Antagonismi e vecchi merletti – C. Imbriani

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Vi è un’egemonia della cultura che è un misto di comunicazione, dialettica e assuefazione collettiva; nel nostro paese la matrice politico dogmatica di tale consolidata operazione è sempre evidente. Ciò produce una forma di antagonismo sociale che ha l’improduttivo effetto di bloccare progetti e loro operatività.

 

Siamo da vent’anni imbalsamati senza una vera capacità di iniziativa politica che stimoli la società civile: infrastrutture, politiche per l’innovazione, formazione – tutti una volta presupposto del nostro sviluppo sociale ed economico – appaiono sfocati obiettivi a cui la politica non riesce a dare risposte.

 

Qualsiasi cosa si proponga può essere bloccata con metodo consolidato da chi opera in una certa collocazione politica; si possono invocare ad esempio tramite un’attenta gestione della informazione, il sorgere di pretese diseguaglianze, oppure attacchi a diritti fondamentali, oppure si possono supporre sconvolgimenti di tipo ambientalistico che, partendo dal nostro paese, modificherebbero gli equilibri ecologici dell’intero mondo e forse dell’universo. Non è che non vi sia da temere che qualcuno di tali problemi possa effettivamente sorgere, ma è l’allarmismo continuo e spesso strumentale che necrotizza le vere iniziative, quelle che risulterebbero utili per il paese; lo shock positivo di grandi opere del passato – una per tutte l’autostrada Milano-Napoli – avevano un effetto di redditività differita che ha accompagnato la nostra incredibile crescita. Purtroppo tali effetti sono da tempo esauriti ed il paese è in attesa di progettualità vincenti. Ma anche in un campo politico contrario si usa un metodo simile tramite il richiamo a miti che paventano il disgregarsi di un presunto ordine costituito; esso risulterebbe pertanto violato dalla diversità: razza, religione, genere, ecc. Una minima riflessione consente di capire che tale ordine è rassicurante se riferito ad una società statica che non sia capace di sopportare le sfide del confronto tipiche di un ambiente diversificato che evolve e necessariamente si incontra, con tutte le conseguenze sociali del caso.

 

Vi è insomma, sia da un lato che dall’altro, un fondo antagonista perpetuo che non contribuendo a definire progettualità degne di un grande paese ha difficoltà a confrontarsi sui temi più svariati, compreso quello molto caldo della immigrazione.

 

 

La cultura dell’accoglienza è parte integrante di una nazione che meno di cento anni orsono si confrontava con il tema contrario della spoliazione demografica.

 

Mi chiedo allora: uscendo da tali archetipi, ognuno a suo modo al di fuori del vero sentire del cittadino comune, non esistono operai, artigiani, piccoli imprenditori (magari, come è logico che sia, in partenza ex operai o artigiani) cioè gente normale che con quella cultura fatta di esperienza e duro lavoro sul campo, la quale non consente per definizione un sentire discriminatorio e razzista, hanno una loro visione dell’accoglienza che è però fatta di cose possibili e sostenibili?

 

Tali persone per le loro storie personali comprendono solo fatti e concreti atteggiamenti. Ciò può significare che ad esempio se con le loro tasse sono realizzati piani di salvataggio e di accoglienza, tali persone vorrebbero avere voce in capitolo. Chi li rappresenta? Non certo chi, onorevole pagato con le tasse dei cittadini, per presupposti ideologici si arrota in uno stupido buonismo che non fa nemmeno bene a chi arriva da noi per chiedere lavoro ed un reale inserimento; e neppure chi dovesse proporre la scorciatoia di espulsioni totali ed improbabili. Vi è poi un tartufo in questo gioco al massacro, la Comunità Europea, così rigida se si sfonda dello 0,1% un qualsiasi indice fiscale, cosi melliflua - anzi un vero muro di gomma - per il tema della immigrazione.

 

Devo, al fine di evitare equivoci, dire che la mia posizione circa la Comunità Europea è complessivamente, seppure al limite, più positiva che negativa, almeno in un ragionevole soppesare benefici e costi economici, sociali, psicologici della nostra partecipazione. E mi riprometto ad ogni modo di riparlarne in un successivo intervento per cercare di meglio definire il nostro petitum ma anche vantaggi palesi e nascosti.

 

Ma per ciò che riguarda l’atteggiamento comunitario sull’immigrazione, la situazione è insopportabile: perché la Comunità Europea non finanzia una politica di accoglienza, di contrasto e di sostegno verso il fronte sud, lo sguarnitissimo Mediterraneo?

 

Ciò servirebbe molto, perché spunterebbe le unghie ai nostri cavalieri del tutto (un becero buonismo che non rispetta le vere esigenze di lavoro e le reali possibilità di inserimento e di integrazione) o del niente (una pretesa di chiusura totale che non distingue fra immigrazione utile, da una parte, e superflua o persino dannosa, dall'altra). Tale intervento comunitario inoltre darebbe regole certe che tutti dovrebbero rispettare e che nel nostro paese hanno avuto sicuramente effetti virtuosi tramite l’obbligo di una omogeneità di comportamento. Ciò già avviene in tanti settori: quello fiscale, quello monetario, quello dei fondi strutturali, quello finanziario, e così via.

 

Mi chiedo se è accoglienza quella che fa sì che una parte, mi auguro la più piccola possibile, di persone che assorbiamo senza una decente politica poi si ritrovi nel malaffare o sia sfruttata nei più diversi modi, creando tensioni e rifiuti anche nel cittadino disponibile ad una giusta, equilibrata e soprattutto sostenibile accoglienza.

 

È insomma necessaria una seria politica di inserimento nazionale e comunitario che ovviamente rispetti le nostre compatibilità sociali ed economiche. Abbiamo bisogno di prendere ad esempio il modello australiano (ma in parte anche tedesco), che favorisce una immigrazione selezionata e di qualità.

 

Siamo una nazione ancora piena di quella nostra tipica vitalità lenticolare, fatta di uomini e di imprese, un popolo compresso da burocrazia pubblica, eccessiva regolamentazione amministrativa, tasse e corruzione, il tutto condito con chiacchiere post-ideologiche ed antagoniste, un humus non certo adatto a fertilizzare la crescita di un Paese che da sempre esporta ingegno, creatività ed è nel contempo un riferimento culturale per l’intero Mondo.

 

imbrianiCesare Imbriani

Professore ordinario di economia politica

già direttore del dipartimento di studi giuridici, economici e filosofici

Università La Sapienza - Roma