L'attacco alla Consulta per le pensioni nasconde altre preoccupazioni del Governo - S. Sfrecola

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pensionatiLa vigilia elettorale ha conosciuto un’aggressione violenta e senza precedenti alla Corte Costituzionale, “rea” di aver deciso che la “legge Fornero”, quella che aveva bloccato gli adeguamenti delle pensioni superiori a 1500 euro lordi, è contraria ad alcuni principi fondamentali della Carta della Repubblica. Scendono in campo politici, giornali, commentatori dei talk show, frequentatori di twitter e facebook, compreso qualche giurista “insigne” ma evidentemente sensibile alle lusinghe del potere governativo. L’attacco va ben al di là del caso specifico. L’accusa di non aver tenuto presente il costo della restituzione degli adeguamenti bloccati nasconde, infatti, altre preoccupazioni governative in quanto sono già arrivate a Palazzo della Consulta, mentre altre sono in itinereordinanze di TAR e del Consiglio di Stato che hanno ritenuto non manifestamente infondate questioni attinenti al tetto degli stipendi e delle pensioni ed alla eliminazione dell’istituto del trattenimento in servizio per quanti l’avevano ottenuto. Così si arriva ad enfatizzare i contrasti all’interno del collegio giudicante per una sentenza adottata a maggioranza, con il voto determinante del presidente. Sennonché accade tutti i giorni, in tutti i collegi di giustizia, che le decisioni siano spesso adottate a maggioranza, soprattutto quando i giudici sono numerosi, come i quindici della Consulta, gli undici della Cassazione a Sezioni Unite o della Corte dei conti a Sezioni Riunite. Ma anche nei collegi a tre o a cinque spesso si decide a maggioranza.

Lo sanno tutti ma fanno finta di non saperlo per poter attaccare una decisione che non fa comodo al governo il quale aveva spudoratamente preannunciato di disporre di un misterioso “tesoretto” da distribuire in vista delle elezioni del 31 maggio, come gli 80 euro alla vigilia delle europee. Misterioso, perché spuntato all’improvviso nel corso di un Consiglio dei ministri che si era riunito con l’incubo di dover reperire risorse per non far scattare l’aumento dell’IVA, previsto da una “clausola di salvaguardia”!

Ma torniamo alla querelle sul costo della sentenza. Su quanto il Governo e l’INPS dovranno reperire per restituire ai pensionati ciò che era stato loro tolto con il blocco delle rivalutazioni deciso dal Governo Monti in una operazione effettuata “in considerazione della contingente situazione finanziaria”, sulla base di indicazioni provenienti dall’Unione Europea, non essendo stato capace di individuare altrove le risorse necessarie.

Si afferma da parte di taluni che la Corte Costituzionale, quale giudice delle leggi, quando adotta una sentenza che dichiara l’illegittimità di una norma che ha effetti finanziari, dovrebbe darsi carico anche della copertura degli oneri derivanti dalla sua pronuncia.

Questa tesi, oltre ad essere giuridicamente infondata, è estremamente pericolosa per la tutela dei diritti delle persone. Lo ha spiegato bene il Presidente della Corte, Alessandro Criscuolo, già Presidente di Sezione della Corte di Cassazione, in una intervista ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera. “Siamo un organo di garanzia. I custodi della Costituzione. Siamo chiamati a verificare la costituzionalità delle leggi. Se la legge è incostituzionale, non possiamo fermarci se la nostra decisione provoca delle spese. Noi non facciamo valutazioni di carattere economico”. Ed aggiunge, a proposito dell’antica diatriba sugli spazi di tutela in tema di diritti acquisiti, che “in Italia è possibile che una legge intervenga anche su situazioni già disciplinate in passato, purché lo faccia con criteri di razionalità”. Ciò che non ha fatto il legislatore della Fornero, il quale, secondo la Corte, ha violato “il principio di ragionevolezza” in base al quale la Corte individua un bilanciamento tra vari principi, di norma relativi a diritti, di matrice costituzionale.

Il carattere strumentale della polemica, che attiene essenzialmente alla necessità di reperire le risorse occorrenti per restituire ai pensionati quanto non hanno percepito per effetto del blocco, è evidente in una frase di Cazzullo: “ma è giusto tutelare gli anziani a discapito dei giovani?”. Problema evidentemente mal posto in quanto il Governo e quindi il Parlamento che ha approvato la cosiddetta riforma Fornero, avrebbero potuto e dovuto individuare altre forme di copertura dei risparmi chiesti dall’Unione Europea, per esempio utilizzando risorse provenienti dalla eliminazione di sprechi o di altre spese inutili. Così dando dimostrazione di una necessaria moralizzazione della gestione del pubblico denaro. Si è invece provveduto, come più volte è accaduto in passato, andando a pescare dov’è più facile, sui redditi di dipendenti e pensionati, ritenendo che queste categorie abbiano meno capacità di reazione rispetto al prelievo cui vengono sottoposti. La polemica anziani - giovani in ogni caso è strumentale, idonea a mettere le generazioni l’una contro l’altra, senza tener conto di una realtà, della quale pure i politici e i giornali si sono dimostrati consapevoli nei mesi scorsi: quella che, di fronte alle difficoltà economiche che hanno colpito soprattutto i giovani per effetto della riduzione dell’occupazione, gli anziani - i nonni per intenderci - hanno sopperito alle necessità di figli e nipoti. Problema, dunque, quello giovani - anziani, che innesta una sgradevole polemica tesa a dividere per nascondere l’incapacità del governo di reperire altrove le risorse necessarie che avrebbe potuto recuperare, tanto per fare un esempio, dal costo eccessivo delle costruzioni di opere pubbliche, a cominciare dalle strade, molto più care di quanto avviene in altri paesi.

La polemica, che getta discredito sulla più alta magistratura dello Stato, quella deputata alla tutela dei diritti previsti in Costituzione, è, dunque, gravissima, tanto più perché alimentata da ripetute dichiarazioni di esponenti governativi di primo piano i quali hanno violato quell’etichetta istituzionale che, purtroppo, si è da troppo tempo perduta.

Si consideri, inoltre, che la Consulta è chiamata ad accertare se la questione di costituzionalità ritenuta “non manifestamente infondata” da un giudice, questa è la formula che usano i tribunali della Repubblica, merita accoglimento o meno sulla base delle ipotizzate lesioni di alcuni principi fondamentali della Costituzione. Ne discende che se la norma ritenuta incostituzionale ha effetti finanziari, cioè determina una spesa o, come nel caso di specie, riduce una spesa, esula dalla valutazione della Corte l’effetto ripristinatorio della spesa e, quindi, non può darsi carico delle conseguenti coperture perché non è quello dell’art. 81 l’oggetto del giudizio. Sarebbe, infatti, assurdo che, se governo e Parlamento adottassero una serie di disposizioni gravemente lesive di diritti fondamentali con conseguenti riduzioni di spese, il cittadino non potesse avere giustizia.

Ovviamente di questa vera e propria intimidazione i giudici della Corte Costituzionale non si preoccuperanno. Non i cinque eletti dalle magistrature, come il Presidente Criscuolo, abituati per mestiere a fare giustizia in piena indipendenza, ma neanche gli altri, eletti dal Parlamento o nominati dal Capo dello Stato. Tutti giuristi di elevata professionalità, giunti a rivestire quella toga dopo anni di studi o di esercizio della professione forense per cui, forti della loro indipendenza, rimarranno insensibili alle baldanzose iniziative di qualche politico interessato ad evitare di dover ricorrere ad aggiustamenti di bilancio per pagare gli effetti di norme incostituzionali che hanno privato cittadini di importanti diritti. Com’è il diritto alla pensione, definito dalla giurisprudenza “retribuzione differita”, riconosciuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 116 del 2013, che spetta, al momento della quiescenza, a chi ha lavorato per decenni versando i relativi contributi nella prospettiva di ricevere una somma già definita nel suo ammontare. Sicché la norma dichiarata incostituzionale aveva violato gli articoli 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge…”), 36, primo comma, (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”) e 38, secondo comma, (“I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”). Come si legge nella sentenza.

La Corte, che costituisce presidio essenziale in un momento di grave imbarbarimento della legislazione italiana (in Francia il Consiglio costituzionale ha un controllo preventivo sulle leggi), va messa al riparo da iniziative estemporanee e da critiche ingiustificate se vogliamo continuare ad essere una democrazia nella quale i diritti sono alla base delle scelte dei governi e del Parlamento in rapporto ai principi fondamentali di civiltà giuridica scritti nella Costituzione.

Le Camere saranno chiamate presto a scegliere tre giudici, uno per il quale da tempo non si raggiunge il necessario quorum del Parlamento in seduta comune, un altro vacante dopo l’elezione di Sergio Mattarella alla massima carica dello Stato, l’ultimo disponibile in questi giorni, sempre di elezione parlamentare. L’augurio è che il Parlamento non si indirizzi verso scelte di personalità, pur di elevata cultura giuridica, sensibili alla distorta interpretazione alla quale abbiamo fatto riferimento iniziando, più politica che giuridica.

Il diritto dei cittadini è una preziosa conquista dello stato di diritto che basa la sua effettività sulla Costituzione e sui principi che in essa sono stati definiti perché l’Italia fosse, tra i paesi occidentali, un esempio di democrazia e libertà. Tendenze direttoriali che procedono dalla volontà di fare senza tener conto dei diritti metterebbero il Paese sul piano inclinato di una china pericolosissima, un inizio di deriva antidemocratica e populista dalla quale è facile rotolare verso il baratro. Non deve avvenire.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

Presidente di Sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili