Un nuovo paradigma economico per un nuovo sviluppo sostenibile – F. Manfredi

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economiasostenibile1Il deflagrare del caso ex-Ilva, con le sue contraddizioni istituzionali, economiche e socio-ambientali, rimette prepotentemente al centro del dibattito una questione che da vent’anni molti studiosi, spesso inascoltati, hanno affrontato con rigore metodologico e serietà di analisi e modellizzazione.

Il dibattito sulla reale possibilità di sostenere lo sviluppo delle società moderne nasce dalla presa di coscienza che gli attuali modelli di produzione e di consumo generano, tra l’altro, un preoccupante degrado socio-ambientale, dovuto al fatto che i Paesi hanno da sempre ragionato in funzione della loro crescita economica piuttosto che di un loro equilibrato sviluppo.

Peraltro, dopo un lungo periodo di analisi e di considerazioni sulle teorie e sulle politiche di diffusione di logiche di mercato “ipercompetitive” e globaliste e sui loro benefici effetti sullo sviluppo, sia a livello mondiale sia all’interno dei singoli Paesi, trovano oggi spazio riflessioni più equilibrate, che richiamano l’attenzione sulla necessità di un sereno ma profondo ripensamento del ruolo della competizione e della globalizzazione, perché sono evidenti le distorsioni derivanti da un’acritica accettazione di tali paradigmi, spesso esaltati come sistemi per sviluppare e premiare singoli, gruppi sociali, aziende, comunità.

Il modello di sviluppo che si deve ricercare oggi postula la crescita sostenibile e contemporanea di un insieme di più indicatori, coerentemente con le identità e i valori di riferimento dei singoli Paesi/comunità, sapendo che nella realtà anche la ricerca di questo equilibrio può comportare tensioni e difficoltà di governo dei sistemi.

Infatti, un aumento della produttività porta sì a un aumento della ricchezza e quindi di un generale benessere della collettività ma può anche provocare ripercussioni negative, ad esempio, sulla qualità socio-ambientale e quindi sulla qualità della vita dei cittadini, come nel caso di Taranto, di Bagnoli e di Porto Marghera, solo per citare tre dei casi più eclatanti degli ultimi trent’anni.

Il ripensamento, e non il rigetto, dei paradigmi del mercato e della globalizzazione deve avvenire ricercando un equilibrato bilanciamento tra i due grandi sistemi di regole che orientano i comportamenti delle persone, delle aziende e delle comunità: la competizione e la collaborazione.

Infatti, se come ricordato il sistema concorrenziale non permette automaticamente il raggiungimento di un equilibrio efficiente, equo e duraturo, è opportuno mettere a fuoco un modello comportamentale, che è possibile definire di “competizione collaborativa”, che esce dall’ottica meccanicistica per entrare in quella sistemica, e alla cui base si devono porre criteri economici, che vengono però definiti e temperati anche in base a valori e variabili sociali, ambientali e di equilibrio generale.

I limiti dell’azione individuale, d’altronde, emergono con ancora maggior chiarezza dove il contesto è limitato, l’uso delle risorse subisce limitazioni e i processi decisionali dei soggetti sono indipendenti.

L’azione collaborativa è quindi in grado di offrire un antidoto alla turbolenza costruendo una capacità collettiva di ridurre le conseguenze non desiderate derivanti dai descritti processi.

Infatti, un ambito relazionale collaborativo facilita la creazione e la diffusione di risorse immateriali (conoscenze, riconoscimento reciproco, fiducia) e la produzione di capitale sociale, precondizione affinché i soggetti riescano a definire risposte più efficaci agli stimoli derivanti dalla prospettiva della sostenibilità.

In tale modello diventa dunque prevalente la necessità non di massimizzare il vantaggio individuale ma di definire tale massimizzazione in relazione al livello di accettabilità degli altri soggetti coinvolti e di sostenibilità generale per la comunità e il territorio.

Si viene così anche a delineare un concetto di sostenibilità diverso da quello tradizionale, più ampio e complesso, con un potenziale di equità ed efficienza superiori.

L'originale concetto di sostenibilità comprende le relazioni tra le attività umane, la loro dinamica e le dinamiche, generalmente più lente, della biosfera.

Tale concetto di sviluppo sostenibile, formalizzato nel 1987 con il Rapporto Brundtland, viene descritto come un processo nel quale lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico ed il cambiamento istituzionale sono tutti in armonia e accrescono le potenzialità presenti e future per il soddisfacimento delle aspirazioni e dei bisogni umani.

Dalla fine degli anni Ottanta, peraltro, il concetto di sviluppo sostenibile è diventato elemento programmatico fondamentale di molti documenti internazionali, comunitari e nazionali.

La “Costituzione Europea” specifica che “l'Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente” (art.I-3).

In Italia lo sviluppo sostenibile è disciplinato dal Dlgs n. 152 del 03/04/2006, poi modificato dal Dlgs n. 4 del 16/01/2008, il quale specifica che “ogni attività umana giuridicamente rilevante deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future”.

Nel settembre 2015, i Paesi membri dell’ONU sottoscrivono l’”Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” delle Nazioni Unite, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, che contiene 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile in un grande programma d’azione per un totale di 169 traguardi specifici.

In particolare, l’obiettivo 8, “Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva, un lavoro dignitoso per tutti”, si propone di raggiungere i seguenti traguardi:

  • sostenere la crescita economica pro capite in conformità alle condizioni nazionali, e in particolare una crescita annua almeno del 7% del prodotto interno lordo nei paesi in via di sviluppo

  • raggiungere standard più alti di produttività economica attraverso la diversificazione, il progresso tecnologico e l’innovazione, anche con particolare attenzione all’alto valore aggiunto e ai settori ad elevata intensità di lavoro

  • promuovere politiche orientate allo sviluppo, che supportino le attività produttive, la creazione di posti di lavoro dignitosi, l’imprenditoria, la creatività e l’innovazione, e che incoraggino la formalizzazione e la crescita delle piccole-medie imprese, anche attraverso l’accesso a servizi finanziari

  • migliorare progressivamente l’efficienza globale nel consumo e nella produzione di risorse e tentare di scollegare la crescita economica dalla degradazione ambientale, conformemente al Quadro decennale di programmi relativi alla produzione e al consumo sostenibile, con i paesi più sviluppati in prima linea

  • garantire un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per donne e uomini, compresi i giovani e le persone con disabilità, e un’equa remunerazione per lavori di equo valore

  • ridurre la quota di giovani disoccupati e al di fuori di ogni ciclo di studio o formazione

  • prendere provvedimenti immediati ed effettivi per sradicare il lavoro forzato, porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani e garantire la proibizione ed eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, compreso il reclutamento e l’impiego dei bambini soldato, nonché porre fine al lavoro minorile in ogni sua forma

  • proteggere il diritto al lavoro e promuovere un ambiente lavorativo sano e sicuro per tutti i lavoratori, inclusi gli immigrati, in particolare le donne, e i precari

  • concepire e implementare politiche per favorire un turismo sostenibile che crei lavoro e promuova la cultura e i prodotti locali

  • rafforzare la capacità degli istituti finanziari interni per incoraggiare e aumentare l’utilizzo di servizi bancari, assicurativi e finanziari per tutti

  • aumentare il supporto dell’aiuto per il commercio per i paesi in via di sviluppo, in particolare i meno sviluppati, anche tramite il Quadro Integrato Rafforzato per l’assistenza tecnica legata agli scambi dei paesi meno sviluppati

  • sviluppare e rendere operativa una strategia globale per l’occupazione giovanile e implementare il Patto Globale per l’Occupazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Da questi e da altri documenti emerge con evidenza che il moderno concetto di sostenibilità deve dunque articolarsi in quattro componenti tra loro inscindibilmente legate: istituzionale, sociale, ambientale ed economica.

La componente “istituzionale” è da intendersi come la tensione delle comunità, attraverso le loro istituzioni, ad assicurare condizioni di libertà, democrazia, partecipazione, giustizia, solidarietà e informazione durature e crescenti nel tempo.

La componente “sociale” è da intendersi come la tensione delle comunità a garantire l’equità distributiva, i diritti umani e civili, una elevata qualità della vita anche per le persone deboli e/o svantaggiate (i bambini, gli anziani, i disabili, gli immigrati), la corretta pianificazione dei processi di gestione delle dinamiche e dei flussi migratori e dei servizi pubblici ad essi connessi.

La componente “ambientale” è da intendersi come la tensione delle comunità a mantenere nel tempo qualità e riproducibilità delle risorse naturali; a garantire l’integrità dell’ecosistema, per evitare che l’insieme degli elementi da cui dipende la vita sia modificato oltre le capacità rigenerative o degradato fino a determinare una riduzione permanente della sua capacità produttiva; a preservare la diversità biologica

Lo sviluppo dell’economia sostenibile, che è tale solo se riesce a incrociare coerentemente, efficientemente, efficacemente e durevolmente le altre tre dimensioni del concetto di sostenibilità, sarà lungo e complesso, non privo di tensioni, di elementi di incoerenza e di contraddizioni.

Esso si basa, come già in parte richiamato, su tre grandi strategie: un nuovo approccio pubblico-privato ai processi di governo delle comunità; l’adeguamento di tutta la filiera industriale ai nuovi paradigmi e strumenti per la tutela socio-ambientale; nuovi processi di formazione e aggiornamento del capitale umano.

L’ONU, nel rapporto pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) intitolato “Greening with jobs. World employment social outlook 2018”, “invita i Paesi a intraprendere azioni urgenti per formare i lavoratori nelle competenze necessarie alla transizione verso un’economia più sostenibile e ad assicurare la protezione sociale per facilitare la transizione verso i nuovi posti di lavoro”.

Soprattutto i Paesi a reddito basso o medio hanno bisogno ancora di adottare e finanziare strategie che garantiscano una transizione verso un’economia sostenibile e inclusiva, sia sul piano ambientale che su quello sociale”.

In tale rapporto, si stimano in 24 milioni i nuovi posti di lavoro prodotti entro il 2030, con un saldo di attivo di circa 18 milioni.

A questi se ne potrebbero aggiungere altri 6 milioni investendo nella cosiddetta economia circolare.

A livello globale, sempre secondo i dati ONU, “la maggior parte dei settori dell’economia trarrà vantaggio dalla creazione netta di posti di lavoro, dei 163 settori economici analizzati, solo 14 potrebbero essere soggetti a perdite di occupazione significative”.

 

manfrediFrancesco Manfredi

professore ordinario di economia aziendale Università LUM Jean Monnet

pro-rettore alla Formazione Manageriale Post-Graduate

direttore della LUM School of Management