Sul dissesto idrogeologico – N. Casagli

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alluvioneCome ogni autunno l’Italia è colpita da eventi idrogeologici cosiddetti “estremi” che di estremo non hanno proprio niente, poiché ricorrono stagionalmente con puntualità astronomica. C’è chi addossa tutta la colpa ai cambiamenti climatici o al disboscamento - fattori che c’entrano piuttosto marginalmente - ignorando le vere cause del problema.

Il cosiddetto dissesto idrogeologico nel nostro Paese c’è sempre stato e probabilmente sempre ci sarà, a meno che non ci si voglia decidere ad affrontarlo seriamente e con metodo scientifico.

Il dissesto idrogeologico ha infatti radici antiche: nasce probabilmente nell’Età del Ferro con lo sviluppo degli strumenti per il disboscamento su vasta scala. Nella nostra storia esso ha mietuto vittime illustri, fra le quali ad esempio le armate di Annibale, le ville romane, i castelli medievali, i monumenti del Rinascimento, interi centri abitati nell’Età moderna.

E’ tuttavia nella seconda metà del novecento che, con il boom economico e demografico, il rischio idrogeologico è diventato un problema sociale di primaria importanza per il nostro Paese.

I danni prodotti da alluvioni e frane in Italia sono da bollettino di guerra: circa 3700 fra morti, feriti e dispersi negli ultimi cinquant’anni, oltre a più di 320 mila senzatetto.

La quasi totalità dei comuni italiani è esposta a rischio e le aree a “rischio elevato o molto elevato”, così come perimetrate e classificate delle Autorità di Bacino, ammontano a oltre 53 mila, comprendenti circa 3,5 milioni di residenti e quasi 2 milioni di edifici, oltre a infrastrutture, attività produttive, beni culturali e ambientali.

I danni prodotti ogni anno dagli eventi idrogeologici risultano pari a circa 5 miliardi di Euro, corrispondenti al 2,5 per mille del prodotto interno lordo nazionale. Negli ultimi anni lo Stato ha speso quasi un miliardo di Euro all’anno per riparare i danni causati dal dissesto idrogeologico, pari circa un quinto delle perdite effettive.

Le cause del dissesto idrogeologico sono molteplici.

In parte esse vanno ricercate nelle condizioni fisiche del territorio italiano: geologicamente giovane e tettonicamente attivo, con due catene montuose ancora in evoluzione, con bacini idrografici piccoli e corsi d’acqua a spiccato carattere torrentizio.

In parte possiamo chiamare in causa anche i cambiamenti climatici che, negli ultimi cinquant’anni sono stati caratterizzati dall’incremento generalizzato delle temperature con precipitazioni pressoché costanti o in lieve diminuzione, ma concentrate in eventi intensi su aree ristrette.

In parte sono responsabili le variazioni di uso del suolo, non tanto il disboscamento che si è drasticamente ridotto rispetto ai secoli scorsi, quanto l’abbandono delle aree montane, i cambiamenti delle pratiche agricole nelle aeree collinari indotte dalla meccanizzazione, il degrado del reticolo idrografico minore, il continuo consumo di suolo in pianura che, nonostante la stagnazione demografica ed economica, persiste inesorabile a crescere al ritmo di 70 ettari al giorno.

La causa principale è tuttavia di natura sociale e culturale: la scarsa attenzione dedicata al problema, la memoria corta sugli eventi disastrosi che puntualmente ogni anno bersagliano il nostro territorio, l’insufficiente educazione in materia, sono tutti fattori che hanno portato inevitabilmente a distorsioni nella pianificazione dello sviluppo del territorio, con edificazione in aree ad alto rischio, accompagnate alla scellerata pratica dei condoni, che ormai hanno regolare ricorrenza all’incirca decennale.

Come si risolve il problema?

Nelle aree non ancora edificate in modo molto semplice: evitando di costruire nelle zone a rischio elevato e costruendo a regola d’arte e in conformità con la normativa tecnica aggiornata in quelle a basso rischio.

Nelle aree ad alto rischio già purtroppo edificate, laddove non sia possibile procedere con le delocalizzazioni, le uniche difese sono l’educazione al rischio e le nuove tecnologie. Di qui l’importanza dei Piani di Protezione Civile, a tutti i livelli istituzionali, purché fondati su conoscenze scientifiche aggiornate che permettano di formulare scenari di rischio appropriati e di identificare le opportune norme di comportamento.

Su questi aspetti soprattutto la comunità scientifica può fornire un apporto fondamentale, per migliorare i modelli previsionali delle forzanti meteorologiche e degli effetti attesi al suolo, per definire e aggiornare gli scenari di evento e di rischio, per realizzare sistemi di monitoraggio e di presidio del territorio, nonché per progettare interventi strutturali o non strutturali di mitigazione del rischio.

E’ certamente possibile mitigare il rischio idrogeologico anche con interventi cosiddetti strutturali, ovvero con opere di ingegneria. Considerata tuttavia la vastità del problema, è preferibile investire in tante piccole opere diffuse, come ad esempio le sistemazioni idrauliche e forestali dei bacini montani, la regimazione dei reticoli idrografici e la costante manutenzione delle arginature e delle opere di stabilizzazione dei versanti.

Del resto queste soluzioni erano già state proposte dalla Commissione interministeriale De Marchi che, all’indomani dell’alluvione di Firenze del 1966, mise a punto un piano per la sicurezza idrogeologica dell’intero Paese, stimando un fabbisogno di circa 2,5 miliardi di Euro all’anno per 30 anni, ai valori correnti. Inutile dire che tale piano non è mai stato finanziato e le conseguenze si vedono. Servirebbe un grande programma di investimenti pubblici per approntare una seria difesa contro i rischi idrogeologici e magari anche quelli sismici. Ma non bastano i soldi, serve anche la semplificazione normativa.

Chi scrive è convinto che il codice appalti, maldestramente revisionato per ben quattro volte dalla sua emanazione nel 2016, abbia prodotto danni immensamente più gravi dei cambiamenti climatici, paralizzando la pubblica amministrazione, ritardano gli investimenti pubblici e penalizzando la piccola e media impresa nel settore della difesa del suolo e non solo.

Se vogliamo proteggerci dalle calamità idrogeologiche bisogna approntare gli strumenti di difesa, smettendo di lamentarsi ad ogni pioggia autunnale, di dare la colpa a cose che c’entrano poco o nulla, di proseguire con le scellerate politiche di austerità e di complicazione burocratica.


casagliNicola Casagli

professore ordinario di geologia applicata

Università degli Studi di Firenze