Immigrazione e sicurezza nazionale, fra storia e realtà - G. Valditara

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naviromaneL'immigrazione è uno dei temi centrali del dibattito politico. Si confrontano posizioni spesso inconciliabili. Da una parte si sottolinea l'esigenza dell'accoglienza innanzitutto, dall'altra quella della difesa dell'interesse nazionale come elemento prioritario. Nella prima visione dominano valutazioni di carattere etico, nella seconda riflessioni improntate a realismo. Chi ragiona sulla base di presupposti prevalentemente morali valuta esclusivamente in termini etici la posizione di chi ragiona invece realisticamente, posizione che viene variamente definita come "egoista", ovvero persino "razzista". Affronteremo in un altro numero di questa rivista l'esatto significato del termine "razzista", usato sempre più impropriamente nella dialettica politica italiana, qui vogliamo piuttosto allargare la riflessione alla storia dell'Occidente e in particolare alla storia dell'antica Roma per comprendere come difesa dell'interesse della res publica nella disciplina delle politiche migratorie e razzismo siano due concetti per nulla coincidenti e per comprendere quale debba essere una politica utile per l'Italia.

Roma nasce mista. Secondo la leggenda il popolo romano sarebbe nato dalla fusione fra latini e sabini. Sappiamo che anche gli etruschi diedero un apporto etnico non marginale. Queste tre comunità vennero rappresentate su basi paritarie nelle più antiche assemblee cittadine. Se guardiamo alla lista tradizionale dei sette re, scorgiamo una alternanza perfetta tra re latini e sabini nella fase monarchica più antica e quindi re etruschi e latini in quella più recente. A differenza della preclusione greca o ebraica, Roma si caratterizza per la inclusione: il figlio di uno straniero, immigrato a Roma dall'Etruria, diventa re senza reazioni di rigetto di tipo xenofobo o "razziale". Tipicamente romano è anche l'istituto della manumissione, che era stato concepito per consentire ad un pater di liberare il proprio schiavo, sempre e solo uno straniero, trasformandolo in cittadino. Infine non vi è popolo nell'antichità così aperto alle contaminazioni culturali come quello romano: dalla religione, al lessico, dall'arte militare, ai costumi Roma si presenta come una comunità aperta, pronta a ricevere il meglio da ogni parte.

E proprio questo è il punto. È totalmente estranea alla concezione romana l'idea razzista. La Roma repubblicana non fece mai alcuna discriminazione neppure di tipo religioso. L'unità nella diversità è il sintagma che riassume al meglio questa condizione. Anche nel Principato e nel Dominato l'apertura è tale che la gran parte degli imperatori non è italica di nascita. L'orazione di Claudio tenuta nel senato romano per perorare la estensione della cittadinanza ai maggiorenti delle Gallie è un manifesto dell'idea romana di cittadinanza e di integrazione. Ma ancora una volta a certe condizioni.

Roma non apre infatti a chiunque, ma, come scrive Elio Aristide, retore greco, affascinato dalla straordinaria idea di cittadinanza che avevano i romani alla base della potenza della città "eterna", l'innesto nel corpo civico era riservato a coloro che per doti morali, coraggio, prestigio, ricchezza fossero utili alla comunità. La cittadinanza era concessa in altre parole solo a chi se la fosse meritata.

Uno dei valori più importanti della civiltà romana, insieme con libertasbona fides ed aequitas, era l'utilitas. Lo straniero era accolto e integrato se era "utile" la sua presenza. Quando l'immigrazione mette a rischio la stabilità politica e sociale, quando gli immigrati sono troppi e rischiano di creare problemi ai romani, si ricorre senza difficoltà ad espulsioni di massa. Persino se si tratta dei "fratelli" latini o dei "cugini" italici. Quando i barbari germani implorano i consoli romani sui confini del Reno chiedendo di poter entrare in Gallia per sfuggire alle violenze di altri popoli ovvero alla disperata ricerca di terre da coltivare, la reazione romana guarda sempre e innanzitutto all'interesse "nazionale", impedendo l'ingresso dei migranti. Allo straniero diventato cittadino, come al romano di nascita, che avesse compiuto dei crimini, la cittadinanza veniva revocata e il soggetto veniva espulso. Siccome la manumissione, scrive Dionigi di Alicarnasso, era stata concepita per immettere persone di valore nel corpo civico, così ben poteva disporsi che non acquistava la cittadinanza quello schiavo manomesso che avesse tenuto un comportamento turpe, che avesse compiuto dei reati.

Nel Nord Africa ci sono esempi commoventi di integrazione come quel Marco Porzio Iesuchtan, un ufficiale romano di origine chiaramente semita, che portava con orgoglio nomi tipicamente romani. Barbari diventati cittadini erano pronti a morire eroicamente per la nuova patria. E sempre nel Nord Africa non si passava la frontiera se non si aveva un permesso delle autorità romane per svolgere attività lecite ed utili.

Il successo straordinario di Roma deriva innanzitutto dalla consapevolezza di essere una civiltà. Roma era in primo luogo un'idea. Fondamentale era l'orgoglio di condividere quell'idea, di far parte di quella comunità.

Non era dunque possibile nella repubblica  la doppia cittadinanza: o si sta da una parte o dall'altra. L'identità romana -espressa dal sintagma civis romanus sum- è molto chiara e molto forte.

Aurelio Vittore, nordafricano di nascita, ma orgogliosamente romano, e senatore, così conclude: la crisi di Roma è colpa di quegli imperatori che hanno lasciato entrare chiunque, persone per bene e delinquenti, civilizzati e barbari, favorendo la decadenza e consentendo ai barbari di governarci. Una conclusione profetica.

Quando Roma non fu più capace di fronteggiare le invasioni, venne travolta e iniziarono i "secoli bui".

Per tornare all'oggi, nell'ottica "romana" si muove dunque ad esempio il premier britannico Cameron quando privilegia l'interesse nazionale a quello della accoglienza e della solidarietà intereuropea. Nell'ottica romana si muove il governo australiano quando riporta indietro i barconi dei migranti e accoglie solo chi è utile alla comunità locale. Ovvero il premier ungherese che per difendere i confini da una autentica invasione dispone la costruzione di un muro. Ma nell'ottica romana, che pur non era aliena dalla considerazione del valore humanitas -come scrisse lo Schulz valore tipicamente romano, sconosciuto al mondo antico- si muove pure la Commissione europea quando riconosce lo status di richiedente asilo solo a chi viene considerato tale da almeno il 75% dei paesi membri, vale a dire soltanto ai siriani ed agli eritrei.

Se anche in Italia dovessimo seguire l'esempio "realista", attento cioè all'interesse nazionale, pur nel rispetto di alcuni essenziali principi di civiltà, che ci inducono per esempio ad accogliere i veri profughi (ma solo loro), dovremmo quindi avere una diversa politica sia per quanto riguarda la gestione delle migrazioni, sia per quanto riguarda la concessione dei permessi di soggiorno, la concessione dello status di profugo, la concezione della cittadinanza. Va detto a questo proposito che la Carta delle Nazioni Unite non vieta ad uno stato di difendere i propri confini.  Ecco dunque alcuni importanti passaggi che  sono certamente coerenti con una visione "realista": 1) scelta delle politiche più concretamente efficaci al fine di impedire la partenza dei barconi, non escluse operazioni di polizia internazionale, e in particolare il blocco navale del traffico di clandestini al largo delle coste libiche e la distruzione dei cosiddetti "barconi", anche in mancanza di una autorizzazione dell'Onu (legittima difesa preventiva contro attività gestite da organizzazioni terroristiche, come riconosciuto dallo stesso governo legittimo libico); 2) valutazione di indici di integrazione, da aggiornarsi ogni cinque anni, della comunità da cui proviene l'immigrato ai fini della previsione di quote "nazionali" per i permessi di soggiorno (percentuale di reati commessi in Italia negli ultimi cinque anni dai membri di quella comunità, successo scolastico, successo lavorativo etc.); 3) considerazione dell'art.32 della Convenzione di Ginevra e del Protocollo n.7, art.1,c.2 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo che consentono di espellere qualsiasi straniero e qualsiasi rifugiato per motivi di sicurezza nazionale e di ordine pubblico, anche al di fuori del rispetto delle regole sul contraddittorio e sul giudizio; revisione della normativa italiana di attuazione delle convenzioni internazionali sui rifugiati al fine di accelerare la risposta sulla domanda di asilo; concessione del diritto di asilo solo a favore di chi fugge da oggettive persecuzioni religiose, razziali o politiche (sono solo questi coloro che hanno diritto d'asilo per le convenzioni internazionali); 4) obbligo per chiunque intenda ottenere un permesso di soggiorno in Italia di condannare come crimine contro l'umanità la guerra santa, di condannare qualsiasi discriminazione legata al sesso o alla religione, di accettare esplicitamente i principi contenuti nella prima parte della carta costituzionale; 5) revoca della cittadinanza, per chi l'abbia ottenuta in virtù di un atto amministrativo, in presenza della commissione di gravi reati e dell'appartenenza ad organizzazioni terroristiche o eversive.

Solo una politica "realista" può considerare seriamente gli interessi nazionali, solo difendendo gli interessi nazionali si potrà garantire un futuro di pace e di benessere alla nostra nazione ed al suo popolo.


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Giuseppe Valditara

Direttore Scientifico