Democrazia è sovranità del popolo - G. Valditara

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democrazia

Democrazia significa letteralmente "potere" (Kratos) del "popolo" (Demos), dunque governo del popolo. Il "governo del popolo" nasce non a caso nell'agorà, cioè la piazza dove il popolo nelle città greche e in particolare ad Atene si riuniva per approvare le leggi e discutere dei problemi della comunità.

L'idea di democrazia a Roma va di pari passo con l'idea di repubblica che, come scrive Cicerone, è quella forma di governo dove la potestas del popolo è maxima. Nel de republica Cicerone, certamente suggestionato da riflessioni greche, giunge alla conclusione che la democrazia è la forma di stato da preferirsi perché è l'unica in cui il popolo può effettivamente partecipare all'esercizio del potere. La democrazia consiste più in particolare, per Cicerone, nel fatto che in essa il popolo non ha alcun padrone, vale a dire è padrone di se stesso, è dunque il sovrano. Nasce così, con la repubblica e la democrazia, l'idea della "sovranità" del popolo. Persiste a Roma fino al III secolo d.C., pur senza ormai una reale aderenza storica, l'idea che l'imperium, vale a dire il potere di governo, risieda nel popolo che lo attribuirebbe di volta in volta a chi poi lo deve esercitare.

La lotta per la democrazia nella Roma repubblicana passa attraverso tre strade parallele e infine convergenti: la possibilità per tutti i cittadini e non solo per alcuni di partecipare su basi paritarie alla definizione degli indirizzi di governo della res publica, esprimendo una volontà politicamente rilevante nella votazione delle leggi, nella elezione dei magistrati e godendo dell'elettorato passivo; il controllo popolare delle fonti di produzione del diritto; il controllo popolare sulla giurisdizione criminale. L'evoluzione del principio democratico sfocia nella concezione graccana della possibilità per il popolo di revocare il magistrato che abbia tradito il mandato ricevuto e nella concezione affermata con una lex Cornelia del 70 a.C. per cui il pretore eletto dal popolo doveva esercitare la giurisdizione in conformità con quanto promesso all'inizio della carica.

La lotta per la democrazia passa attraverso il tentativo di limitare e definire i poteri dei governanti e soprattutto attraverso la lotta per la legge contro l'arbitrio oligarchico della giurisprudenza pontificale e dunque la lotta per un diritto certo ed eguale per tutti.

L'idea di sovranità popolare tramonta con il Dominato, in cui il principe si presenta come padrone (dominus) e il cittadino scade alla condizione di suddito, e con Giustiniano, che ritiene ormai di aver ricevuto in via definitiva e irrevocabile dal popolo ogni potere di governo; rimane sepolta nel freddo inverno dell'epoca feudale, l'epoca del privilegio oligarchico delle caste; risorge e si riafferma attorno e innanzitutto a 4 figure centrali per la definizione del moderno pensiero democratico: Marsilio, nato e formatosi nel libero e splendido comune di Padova; Althusius, il campione del calvinismo repubblicano; Locke, l'ideologo della gloriosa rivoluzione inglese; Rousseau, il precursore della "revolution".

Tutti questi pensatori sono accomunati dall'idea che lo stato nasca sulla base di un patto fra liberi cittadini, detentori originari della sovranità e che ogni potere derivi dal popolo la propria legittimazione e al popolo debba rispondere. In vario modo sia Marsilio, Althusius e Locke, ma pure, entro determinati limiti, Rousseau, aprono alla rappresentanza, che deve tuttavia perseguire gli interessi del popolo come ogni buon mandatario.

L' essenza della democrazia è riassunta con straordinaria efficacia nel discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln in cui, rievocando il senso più autentico della rivoluzione americana, si affermava l'auspicio che non andasse mai persa l'idea di un "governo del popolo, dal popolo, per il popolo".

È con questi presupposti storici e culturali che si sviluppa il dibattito nella Assemblea costituente sull'idea di democrazia, che l'art.1 della nostra Costituzione identifica con l'idea di sovranità popolare. Valgano qui per tutte le parole del relatore Ruini: "Non si comprende una costituzione democratica, se non si richiama alla fonte della sovranità, che risiede nel popolo: tutti i poteri emanano dal popolo". Persino i giudici vengono considerati dei mandatari del popolo a cui dunque pure essi devono rispondere. E l'art.101 per cui "La giustizia è amministrata in nome del popolo" niente altro significa che riconoscere la fonte originaria del potere di rendere giustizia.

Proprio nel dibattito costituente venne sconfitta la proposta, sostenuta fra gli altri da Dossetti, di riferire la sovranità allo stato. Quando in Costituzione si parla di sovranità dello stato si allude dunque soltanto alla non secondarietà dell'ordinamento giuridico statuale rispetto ad altri ordinamenti, non invece al soggetto titolare del potere originario di governo.

Ma è oggi sovrano il popolo italiano? La riforma costituzionale in atto non solo fissa un meccanismo che consente ad un organo (il nuovo senato) non eletto direttamente dai cittadini di concorrere alla approvazione delle leggi costituzionali e di intervenire comunque nel procedimento legislativo ordinario, ma rende ancora più difficile il ricorso ad uno dei pochi residui istituti di democrazia diretta, vale a dire le proposte di legge di iniziativa popolare, senza che esse guadagnino in effettività. Infine la riforma della legge elettorale mantiene, seppur in forma più limitata, una significativa quota di "nominati" e soprattutto, nel caso di ballottaggio, attribuisce un premio di maggioranza significativo ad una lista che potrebbe rappresentare una parte del tutto minoritaria di elettori. In palese disprezzo della sentenza 1/2014 della Corte costituzionale la nuova legge elettorale non prevede dunque soglie minime per l'accesso al premio di maggioranza, e comporta che, per le formazioni medio-piccole, la quasi totalità degli eletti verrà tratta da liste "bloccate".

È poi anomalo che la volontà di un premier, non passato attraverso una legittimazione popolare, avvalendosi di un Parlamento eletto con una legge giudicata dalla Corte non sufficientemente rappresentativa, possa incidere negativamente sul ruolo del corpo elettorale.

In questi ultimi anni la diminuzione di democrazia nel nostro paese è passata in verità: 1) attraverso una legge elettorale che consentiva una scelta dei rappresentanti del popolo solo fra liste bloccate; 2) attraverso la iterazione di governi formatisi prescindendo dall'esito delle consultazioni elettorali; 3)  attraverso un ormai inveterato atteggiamento di certa magistratura che ha sviluppato una interpretazione adeguatrice delle leggi ordinarie alla luce di una soggettiva e parziale lettura della Costituzione, interpretazione che ha finito così con il disapplicare leggi votate dal Parlamento; 4) attraverso l'invadenza di organismi comunitari sprovvisti di legittimazione democratica.

Tutto questo è avvenuto in costanza di un progressivo distacco dei poteri costituiti dai sentimenti popolari. Si è nei fatti strutturata una serie di oligarchie, politiche, giudiziarie, economiche, che hanno perseguito obiettivi diversi, ma accomunati dall'essere sempre più spesso distanti dagli interessi e dalle attese della gente comune. 

Una nuova iniezione di sovranità popolare non potrà che far bene alla autenticità della democrazia italiana. Essa passa essenzialmente attraverso queste riforme: 1) la elezione diretta del capo dell'esecutivo, per un massimo di due mandati; 2) una legge elettorale che elimini definitivamente la nomina dei parlamentari e leghi eventuali premi di maggioranza al raggiungimento di soglie minime sufficientemente significative; 3) la possibilità per un certo numero di cittadini (300.000?) di presentare proposte di legge su cui il Parlamento abbia l'obbligo di esprimersi; 4) la possibilità per un egual numero di cittadini di sollevare di fronte alla Corte costituzionale questione di legittimità costituzionale di una legge dello stato; 5) la eliminazione della componente di nomina magistratuale dei giudici costituzionali: tale componente "togata" esiste soltanto in Italia. Sarebbe invece più democratico immaginare una nomina dei giudici per un terzo da parte del Presidente della Repubblica, per un terzo da parte di una Camera nazionale e per il restante terzo da parte di un Senato delle autonomie;  6) la modifica della composizione del Csm sulla base di un modello che richiami per alcuni aspetti quello definito dall'art. 65 della costituzione francese. Un Csm che potrebbe essere dunque composto: dal Presidente della Repubblica; da 5 presidenti di sezione della Corte di Cassazione scelti fra i magistrati più anziani nel ruolo; dal Procuratore generale presso la Cassazione; da sei componenti "laici" nominati per metà dal Presidente della Repubblica, e per metà dalla Camera nazionale fra coloro che hanno la qualifica per accedere alla carica di giudice costituzionale; dal Presidente del Consiglio di Stato; dal Presidente della Corte dei Conti; da un rappresentante nominato dal Consiglio nazionale forense. Finirebbe in questo modo anche la divisione, per correnti politicizzate, della magistratura italiana, che è uno degli aspetti deteriori del nostro sistema di giustizia.

Sarebbe una autentica rivoluzione, in cui finalmente la sovranità tornerebbe realmente ai cittadini. 


valditara primo pianoGiuseppe Valditara
Direttore Scientifico