Broken Windows Theory: politiche della “Tolleranza Zero” e senso civico – A. Pomilla

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brokenwindow“If a window in a building is broken and is left unrepaired, all the rest of the windows will soon be broken. (…) One unrepaired broken window is a signal that no one cares, and so breaking more windows costs nothing (it has always been fun)” (Kelling & Wilson, 1982).

È attraverso queste parole esplicative che i due studiosi americani di politica criminale Kelling e Wilson hanno spiegato la “Teoria delle finestre rotte” (Broken Windows Theory), che sostanzialmente poggia su un primo assunto di base tale che, se un contesto urbano presenta segni di disordine, degrado e trascuratezza di cui nessuno si “prende cura”, i trasgressori non hanno sanzioni da temere e dunque potranno perdurare nelle proprie azioni devianti.

In altre parole: lì dove vengono a mancare tanto controlli formali, spettanti alle istituzioni di polizia e pubblica sicurezza, quanto controlli informali, relativi al senso civico da parte della cittadinanza residente, con buona probabilità si innescherà una progressione di comportamenti di trasgressione che, da condotte genericamente devianti – ovvero in violazione a norme condivise, anche non scritte, e non di rilevanza penale – condurrà presto al verificarsi di azioni propriamente criminose (reati).

In sostanza, a detta dei due studiosi la criminalità violenta altro non è che l’estremizzazione di un percorso di “disattenzione” generale nei confronti di variabili forme di trasgressione alle norme sociali ed al vivere “in” comunità, ivi compresa non solo la relazionalità con altre persone, ma anche l’impegno di ognuno nel curare il proprio ambiente urbano.

Lì dove sembra essere consentito di violare le regole, esse saranno violate; di contro, adottando il cosiddetto “dare il buon esempio”, da parte di ognuno, si garantirà il mantenimento dell’ordine pubblico e del decoro ambientale.

Le riflessioni di Kelling e Wilson poggiano su interessanti esperimenti di psicologia sociale. Tra tutti, a titolo di esempio si può citare il certamente noto esperimento condotto nel 1969 dal professore Philip Zimbardo della Stanford University che, abbandonate due auto assolutamente identiche (per marca, modello e colore) nelle strade l’una del Bronx, quartiere degradato e socialmente violento di New York, e l’altra a Palo Alto, zona residenziale tranquilla e benestante della California, mandò due team di esperti ricercatori ad osservare il comportamento della popolazione residente. I ricercatori che avevano in osservazione il quartiere del Bronx riferirono che, nel giro di poche ore, l’auto venne praticamente smantellata: lo stereo, gli specchietti, i fari, le ruote, il motore, i sedili etc. divennero subito facile bottino per i rapinatori e, quando non ci fu più niente da rubare, l’auto divenne comunque sede di variabili comportamenti di violenza e vandalismo. Viceversa, l’auto abbandonata nelle strade di Palo Alto rimase intatta per diversi giorni successivi. Ma l’esperimento di Zimbardo non si voleva limitare ad una mera osservazione del comportamento umano, ed egli dunque invitò i suoi collaboratori a Palo Alto, a distanza di qualche giorno, a rompere un vetro alla vettura abbandonata. Fu a quel punto che, anche nel quartiere benestante e tranquillo, l’auto subì gli stessi furti ed atti vandalici che si erano osservati nel Bronx.

La sperimentazione si rese utile a comprendere che, più che l’oggettiva povertà materiale e sociale, sono già il disordine e l’abuso a rompere le norme di convivenza civile e se a fronte di questo degrado vi è l’incuranza collettiva, qualsiasi contesto ambientale può divenire teatro di ben più rilevanti comportamenti antisociali e criminosi.

Orbene, è alla luce dell’impostazione concettuale proposta da Kelling e Wilson che, dodici anni dopo, il concetto di “Tolleranza Zero” (Zero Tolerance) divenne lo slogan col quale il repubblicano Rudolph Giuliani vinse la candidatura a Sindaco della città di New York, anche se in realtà essa non fu l’unica fonte ispiratrice delle strategie di politica ed amministrazione locale da lui operate, poiché di altre precedenti esperienze si può apprendere proprio in quello stesso articolo di Kelling e Wilson di cui si è fatta in precedenza menzione.

Intorno alla metà degli Settanta, difatti, un Governatore dello Stato del New Jersey aveva proposto un innovativo piano anticriminalità denominato Safe and Clean Neighborhoods Program che, offrendo finanziamenti economici e di mezzi alle città poste sotto la giurisdizione statale, voleva potenziare l’attività di controllo in strada da parte degli agenti di polizia, istituendo specifiche squadre di perlustrazione a piedi (i cd. foot patrol police officers).

A detta dei vertici della politica statale questa poteva essere la strategia più efficace per un’effettiva diminuzione della criminalità, che viceversa non con lo stesso entusiasmo venne inizialmente accolta dalla polizia stessa, per diversi ordini di motivi. In primo luogo, considerando le necessità di tempestività di intervento e di mobilità, le pattuglie a piedi erano inevitabilmente svantaggiate rispetto alle pattuglie in macchina cui in precedenza era affidato il compito di perlustrazione delle strade, col risultato di una loro minore efficacia nel rispondere alle chiamate di intervento da parte dei cittadini. I poliziotti consideravano la perlustrazione a piedi un lavoro duro, che li esponeva a maggiori pericoli per la propria incolumità, nonché ad ogni intemperie climatica, tanto che l’assegnazione alle pattuglie a piedi veniva considerata come una sorta di “punizione”.

Ciò nonostante, dato che i fondi provenivano dallo Stato, le autorità delle polizie locali investirono gli incentivi al fine di dare attuazione al Programma.

Successivamente, a distanza di cinque anni dal suo inizio, il Police Foundation di Washington D.C. pubblicò una valutazione dell’intervento, di cui lo stesso Kelling fu uno degli autori: molto interessanti furono in particolare le considerazioni dei residenti dei quartieri in cui le pattuglie a piedi avevano svolto il loro intervento. Difatti, al confronto con i residenti di altre aree, essi riferirono di sentirsi più sicuri, e che la maggiore presenza di poliziotti a piedi per le strade aveva loro consentito di ridurre le strategie di protezione personale in precedenza adottate, quale ad esempio il chiudersi in casa. Inoltre, era divenuta maggiormente positiva la considerazione di questi cittadini in merito all’operato delle forze di polizia, ed al contempo si registrava un atteggiamento di maggiore disponibilità da parte dei poliziotti verso i cittadini, nonché in generale un incremento nel morale e nel senso di soddisfazione per il proprio lavoro da parte degli agenti.

A fronte di tali riscontri, Kelling e Wilson andavano dunque a sostenere che, al di là di un effettivo impatto di queste strategie sulla riduzione dei tassi criminosi, l’efficacia del Programma era da rintracciarsi nella fondamentale funzione di order-maintenance operato dalla polizia non solo verso i criminali predatori veri e propri, ma anche verso tutti coloro che, a detta degli Autori, costituivano l’altra grande fonte di timore per la cittadinanza, ovvero la categoria dei cd. disorderly people: “Not violent people, nor, necessarily, criminals, but disreputable or obstreperous or unpredictable people: panhandlers, drunks, addicts, rowdy teenagers, prostitutes, loiterers, the mentally disturbed” (Kelling & Wilson, 1982). I cittadini si dicevano dunque sollevati e rassicurati quando la presenza dei poliziotti in strada, ed eventualmente un loro intervento, andava ad agire al fine di “mantenere l’ordine” del contesto di convivenza urbana su tutti coloro che potevano variabilmente disturbare, sporcare e/o invadere gli spazi pubblici: mendicanti, vagabondi, ubriachi, tossicodipendenti, prostitute, soggetti mentalmente disturbati, o anche semplicemente adolescenti chiassosi.

Ecco dunque che, quale secondo punto di forza della concettualizzazione di Kelling e Wilson, vi è l’assunto secondo il quale vi sia una stretta correlazione tra “disordine sociale”, “criminalità” e “paura del crimine”, lì dove tendenzialmente all’incremento del primo segue in misura direttamente proporzionale l’incremento del secondo, successivamente del terzo, in una sorta di circolo vizioso.

E così, a partire dalla Teoria delle Finestre Rotte, le successive disamine della letteratura di specie si sono orientate verso la concettualizzazione di tali nozioni tanto in senso sociologico (Keizer, 2008; Hinkle & Weisburd, 2008; Gau & Pratt, 2010; Michener, 2012) quanto in senso psicologico e più strettamente cognitivo (Kotabe, 2014); ed altresì verso la possibilità di rendere più efficace l’intervento delle forze di polizia, anche in considerazione dei diversi tipi di contesti urbani e della presenza o meno di cittadinanza compartecipante al mantenimento dell’ordine e del decoro (Nolan, Conti & McDevitt, 2004; Caudill, Getty et al., 2013).

Sebbene recentemente criticata da un punto di vista sostanzialmente metodologico e statistico (Wicherts & Bakker, 2014), la Teoria delle Finestre Rotte è largamente accettata nel panorama scientifico internazionale.

A parere di scrive, essa è di straordinaria trasversalità applicativa, poiché adattabile ad ogni contesto sociale, nonché di attualità, tanto da essere stata richiamata in occasione dei recenti disordini che hanno interessato il quartiere romano di Tor Sapienza.

Eppure, come rilevato dalle successive indagini sociologiche condotte dopo l’applicazione delle politiche di “Tolleranza Zero” anche in altre città oltre alla New York del Sindaco Giuliani, la repressione, per incidere stabilmente sulla diminuzione dei tassi di reato, deve essere accompagnata da più ampie variabili di intervento: il controllo sociale, l’istituzione di un efficiente sistema di welfare, l’incoraggiamento a mettere in atto adeguati comportamenti di educazione civica, l’incremento dell’occupazione lavorativa, la garanzia di equità in termini di diritti e possibilità.

Ma ancor più che di intervento, risulta fondamentale parlare di prevenzione, così come anche Kelling e Wilson sostenevano, concludendo il loro saggio con un’indicazione specifica, tale che: così come i medici devono finalmente comprendere quanto sia importante il favorire la salute, piuttosto che dedicarsi unicamente alla cura della malattia, allo stesso modo le istituzioni di governo e le forze di polizia devono comprendere l’importanza di agire in preventiva garanzia del mantenimento dell’ordine, e non solo alla conclamazione di un evento (le finestre rotte, appunto).

pomillaAntonella Pomilla

dottore di ricerca in criminologia

 

 

Bibliografia

  • Caudill J.W., Getty R. et al. (2010), Discouraging window breakers: The lagged effects of police activity on crime, Journal of Criminal Justice, 41: 18-23
  • Gau J.M. & Pratt T.C. (2010), Revisiting Broken Windows Theory: Examining the source of the discriminant validity of perceived disorder and crime, Journal of Criminal Justice, 38: 758-766
  • Hinkle J.C. & Weisburd D. (2008), The irony of broken windows policing: a micro-place study of the relationship between disorder, focused police crackdowns and fear of crime, Journal of Criminal Justice, 36: 503-512
  • Keizer K. (2008), The Spreading of Disorder, Science, 322: 1681-1685
  • Kelling G.L. & Wilson J.Q. (1982),Broken Windows. The Police and Neighborhood Safety, “Atlantic Monthly”, pag. 29-38 – consultabile on line: http://www.theatlantic.com/magazine/archive/1982/03/broken-windows/304465/
  • Kotabe H.P. (2014), The world is random: a cognitive perspective on perceived disorder, Frontiers in Psychology, 5: 1-5
  • Michener J. (2012), Neighborhood Disorder and Local Participation: Examining the Political Relevance of “Broken Windows”, Political Behavior, 35: 777-806
  • Nolan J.J., Conti N. & McDevitt J. (2004), Situational policing: neighbourhood development and crime control, Policing and Society: An International Journal of Research and Policy, 14(2): 99-117
  • Wicherts J.M. & Bakker M. (2014), Broken windows, mediocre methods and substandard statistics, Group Processes & Intergroup Relations, 17(3): 388-403
  • Zimbardo P. (1969), Crime: Diary of a Vandalized Car, “Time Magazin” del 28.02.1969 – consultabile on line: http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,900702,00.html