Innovazione e partenariati per società euro-mediterranee sostenibili – A. Riccaboni

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mediterraneo1La regione del Mediterraneo è la culla di moltissime culture e tradizioni e uno dei teatri principali della storia dell’Umanità. Le sue coste hanno visto il fiorire di alcune tra le più antiche civiltà del Pianeta. Il suo mare è uno dei più ricchi in termini di biodiversità, con moltissime specie endemiche e autoctone. La sua posizione è ancor oggi centrale dal punto di vista geo-politico. Nonostante le forti eterogeneità sociali ed economiche, questa regione possiede un grande potenziale tecnico e scientifico e vanta una tradizione commerciale e agricola antica e ben radicata. Da sempre costituisce un vero e proprio ponte tra i territori che vi stanno intorno, fungendo da porta di ingresso per l’Africa e il Medioriente, da “zona cuscinetto” tra Russia e Stati Uniti e, più di recente, da terminale della strategia cinese di sviluppo denominata Belt and Road Initiative. Quest’area, così affascinante dal punto di vista sociale e densa di bellezze storiche e paesaggistiche, si trova oggi ad affrontare difficili tematiche legate alla sostenibilità ambientale e sociale, che potrebbero accentuare alcune delle complesse situazioni già ora esistenti e crearne di nuove, ancor più difficili da risolvere.

Uno dei motivi principali alla base di tale situazione è il fatto che il Mediterraneo è una regione estremamente vulnerabile al cambiamento climatico, tanto da essere stata definita un hotspot del cambiamento climatico (International Panel on Climate Change, Rapporto 2014). Di particolare impatto è la diminuzione nella disponibilità e nella qualità delle risorse idriche dovute alla ridotta piovosità e all’intensificarsi di periodi di siccità, accompagnati, allo stesso tempo, da fenomeni naturali estremi, quali alluvioni e inondazioni. Livelli particolarmente elevati di vulnerabilità ai cambiamenti climatici e minori capacità di adattamento sono presenti, in particolare, nei Paesi della sponda sud-orientale del bacino.

In tema di accesso a, e disponibilità di, cibo, è necessario evidenziare, inoltre, come si stia manifestando una transizione alimentare verso modelli dietetici meno salubri, spesso ricchi in carboidrati e grassi, e il contemporaneo, graduale abbandono della dieta mediterranea. Tale fattore, insieme ad un’accentuata sedentarietà, sta contribuendo all’aumento dell’insorgenza di malattie quali obesità e diabete, causando l’innalzamento della spesa pubblica in sanità, oltre che un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Sulle future condizioni di vita nei Paesi del Mediterraneo stanno impattando in maniera preoccupante anche i fenomeni migratori, sia verso l’Europa sia verso i Paesi della coste meridionali ed orientali, per le implicazioni che ne derivano in termini di instabilità politica, inurbamento e incremento della domanda di cibo, nonché la diffusione di pratiche agricole insostenibili, che contribuiscono alla perdita di biodiversità, alla riduzione dei rendimenti agricoli e ad un eccessivo consumo del suolo e delle risorse naturali.

La gestione delle questioni ambientali e sociali appena menzionate è resa più difficile dalla complessità economica e sociale della regione, che ne costituisce un altro importante carattere distintivo. Sono, infatti, ben ventuno, appartenenti a tre continenti diversi, gli Stati che si affacciano sui 46.000 chilometri di coste del Mare di Mezzo. Tali Paesi presentano importanti differenze in termini economici, sociali e culturali. Altre significative differenze sono poi rilevabili nei livelli di educazione, nelle attività di ricerca e sviluppo e nelle religioni praticate nelle due coste.

La complessità deriva anche dal fatto che il pieno ed effettivo coordinamento politico dell’intero bacino è ancora lungi dal realizzarsi. L’Unione europea (UE) è la principale istituzione sovranazionale di carattere politico ed economico, ma riunisce solo gran parte dei Paesi della costa settentrionale. Le altre istituzioni di rilievo sono l’Unione africana, cui fanno parte tutti e cinque i Paesi che si affacciano sul bacino, e la Lega araba, che oltre agli Stati africani annovera tra i suoi membri anche Giordania, Libano e Siria, le quali, tuttavia, non possiedono strumenti d’azione particolarmente efficaci. L’unica organizzazione intergovernativa che riunisce quasi tutti i Paesi euro-mediterranei (ad eccezione della Libia, che ha soltanto lo status di osservatore, e della Siria, che ha sospeso la sua adesione nel 2011) è l’Unione per il Mediterraneo, avente lo scopo di rafforzare la cooperazione e l’integrazione nella regione. Tuttavia, questa organizzazione appare ad oggi piuttosto limitata nell’azione e dotata di scarso peso politico.

Alla luce dei problemi che interessano il bacino euro-mediterraneo, il perseguimento di uno sviluppo sostenibile – nel solco dell’Agenda 2030 delineata nel 2015 dalle Nazioni Unite – è più che mai necessario e costituisce, se vogliamo, una “scelta obbligata”. Promuovere ed attuare politiche ed iniziative in grado di indurre uno sviluppo sostenibile costituisce, tuttavia, un compito non facile in qualsiasi area del mondo. Le ragioni di tali difficoltà sono molteplici.

In primo luogo, pur essendo diffusa la consapevolezza dell’acuirsi di profonde criticità climatiche, ambientali e sociali, non sempre siamo in grado di descrivere con precisione tali questioni e i rischi ad esse associati. Tendiamo, altresì, a non cogliere le connessioni fra i fattori che determinano tali questioni e gli effetti eterogenei che ne derivano. In particolare, siamo portati a tenere separate le dimensioni economiche, ambientali e sociali delle problematiche che abbiamo di fronte, a discapito delle forti connessioni fra loro esistenti.

In secondo luogo, problemi connessi allo sviluppo sostenibile coinvolgono molti attori, assai diversi tra loro, con interessi spesso contrastanti e la definizione di soluzioni efficaci richiede una pluralità di settori della conoscenza. Inoltre, le questioni connesse alla sostenibilità riguardano tutti i Paesi, sviluppati e in via di sviluppo, e non si fermano di fronte ai confini nazionali, come dimostrano, in vaste aree del Globo, l’inquinamento da plastiche, la crescente siccità e l’aumento dell’obesità.

In terzo luogo, per affrontare tali questioni occorrono ingenti investimenti pubblici e privati, che inevitabilmente pongono i decisori di fronte a non facili trade-off fra usi alternativi di risorse. Allo stesso tempo, i singoli Paesi spesso non dispongono delle risorse finanziarie e tecnologiche necessarie ad affrontare le questioni in oggetto.

In quarto luogo, le soluzioni attuabili talvolta sono molteplici, non coerenti fra loro, e in grado di incidere in maniera diversa su differenti parti dei portatori di interesse e della popolazione. Infine, la natura stessa della sostenibilità dello sviluppo è dinamica, in quanto è destinata a mutare ed evolversi nel tempo.

Tutte queste caratteristiche rendono le questioni relative allo sviluppo sostenibile assai spinose e difficili da affrontare, secondo quello che Rittel e Webber nel 1973 hanno definito un wicked problem.

Per far fronte a simili incertezze un supporto fondamentale è fornito dall’innovazione, intesa nella sua accezione più ampia. Approcci incentrati sull’innovazione sono, infatti, indispensabili per il perseguimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. Le innovazioni tecnologiche, sociali e organizzative sono in grado di cambiare il contesto sociale, economico e ambientale in cui viviamo e il nostro stesso modo di vivere. Costituiscono, pertanto, elementi chiave per i Paesi, le regioni, le comunità, le istituzioni, le organizzazioni e i singoli cittadini che vogliono dare attuazione al paradigma della sostenibilità.

Il Rapporto redatto dal Gruppo di esperti incaricato dalla Commissione europea (CE) di tracciare le linee-guida per una politica di ricerca e innovazione (R&I) orientata agli obiettivi di sviluppo sostenibile sottolinea a tal proposito come la scienza, la tecnologia e l’innovazione sono strumenti fondamentali per dare attuazione all’Agenda 2030, poiché permettono di aumentare l’efficienza sia in termini economici che ambientali, sviluppando percorsi nuovi e più sostenibili per soddisfare i bisogni umani e dare la possibilità alle persone di guidare il proprio futuro (“The Role of Science, Technology and Innovation Policies to Foster the Implementation of the Sustainable Development Goals (SDGs)”). Tuttavia, il processo che porta all’innovazione è complesso e incerto, in quanto è influenzato da un ampio numero di fattori sociali, politici ed economici, peraltro destinati a mutare nel tempo. Come inevitabile conseguenza di tale complessità, gli obiettivi e i risultati delle innovazioni non risultano sempre chiari e ben definiti e non sempre le soluzioni auspicate sono praticabili o producono i risultati voluti.

Le innovazioni, peraltro, consentono di individuare nuove fonti di opportunità economiche. Questo accade quando le imprese adottano nuovi processi, prodotti e sistemi organizzativi, capaci di attuare le politiche sostenibili relative a clima, ambiente, energia, mobilità, salute, uguaglianza sociale e sistemi alimentari. In tal senso, il concetto di innovazione, soprattutto in ambito europeo, si lega indissolubilmente a quello di economia circolare: il piano d’azione adottato nel 2015 dalla Commissione europea al fine di chiudere il cerchio del ciclo di vita dei prodotti (COM(2015) 614 final) contribuisce a creare una base solida in cui gli investimenti diretti all’innovazione possono prosperare e, inoltre, promuove una stretta cooperazione con gli Stati membri, le regioni e i comuni, le imprese, gli organismi di ricerca, i cittadini e le altre parti interessate che partecipano all’economia circolare, contribuendo al rafforzamento di partenariati che, come vedremo di seguito, rappresentano un elemento chiave per dare impulso alla sostenibilità nell’area del Mediterraneo.

A tal riguardo, il Rapporto poc’anzi citato propone tre soluzioni per produrre innovazioni in grado di promuovere la sostenibilità:

- cambiare il focus del modo di pensare e dei comportamenti individuali in direzione dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, passando dal tema del trasferimento tecnologico a quello della creazione di capacità innovative;

- rafforzare i partenariati, aumentando il coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo e di tutti gli stakeholder, specialmente quelli provenienti dal settore privato, e sviluppando iniziative internazionali di R&I ad hoc;

- passare dalle parole ai fatti, affrontando concretamente le cause di ritardi nell’implementazione dell’Agenda 2030, assicurando che gli obiettivi di sviluppo sostenibile siano integrati nelle politiche nazionali di R&I, aumentando la coerenza fra le diverse politiche, creando opportunità per beneficiare della data revolution, creando meccanismi di monitoraggio e valutazione.

Tali strade, difficili in tutti i contesti geo-politici, sono ancor più impervie nell’area euro-mediterranea. Oltre all’elevata vulnerabilità al cambiamento climatico menzionata in precedenza, si possono individuare due ragioni principali.

Innanzitutto, la mancanza di rilevanti meccanismi di integrazione politica. L’eterogeneità e la frammentazione politica, affiancata, peraltro, da quelle di natura economica e sociale, rende assai difficile definire politiche congiunte innovative in tema di educazione, uguaglianza sociale, mobilità, produzione sostenibile, energia, protezione dell’ambiente, indispensabili per indurre il cambiamento di mentalità e la messa in atto di azioni concrete auspicato dagli esperti della CE. Inoltre, pesa l’assenza di una comunità integrata della R&I che possa promuovere in maniera coordinata l’innovazione indispensabile per far fronte alle questioni del Mediterraneo.

Tali fattori rendono difficile attuare la prima e la terza linea d’azione auspicate dagli esperti della CE. Anche il secondo strumento proposto – quello del rafforzamento delle partnership – non è facile da mettere in pratica, specialmente fra entità provenienti da Paesi diversi del Mediterraneo, ma a nostro avviso rappresenta la strada più efficace e più facilmente percorribile nelle condizioni attuali. I partenariati, infatti, presentano alcuni vantaggi: compensano l’indeterminatezza scientifica delle questioni dello sviluppo sostenibile attraverso l’apporto di attori diversi, provenienti da contesti sociali e settori della conoscenza diversi; consentono di gestire eventuali differenze nei principi e negli obiettivi fra i diversi portatori di interesse attraverso processi negoziali e di confronto, indispensabili per ottenere una comprensione condivisa, la risoluzione dei problemi e la creazione di un senso comune; inducono un coinvolgimento collettivo basato sulla legittimazione morale, l’azione volontaria e strutture flessibili e interconnesse, piuttosto che sull’efficacia dimostrata, approcci eccessivamente regolamentati e strutture statiche. Inoltre, a differenza delle altre due linee d’azione, che rispettivamente richiedono un profondo cambiamento culturale (la prima) e un intervento ingente in termini di politiche per l’innovazione (la terza), la strada del rafforzamento dei partenariati può beneficiare di una base esistente, costituita da programmi di R&I già avviati (ad esempio, nell’ambito dell’UE), che spesso riuniscono attori ed entità provenienti da settori e realtà nazionali diversi.

Affinché i partenariati possano produrre nel Mediterraneo l’impatto auspicato in termini di innovazione per la sostenibilità, occorre però il rispetto di talune condizioni, alcune specifiche ai partenariati nel Mediterraneo, altre inerenti la regione.

Per quanto riguarda i partenariati strategici nel Mediterraneo, ci sono alcune condizioni per la loro efficacia. Innanzitutto, i Paesi euro-mediterranei e l’UE devono essere disponibili a impegnare ancor maggiori risorse finanziarie in tale direzione. Le cifre investite in alcuni programmi di R&I che insistono sul Mediterraneo – quale il Partenariato per la ricerca e innovazione nell’area del mediterraneo (PRIMA) – sono sicuramente significative. Per ottenere dei risultati concreti nella regione sarebbe tuttavia necessario aumentare ulteriormente tali impegni e individuare altri settori di intervento (energia, comunicazioni, agroalimentare, ecc.). Inoltre, occorre garantire che i partenariati perseguano obiettivi chiaramente individuati e specifici (nel solco delle “missioni” individuate dalla Commissione europea per il prossimo programma quadro di R&I, Horizon Europe), collaborando attivamente fra loro, evitando sovrapposizioni e ridondanze con altre iniziative in atto nella regione. Allo stesso tempo, dev’essere aumentato l’allineamento delle politiche nazionali sui temi dei partenariati strategici con quelle perseguite dalle istituzioni sovranazionali, e dall’UE in particolare. Infine, devono essere ridotti i forti vincoli amministrativi e burocratici che rendono assai difficile la creazione e l’attuazione dei partenariati strategici e la partecipazione del settore privato a tali programmi.

Con riferimento all’area mediterranea, occorre innanzitutto promuovere una maggior integrazione, nell’ambito dell’UE, fra le politiche dell’innovazione e quelle connesse a tematiche specifiche come l’Agricoltura e le Politiche di Vicinato. Per promuovere innovazione per lo sviluppo sostenibile nell’area euro-mediterranea occorre una ancor più forte sinergia politica fra Paesi e UE, con la creazione di una “governance della sostenibilità”, ovvero di un coordinamento fra i governi e le organizzazioni internazionali affinché sviluppino politiche comuni orientate agli obiettivi di sviluppo sostenibile. Inoltre, sono indispensabili rilevanti investimenti nelle infrastrutture inerenti a trasporti, energia, tecnologie digitali, affinché l’innovazione non venga ostacolata da strutture vetuste e inadatte ad accoglierla. La complessità dello scenario mediterraneo rende auspicabile un forte grado di integrazione fra i diversi Paesi della regione, che oggi non sempre appare facile da attuare. Infine, la produzione e l’uso dell’innovazione richiede la presenza di un sistema di valori dei ricercatori, delle istituzioni, dei consumatori e delle comunità di riferimento coerente con tali obiettivi. A tal scopo sono essenziali le attività di capacity building e, in termini più generali, l’istruzione e la formazione, anche per quanto riguarda le c.d. “competenze morbide” (soft skills), che possono essere più efficacemente promosse con il coinvolgimento attivo di tutte le parti interessate.

 

riccaboniAngelo Riccaboni

professore ordinario di economia aziendale

Università degli Studi di Siena

Chair PRIMA Foundation