre identità e i nostri valori: solo in questa maniera saremo in grado di integrare al meglio nelle nostre società gli immigrati che sono giunti in Europa. In secondo luogo, l’idea che i popoli stiano insieme solo per scopi economici e per creare uno spazio di libero mercato non tiene in piedi l’Europa e la condanna ad una rapida decadenza: l’assenza di valori sarebbe l’eutanasia dell’Europa! Infine una considerazione più politica: il guaio dell’Europa è che gli euro-burocrati per difendere il loro spazio e il loro ruolo finiscono per difendere le istituzioni europee così come sono e non hanno la libertà di cambiarle anche quando andrebbero cambiate. Uno sguardo ai valori, alla storia, alle identità nazionali, permetterebbe di trovare le energie per il doveroso rinnovamento delle istituzioni europee.

paolino1Marco Paolino

professore associato di storia contemporanea

Università della Tuscia